Corriere dello Sport

mercoledì - 17 marzo 2010

Vi ricordate Sormani? Noi vi diciamo come vive

Continua la nostra rubrica: vi raccontiamo dove sono finiti i campioni del passato  di PIETRO CABRAS
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Vi ricordate Sormani? Noi vi diciamo come vive
Angelo Benedicto Sormani è nato a Jaù, in Brasile, il 3 luglio 1939. Sposato, quattro figli, tre nipoti, vive a Roma. Attaccante veloce e tecnico, arrivò in Italia dal Santos di Pelè, prelevato dal Mantova dei miracoli, in cui rimase due stagioni dal 1961 al 1963. Quindi giocò con la Roma (conquistò una Coppa Italia), la Sampdoria, soprattutto il Milan con cui vinse in cinque stagioni lo scudetto, la Coppa Campioni, la Coppa delle Coppe e la Coppa Intercontinentale, quindi ancora con Napoli, Fiorentina e Vicenza. Naturalizzato italiano, giocò in Nazionale: sette presenze e due gol (uno anche al Brasile). Chiusa la carriera nel 1976, con cento reti alle spalle, è diventato allenatore (lunga la collaborazione con il Napoli), e lo è tuttora.

A settant'anni, gli hanno fatto un bel regalo di compleanno: la chiusura della scuola calcio federale dell'Acquacetosa, a Roma, con strascico di polemiche a non finire nell'estate romana, decisione irrevocabile e irrevocata. Ormai era il simbolo della scuola, non solo il direttore tecnico, con il suo incedere elegante, soprattutto inconfondibile: Angelo Benedicto Sormani per anni ha insegnato ai ragazzi come ci si avvicina al calcio, lui che da poco più che bimbo, nel Brasile alla fine degli Anni Cinquanta, scoprì il mondo del pallone al massimo livello, compagno di camera di un ragazzo che si chiamava Edson, e che il mondo imparò presto a conoscere con il nome di Pelè; e Sormani, per tutta risposta, fu ribattezzato il Pelè Bianco, visto che il talento non mancava nemmeno al ragazzo dai capelli fluenti, discendente di italiani nella città di Jaù.

Non ha la minima intenzione di fermarsi, però: ora collabora con una scuola calcio all'Axa, tra Roma e Ostia, «mi piace troppo insegnare calcio ai ragazzi», attende altre opportunità, aspetta curioso di sapere che cosa farà da grande, a parte dedicarsi da nonno a due gemelline appena regalategli da una delle due figlie. Ha girato il mondo, poi ha portato la sua classe per tutta l'Italia, legandosi ai successi del Milan della fine degli Anni Sessanta, ma il suo trionfo vero è aver lasciato in ogni angolo del nostro Paese un ricordo importante, affetto e stima. «E adesso - spiega - mi viene difficile dire a quale squadra o a quale ambiente mi senta più legato. Ogni squadra, ogni ambiente, ha rappresentato una fase importante». Mantova ha rappresentato l'esplosione, con Edmondo Fabbri che poi lo portò in Nazionale, anche se il suo rimpianto è quello di aver pagato con tanti altri l'epurazione del dopo-Cile, anno di grazia 1962, e non essere entrato nel gruppo che avrebbe viaggiato - attraverso il disastro anglo-coreano - verso l'Europeo del 1968 e il Mondiale del 1970, illuminato a dovere dal suo vecchio amico Edson.

A Roma vinse il primo trofeo, la Coppa Italia, e Roma è diventata poi la sua città; Milano è stato il teatro dei trionfi più eclatanti; Napoli la piazza in cui è stato più a lungo, giocatore prima, allenatore poi del settore giovanile. Non è più tornato a vivere in Brasile, dove ha ancora un fratello e una sorella, e cugini e nipoti, «tra Jaù e San Paolo, ci sono tanti Sormani laggiù»: quando sbarcò in Italia con la moglie Julieta, appena sposata, decise che la terra degli avi sarebbe stata anche la sua. E sono nati Adolfo detto Dodo, Amerigo, Angela e Magda. E tranne Dodo, sono ancora tutti a Roma: «Perché ho scelto di fermarmi qui? Perché la città è splendida, innanzitutto. E poi perché quando giocavo a Roma ebbi la possibilità di comprare un appartamento in un palazzo in cui ero in affitto, nel quartiere dell'Eur, in quel periodo avevo dei soldini, e mi è sembrato normale a fine carriera tornare a casa».
E da allora ha seguito con affetto e partecipazione la carriera calcistica del figlio Dodo, che dopo una soddisfacente gavetta tra serie C e serie A (Avellino nel 1987-88), ha scelto la strada di allenatore, e adesso è assistente di Ciro Ferrara, nella Juventus che sfoggia un altro brasiliano dai piedi buoni, tecnica e forza, un po' come era lui quasi cinquant'anni fa: «Diego è davvero forte. Ne ho parlato anche con mio figlio: sono molto contenti di lui. Consigli? No, mio figlio non ne ha più bisogno da tempo. Ma mi piace confrontarmi con lui, anche io mi tengo aggiornato, vedo molto calcio». Per vedere invece lui, tocco di velluto, qualche partitella con gli amici «nonostante un ginocchio un po' malconcio, per i troppi calci che ho preso quando giocavo», oggi basta fare un giro da Roma verso il mare, e lui sarà sul campo, a raccontare ancora come si fa a conquistare il mondo dietro un pallone.

27/10/2009 11:45:53
 
Ma vi ricordate quando costò all' epoca, Sormani? Cinquecento
milioni di "lirette" pagate dalla Roma!Evviva Mr. Mezzomiliardo!(Ma solo mezzo)

11/09/2009 15:21:53
 
DUE BLOGGERS SERI E POI...
toh, turz 'e penniell

ieri
oggi
domani

11/09/2009 01:27:00
 
sormani la rete al brasile la segnò il 12 maggio 1963, a san siro nella famosa partita dei 27' di pelè con il trap, l'italia vinse 3-0 gli altri due gol li segnarono mazzola sandro (rig.) al debutto in nazionale e il compianto bulgarelli; debbo inoltre correggervi perché l'allenatore del mantova non era gb fabbri ma edmondo fabbri che in quattro anni portò il mantova dalla serie "D" alla serie "A". quell'anno 1961-62 oltre a sormani nel mantova c'erano snhellinger, giagnoni, alleman e negri.

10/09/2009 04:22:18
 
Nel 1969 mi trovavo a Madrid per affari e ho visto la finale della Coppa dei Campioni al grande Estadio Santiago Bernabeu tra AC Milan e Ajax ilmio amato Milan vinse 4-1 reti segnate da Pierino Prati {3} e Angelo Sormani{1} grande attaccante del Milan di allora guidato dal grande Gianni Rivera e il grande Ajax guidato dal grandissimo Johan Crujff. Per me fu una giornata bellissima.
 
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