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martedì 15 luglio 2014

Nibali, un po' Zeman un po' Valentino Rossi

Se il ciclismo mondiale ha una speranza di recuperare la fiducia della gente, se vuole meritarsi le centinaia di migliaia di appassionati che ogni giorno l’aspettano sulle strade, deve godersi Vincenzo Nibali

Ci siamo innamorati di Vincenzo Nibali perché uno così non lo vedevamo da troppo tempo. Uno che aggredisce il pavè e cavalca le montagne, sfida le discese e attacca ovunque. Uno che usa la bicicletta per dare spettacolo e che, alla fine di un’altra memorabile impresa al Tour, la corsa più grande e difficile del mondo, regala un sorriso semplice a tutti e un pensiero commosso alla figlioletta. Uno che vince, ma non è invincibile. I francesi ne sono rimasti affascinati: dopo tanti campioni di ghiaccio - e troppi alla fine si sono squagliati - adesso hanno in maglia gialla un uomo normale. E non provate a dire che ha in mano il Tour perché, dopo Froome, è caduto e si è ritirato anche Contador: Vincenzo sta meritando tutto quello che ha.

Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro, ma conosciamo il passato di Nibali, la sua storia. Non è un buon corridore scopertosi fenomeno alla soglia dei trent’anni, né un cronoman trasformatosi d’improvviso in dominatore nelle gare a tappe. Non ha lottato per il Tour dopo essere arrivato al massimo ottantesimo, come se da un momento all’altro avesse capito tutto. Nibali, lui, è un campione nell’anima e nelle gambe, ma ha imparato pian piano a vincere: se guardate i suoi piazzamenti al Giro, alla Vuelta e al Tour, dal 2007 in avanti, vedrete i progressi di un atleta cresciuto con il tempo, la scalata di chi non è nato imbattibile e non lo è diventato in un inverno di lavoro (lavoro...).

E’ questo, anche questo che ci piace di lui. Ci piace, paradossalmente, che un anno fa abbia perso la Vuelta da un quarantaduenne che non aveva mai vinto nulla e che in quelle tre settimane volava. E ci piacciono da impazzire il suo coraggio, la sua voglia di rischiare, il suo gusto per l’improvvisazione. O la va o la spacca, sembra dirsi quando azzarda un’azione ai limiti dell’incoscienza, e se finisce male pazienza, almeno ci ho provato. Corre per divertire, anche. Se fosse un motociclista sarebbe Valentino, mai accontentarsi del secondo posto; se fosse un allenatore forse Zeman, meglio perdere 4-3 dopo avere provato a vincere che accontentarsi dello 0-0.

Se il ciclismo mondiale ha una speranza di recuperare la fiducia della gente, se vuole meritarsi le centinaia di migliaia di appassionati che ogni giorno l’aspettano sulle strade, deve godersi Vincenzo Nibali. Non una macchina da vittorie, ma un uomo che ha imparato a vincere. E che ora ha soprattutto un dovere, ancor più importante che arrivare in giallo a Parigi: non tradire mai quei tifosi che si sono innamorati di lui. Sappiamo che non lo farà.

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