Il malessere Juve e un'esultanza esagerata

A nessuno può essere negato il diritto “alla festa” ma la tossicità ambientale consiglia l’applicazione di quel vecchio adagio latino: est modus in rebus, c’è modo e modo, c’è un limite a tutto

martedì 19 marzo 2013

    ROMA - Beppe Marotta è un uomo equilibrato e per bene, uno di quelli che difficilmente alza la voce o si sottrae al confronto, merce veramente rara in un ambiente in cui il più umile ritiene di essere l’erede diretto di Galileo. Ieri l’amministratore delegato della Juventus, riprendendo quel che aveva detto domenica scorsa il suo allenatore, Antonio Conte, ha sottolineato il clima “surriscaldato” che circonda la Juventus quando si muove per la Penisola. Chi, al suo pari, percorre l’Italia per assistere a partite di pallone, sa bene che la sua denuncia non è infondata: la squadra bianconera, pur amata più o meno in tutta Italia, è circondata da un’aria “tossica”. Si dice, di solito: chi vince sollecita antipatie. Ma, presso alcune minoranze (perché, poi la stragrande maggioranza degli anti-juventini manifesta questo sentimento in maniera civile) questa antipatia sollecita comportamenti decisamente pericolosi. Talmente pericolosi da obbligare la squadra a muoversi, in trasferta, sostanzialmente blindata.
    Semmai, appare strano che questo problema venga sollevato dopo il viaggio a Bologna, città normalmente sobria per comportamenti, con una qualità della vita e dell’educazione collettiva piuttosto elevata (l’eccezione di un pessimo striscione non può essere considerato regola). Evidentemente il “malessere” denunciato da Marotta è figlio di molti episodi non di uno solo in particolare, è il prodotto di una situazione generale che si protrae da tempo e non di una questione specifica legata a un luogo, a uno stadio, a una curva. Più specifico, semmai, appare il malessere di Conte che dopo aver dato sabato sera libero sfogo alla sua felicità ha voluto difendere il suo diritto a manifestare la propria soddisfazione nei modi e nella misura che a lui appare più opportuna. E qui, forse, qualche riflessione andrebbe fatta. Viviamo, tutti quanti noi, in un ambiente che tende ad andare sopra le righe ed evangelicamente si potrebbe dire che ognuno di noi porta la propria parte di croce perché da tutto questo nessuno può chiamarsi fuori, da chi gioca a chi allena, da chi gestisce le società a chi dirige le partite in campo, da chi parla a chi scrive. Il clima tossico ha molti padri e, inevitabilmente, diversi figli. Conte ha ragione quando dice che certe situazioni all’estero non esistono, non si vedono. Ma non si vedono nemmeno allenatori che esultano in maniera smodata, soprattutto quando giocano in trasferta e hanno appena battuto la squadra di casa avvilendo, evidentemente, qualche migliaio di tifosi tra i quali vi potrà anche essere qualcuno che interpreta quell’esultanza non come l’espressione di un pensiero felice ma come una palese provocazione.
    A nessuno può essere negato il diritto “alla festa” ma la tossicità ambientale consiglia l’applicazione di quel vecchio adagio latino: est modus in rebus, c’è modo e modo, c’è un limite a tutto. L’allenatore di una squadra (di qualsiasi squadra, non solo della Juventus) è un “megafono”, il suo messaggio (nel bene e nel male) viene amplificato soprattutto se lanciato in una vera e propria “arena” ad alta emotività come uno stadio. Il calcio italiano ha bisogno di recuperare il senso del limite: qualche piccolo esempio, da parte dei protagonisti più autorevoli, può essere utile.

    Antonio Maglie
    Utilizza questa funzione per segnalare il commento ai moderatori.
    Quale di queste opzioni descrive meglio la motivazione della segnalazione:

    Per commentare, loggati con uno dei servizi disponibili:

    Commenti

      in edicola
      Vai alla prima pagina