A Verona la Roma prova a dimenticare Catania

Nel 2008 la squadra si cucì il titolo virtuale sulle maglie per un’ora, prima della doppietta di Ibrahimovic a Parma. Due anni fa i giallorossi vissero una vigilia simile a quella di oggi

    ROMA, 16 maggio - La differenza sta nel mare di Catania e le Dolomiti che si vedono da Verona. Che non è una differenza da poco, ma conta poco nella testa dei gio­catori della Roma. Perché una vigilia così, in casa giallorossa, molti l’hanno già vissuta quasi due anni fa, la notte tra il diciassette e il diciotto maggio del duemilaotto, si era a Catania, l’Inter era avanti di un punto, gli scontri diretti erano colorati di nerazzurro, la squadra all’epoca allenata da Roberto Mancini, doveva giocare a Parma, trasferta vie­tata ai tifosi giallorossi, lo era pure per gli interisti, ma quello fu un divieto che non fu mai rispettato.

    Un film già visto addi­rittura per tredici giocato­ri che, ieri, si sono imbar­cati per Verona per un’al­tra vigilia in cui tutto sarà stato meno che facile prendere sonno. C’erano Doni e Julio Sergio, anche se a ruoli invertiti, anzi Julio non stava neppure in panchina perché all’epoca era ancora soltanto il mi­glior terzo portiere. C’era­no Cassetti, Mexes e To­netto, quel giorno a Cata­nia tre-quarti della difesa titolare mandata in cam­po da Luciano Spalletti, con Juan in panchina ma solo perché non al meglio da un punto di vista fisi­co. C’era tutto il centrocampo romani­sta di oggi, De Rossi, Pizarro, Perrotta, Brighi, Taddei, i primi due in campo dall’inizio, Brighi subentrato nel secon­do tempo, Taddei costretto a fare lo spettatore a causa di un infortunio mu­scolare. C’era Mirko Vucinic, autore di quel gol gioiello che per un’ora ha fatto toccare con mano lo scudetto, prima che Zlatan Ibrahimovic a Parma buttas­se le stampelle dietro la panchina per entrare in campo, segnare una doppiet­ta per uno scudetto che da queste parti non hanno mai dimenticato, se non altro per tutte le polemiche arbitrali che ac­compagnarono il cammino della squa­dra di Roberto Mancini che, a distanza di pochi giorni, sarebbe stato messo al­la porta per fare spazio a Special One.

    Il ricordo di quella vigilia chissà che non possa essere d’aiuto per la Roma che oggi scenderà in campo allo stadio Bentegodi di Verona, sperando in un esito diverso rispetto a quello di due an­ni fa, al culmine di una stagione fanta­stica, ottantadue i punti in classifica (record della Roma), gli stessi che ser­vono, oggi, all’Inter per avere la certez­za del titolo e respingere l’ultimo, di­sperato, attacco della truppa di Claudio Ranieri. I giallorossi, oggi, sanno me­glio come prepararsi agli ultimi novan­ta minuti in cui ci si gioca tutto o niente. Tra l’altro, questa volta, c’è una mag­giore serenità, la consape­volezza di aver fatto co­munque un’impresa irri­petibile o quasi, anche se quella partita con la Sam­pdoria ancora popola i so­gni dei giallorossi. Due anni fa, però, c’era più rabbia, la certezza che la classifica con cui si sareb­be scesi in campo per l’ul­tima fatica, non rispetta­va quello che avevano fat­to vedere in campo le due squadre nelle precedenti trentasette partite di cam­pionato. Una rabbia che alla fine di quel Catania-Roma giocato ai limiti della re­golarità, anzi oltre, centinaia di perso­ne in campo, tanti, troppi, intorno alla panchina romanista, tanti, troppi a sus­surrare parole vergognose a Spalletti e agli altri componenti, portò alla fine di quei novanta minuti ai confini della re­altà, un ragazzo come Daniele De Ros­si a rifiutarsi di fare i complimenti al­l’Inter che stava festeggiando il suo scudetto, interpretando quelli che era­no i pensieri di tutti i tifosi romanisti. Stavolta quella rabbia sarà assai mino­re. Sperando che le Dolomiti che si ve­dono da Verona siano più generose del mare di Catania.

    Piero Torri
    Scrivi un commento
    Per poter inserire un commento/articolo devi eseguire il login


     


     
    Se non sei ancora registrato clicca quì: REGISTRATI
     
    in edicola
    Vai alla prima pagina