
Il Sudafrica ha costruito con amore e passione l'evento. Ma un Mondiale è fatto di piazze piene di tifosi, di masxi-schermi nei posti strategici della città, di gente che viene dai quattro capi del mondo e fraternizza per la strada
JOANNESBURG, 30 giugno - Chissà se con questa sua iniziativa riuscirà a dare un senso anche calcistico al suo nome di battesimo: Goodluck, Buonafortuna. Per ora l'ira del presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, si è abbattuta in maniera funesta sulla nazionale del suo paese. I risultati deludenti di Martins e Obinna lo hanno convinto che «bisogna mettere ordine». Per farlo ha "ordinato" un periodo sabbatico alla Nazionale: fuori da tutte le competizioni internazionali. Una cosa che ovviamente non si può fare e la Fifa lo ha già detto: «E' nota la nostra posizione sulle ingerenze politiche». In pratica, se il signor Buonafortuna insiste, il periodo sabbatico lo imporrà la Fifa escludendo la federazione nazionale da tutte le competizioni. L'Africa è un po' così: da sempre sport, politica e potere si intrecciano creando nodi inestricabili. I "commissari politici" accompagnano le nazionali, tanto che partecipino a un Mondiale, quanto che la competizione in questione sia la meno autorevole Coppa d'Africa. La notizia, peraltro decisamente curiosa, induce a qualche riflessione su questo primo mondiale africano e su ciò che poteva essere e sinceramente non è stato. Non per colpa dei sudafricani ma per la fretta di una classe dirigente del calcio (leggasi Blatter) che da sempre usa l'assegnazione dei Mondiali come strumento di costruzione del consenso, anche a costo di violentare il buon senso.
L'IRA E LA SCONFITTA - Normalmente alle sconfitte fanno sempre seguito iniziative piuttosto singolari come quelle del presidente nigeriano. Il Camerun agli inizi degli anni Novanta era la grande rivelazione del football mondiale. A Italia '90 ottenne il suo miglior risultato, ma quattro anni dopo, in America, le cose andarono malissimo, più o meno come ai nigeriani che hanno chiuso il Girone B all'ultimo posto. I dirigenti, sportivi e politici, abbandonarono la squadra in un modesto albergo californiano "dimenticando" persino il pagamento delle stanze. I ragazzi rimasero "ostaggi" del titolare dell'hotel che, ovviamente, reclamava quanto pattuito. Il portiere Antoine Bell, prima del clamoroso "abbandono", era stato "fatto fuori" dalla squadra titolare per decisione politica: era considerato un dissidente. Ma una cosa è che vicende come queste accadano in un torneo a diecimila chilometri dalla terra d'origine, altra cosa è che avvengano qui, sotto gli occhi di tutta l'opinione pubblica internazionale. Il Ghana ai quarti è una gran bella storia, ma non può da sola dare sostanza al giusto orgoglio africano. Certo questo Mondiale è molto lontano da quello di quattro anni fa. E non solo per una questione schiettamente geografica.
L'ENTUSIASMO INVISIBILE - Il Sudafrica ha costruito con amore e passione l'evento. Ma un Mondiale è fatto di piazze piene di tifosi, di masxi-schermi nei posti strategici della città, di gente che viene dai quattro capi del mondo e fraternizza per la strada. Che ci sia entusiasmo è un dato di fatto. Il fatto è che non si vede. Johannesburg è città complicata, difficile e anche pericolosa. Lo dicono tutti e negarlo sarebbe da sciocchi: se i ladri entrano persino nella casa della Fifa piazzata nel quartiere considerato più sicuro della città, allora vuol dire che non si tratta di chiacchiere. Secondo le informazioni fornite dalla polizia, per reati (normalmente furti) commessi in questi venti giorni ai danni di persone in qualche modo legate all'Evento sono state arrestate trecentosedici persone. Cone cantava Lucio Dalla, qui «si esce poco la sera», soprattutto a piedi (in auto le cose un po' cambiano). La stessa mobilità non è agevole mancando un sistema capillare di trasporti (autubus, treni, metropolitane, eccetera). Il rischio è che questo primo mondiale africano resti nella storia (come fatto statistico) ma non nel cuore, nonostante lo straordinario calore della gente.