Corriere dello Sport

mercoledì - 17 marzo 2010

Miccoli: «Via dalla Juve a testa alta»

Il 'Romario' del Salento ricorda i suoi trascorsi bianconeri e gli attriti con la dirigenza: «Sono istintivo, forse sbaglio. Potevo fare una carriera migliore, ma preferisco poter dire ai miei figli che me ne sono andato dalla Juve a testa alta» di VALERIA ANCIONE
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Ritiri preparazione estiva club di Serie A Tim© LaPresse
ROMA, 21 dicembre - Ha fatto a pezzi il cuore, lasciandolo in Puglia, un po’ per la campagna, un po’ per le strade, un po’ per i campetti terrosi e fangosi e se n’è andato via, convinto che per passare il confine della sua terra bastasse un attimo, come quando si tira un calcio di rigore tra la paura di sbagliare e la convinzione di saper scegliere i tempi e gli angoli. Al Milan non si può dire di no, ma si può, a 12 anni, soffrire di nostalgia per la terra, la famiglia, gli amici e per un calcio spontaneo, vissuto con l’istinto che fa allungare il piede su ogni cosa che giaccia per terra. Quel viaggio è durato il tempo di un dolore e il ritorno era l’unica medicina. La scelta dei tempi e degli angoli però fu giusta, dipende da quale punto si guardi la propria esistenza; perché Fabrizio Miccoli poi il suo viaggio lo ha intrapreso, di gol in gol è stato scelto e scaricato, ma ha saputo scegliere e scaricare quando la coscienza dell’uomo ha prevalso sull’ambizione del calciatore. E via, ancora più lontano, fuori dell’Italia, con la tristezza di un esiliato ma la forza delle sue ragioni e della sua famiglia. Capace di ricominciare ogni volta, da una città nuova, meglio se del Sud, o da un ennesimo tatuaggio. Il giorno poi verrà, quando con la famiglia al fianco, un pallone al piede e l’istinto di un bambino, ricomporrà quel suo cuore lasciato ad aspettare nel suo Salento terra di sole, di mare, di vento. «Partire per Milano a 12 anni fu un’esperienza traumatica, ero troppo piccolo e noi salentini siamo molto legati alla terra, il distacco fu doloroso. Tornai indietro».

A sostenerlo nelle su scelte, la famiglia, nonna compresa a cui è molto legato («mi ha praticamente cresciuto») e poi la moglie, che da quando ha potuto lo ha seguito ovunque. «Io senza la mia famiglia non so stare. Ma mio suocero mise il veto quando eravamo fidanzati: o la sposi o lei non va da nessuna parte». Stanno insieme da 14 anni, erano due adolescenti. Si sono sposati nel 2002, quando iniziava la sua avventura alla Juventus e il conseguente passare da una città, una squadra all’altra, da un prestito a un ritorno a un altro prestito. Torino, una grande avventura, ma anche il ricordo più brutto della sua vita. «Quando ho avuto a che fare con qualche dirigente. Ma Dio esiste se chi ha commesso degli errori oggi paga. Io ho dovuto lasciare la Juve, andare in Portogallo per colpa del mio carattere, perché sono per le cose giuste, oneste, se qualcosa non va la prendo di petto. Sono un istintivo. Forse sbaglio. Potevo fare una carriera migliore, ma preferisco poter dire ai miei figli che me ne sono andato dalla Juve a testa alta».

Lisbona è lontana, ma alla fine è la città a cui Fabrizio è rimasto più legato. «Ce l’ho nel cuore, una città bellissima. A Cascais avevo una casa che si affacciava sull’Oceano: le onde, la gente che usciva con le tavole da surf, uno spettacolo». La moglie e la piccola Swami con lui. Poi è arrivato anche Diego. «Mi rivedo in mio figlio, non ha ancora due anni e calcia in modo impressionante, di destro e di sinistro». Il nome della figlia lo ha scelto la signora Miccoli, un patto col marito che le lasciava libertà in cambio di quel Diego per il maschio, che non è certo casuale. E se Swami vuol dire amore in indiano, Diego vuol dire Maradona, il mito di Fabrizio che è cresciuto a pane e pallone. «Ero un bambino tranquillo, pensavo solo al calcio. Con i miei amici giocavamo dovunque ci fosse spazio, organizzando anche sfide tra quartieri. Un calcio diverso, perché per strada impari tante cose, non solo a giocare a pallone. Oggi i bambini li mandiamo alle scuole calcio, forse noi genitori siamo più tranquilli, ma era più bello prima»”.

Ha abbandonato la scuola dopo la terza media, nonostante un tentativo in un istituto professionale. «A 17 anni debuttavo in C1 col Casarano e io non so fare due cose contemporaneamente, mi sono concentrato su una. Però molte cose le ho imparate viaggiando, andando per strada, incontrando persone di tutti i tipi». Adora i tatuaggi, ognuno di loro – innumerevoli – ha un significato particolare: dalla chiave che celebra la cittadinanza onoraria di Corleone, al lucchetto che rappresenta l’unione con la moglie; dalle facce dei figli a dimensione reale, sulla pancia, a quella di Che Guevara. «Questo l’ho fatto per imitare Maradona. Ho studiato la storia del Che, noi di famiglia siamo di sinistra, ma adesso la politica non mi interessa più, sono tutti bla bla bla». Crede in Dio, ma in chiesa non va, preferisce pregare in casa da solo. Sa di essere un uomo fortunato e per questo è sempre pronto a fare beneficenza e confessa il suo amore per la moglie: «Ho fatto 13! Lei è una donna forte, bella e con la testa sulle spalle. Mi ama per quello che sono, non certo per il calcio, infatti non viene nemmeno allo stadio».

Il ricordo più bello della sua vita è la nascita dei due figli; quello sportivo, l’esordio in Nazionale. Prevede ancora 4-5 anni di lavoro, poi smetterà. «Non mi spaventa il dopo, chiuderò del tutto col calcio. Mi dedicherò alla famiglia e andrò a caccia». L’altra sua passione, oltre al wrestling. Ama la musica reggae ma in Jamaica non è mai stato. «Difficilmente ci andrò. Quando sono in vacanza torno a Gallipoli, d’altra parte il Salento d’estate sembra la Jamaica». Tifa per il Lecce - che tornato da Milano lo scartò - da quando era bambino e andava allo stadio in curva. Ha un sopracciglio 'scolpito' da un barbiere pugliese, una cosa nata per gioco, diventata il segno particolare di Miccoli. «Mi piace, è sregolato come me che sono un po’ pazzerello». Sulla strada di ritorno verso casa, i desideri sono realizzati: «Ho una famiglia serena, due figli bellissimi e sani, è questo il mio sogno».

Valeria Ancione

05/01/2010 16:48:55
 
forse era ''sgradito'' a moggi

22/12/2009 13:43:16
 
MICCOLI hai avuto la possibilita' di giocare in grandi squadre vedi juve benfica ,....ma se non sei rimasto nei ricordi dei tifosi un motivo ci sara'.....il tuo livello e' palermo lecce bari catania etc etc nn per niente sei il romario del salento ( solo del salento)buone feste

22/12/2009 12:43:07
 
Quando vedo giocare Miccoli, i miei occhi si illuminano d'immenso...onorato di vederti il rosanero sulla pelle!!! Forza Fabrizio, Palermo ti ama e la nazionale ti aspetta.
Forza Palermo e Lecce.

22/12/2009 12:19:01
 
Grandissimo giocatore, merita almeno una chance in nazionale quest'anno!
daje Fabri;)

22/12/2009 11:53:17
 
Miccoli sei un gran Uomo e un gran calciatore.. Giochi col cuore !!!!!
Forza Lecce !!!! Forza Palermo !!!!!

22/12/2009 11:02:43
 
Mi spiace, ma, pur essendo un grande calciatore, nella Juve hai fallito per mancanza d'intelligenza. Ti sei messo contro Moggi e, soprattutto, Del Piero. Le persone intelligenti e furbe si comportano in modo diverso. Del resto, cosa ci si puo' aspettare da uno che si fa tatuare il volto del Che.
 
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