Vi ricordate Kempes? Noi vi diciamo come vive

Mario Alberto Kempes è nato a Bell Ville, nel Sud Est della provincia di Cordoba, in Argentina, il 15 luglio 1954. Ha cominciato con l’Instituto Atletico Central di Cordoba, giovanili e prima squadra (dal 1971), poi con Rosario Central, Valencia, River Plate, ancora Valencia, quindi Hercules, First Vienna, St. Polten, Fernandez Vial, Kremser e Palita Jaya, una squadra indonesiama. In Nazionale ha sommato 43 presenze e 20 gol dal 1973 al 1982, è stato campione del mondo nell’Argentina 1978, con il titolo di miglior marcatore (6 reti). E’ stato due volte capocannoniere in Argentina e due volte in Spagna

venerdì 09 dicembre 2011

ROMA - Roberto Juan Petraglia, presidente del Club Instituto di Cordoba, affrontò diretto l’amico Eduardo Tossolini, padrone della falegnameria locale e del Bell Ville, la squadra di calcio della cittadina omonima. «E’ vero che c’è un pibe che segna tantissimi gol?». «Sì, è vero». «Bene, lo prendo». «Come, così senza niente?». «Mi serve, sto facendo una squadra di livello e ne ho bisogno». «Facciamo un accordo: tu lo fai giocare nella prima amichevole. Se non segna entro il primo quarto d’ora, te lo do gratis. Se no, trattiamo il prezzo». 

PER LUI IL NOME DELLO STADIO  - Mario Alberto Kempes, figlio di un carpentiere, una passione fortissima per il pallone coltivata sfasciando i vasi della mamma nel giardino di casa, 17 anni, segnò il primo dei quattro gol dell’Instituto dopo 14 minuti, poi infilò gli altri tre. Da centravanti, ruolo in cui non aveva mai giocato, ma una volta in campo non era stato a sottilizzare troppo. Poi ne fece altri quattro nei successivi tre impegni. Era il 10 marzo 1972, quando Mario, o meglio Marito, firmava il primo contratto da professionista. Il Bell Ville ebbe tre milioni di vecchi pesos e con la metà rifece l’impianto di illuminazione del suo campo di gioco; l’Instituto de Cordoba e il mondo del calcio ebbero in dote per quel pugno di soldi uno dei più grandi attaccanti della storia. Trentanove anni dopo, Mario Alberto Kempes è anche il nome dello stadio di Cordoba. Lo hanno chiamato così, l’impianto nato nel 1978 e poi ridisegnato per la Coppa America del 2011, raro quanto doveroso omaggio al personaggio più illustre dello sport cittadino. Il giorno dell’inaugurazione, nel 1978 appunto, il primo gol era stato il suo, nel 3-1 dell’Albiceleste contro una selezione locale.

COMMENTATORE PER ESPN - Bastano le cifre per spiegare l’ammirazione di cui gode in patria e nel mondo: sono 327 reti in 591 partite. Lui, il cordobés, continua oggi a girare per gli stadi con l’aria ciondolante di sempre, secco e ossuto, gli occhiali che ondeggiano talvolta sul naso aquilino: fa il commentatore sportivo per Espn, la catena Tv americana, parla di calcio al continente che lo ha eletto a idolo. I tentativi di costruirsi una carriera di allenatore - dall’Albania della guerra di liberazione da cui scappò a piedi, a un club di minatori cileni, dall’Indonesia alla Bolivia e due volte anche in Italia, a Piacenza e Casarano - non si sono rivelati in linea con la superlativa carriera precedente. Meglio far da soli che delegare: tanto era stato bravo a segnare, quanto poco a spiegarlo agli altri. Comunque Kempes, ormai, non aveva bisogno d’altro, la sua storia lo aveva già portato lassù dove non era mai arrivato nessuno: cannoniere e simbolo dell’Argentina campione del mondo nel 1978, suo il gol decisivo all’Olanda nella finalissima, il trionfo come copertura ideale per la dittatura Videla, bramosa di nascondere i crimini più atroci dietro le luci del Monumental.

L'ANEDDOTO DEL MONDIALE - Ha avuto quattro figli: tre (Magali, Arianne e Mario junior) dalla prima moglie, la valenciana Maria Vicenta, negli anni spagnoli in cui fu due volte Pichichi della Liga; la quarta, la piccola Natasha, dalla seconda sposa, Julia, una ragazza venezuelana. Oggi non ha più né i capelli lunghi che tanto avevano affascinato la sua epoca, né i baffi, protagonisti di aneddoti e leggende. Come quella, raccontata più volte dallo stesso Mario, che durante il ritiro del Mondiale 1978 aveva deciso di farseli crescere, insieme con la barba. «Giocai così la prima partita, e anche la seconda. Non segnai. Alla terza, decisi di tagliarmi la barba. E non segnai lo stesso. Così mi incrociò Luis Menotti, il ct, che mi aveva visto giocare e segnare a valanga a Valencia senza barba né baffi, e mi disse: "Senti, perché non ti tagli anche i baffi e vediamo se la fortuna gira?"». La storia dice che Kempes segnò subito di testa, come non gli era usuale, e non si fermò più se non con la Coppa in mano e il mondo ai suoi piedi.

Pietro Cabras
1
  1. penelope59 Scrive:
    28/02/2012 13:32:34

    Mitico

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