Diego Milito

“Ibra, chi era costui?”: El Principe ha conquistato tutti in una stagione

    Forse al mondo esiste solo una persona che non si è ancora convinta del tutto del valore di Diego Milito: si chiama Diego Armando Maradona, è il Ct dell’Argentina e per lui uno come il vecchio Martin Palermo, tanto per dire, è allo stesso livello del Principe; addirittura, il bomber nerazzurro ha rischiato fino all’ultimo di fare la stessa fine di Cambiasso e Javier Zanetti, depennati dalla lista dei convocati per il Mondiale in Sudafrica. Per evitare la stessa onta, Diego quest’anno ha dovuto fare veramente i salti mortali. Ai Mondiali non partirà titolare (il madridista Higuain sembra in pole position) eppure visto il Milito delle ultime stagioni italiane, pensarlo vicino a Leo Messi vorrebbe dire automaticamente inserire la Nazionale albiceleste tra le favorite per il Mondiale.

    D’altronde il calcio è strano: ci sono talenti cui vengono affibbiate le stimmate dei predestinati sin da giovanissimi, e ce ne sono altri, come Milito, cui il destino riserva una strada ben più tortuosa per arrivare alla consacrazione. Oriundo italiano di terza generazione (i nonni erano calabresi, originari di Terranova da Sibari, vicino Cosenza), soprannominato “El Principe” come l’ex fantasista uruguaiano Enzo Francescoli per via della notevole somiglianza fisica, Diego esordisce nella prima divisione argentina ben lontano dalle ricche squadre della capitale: il suo club è il Racing di Avellaneda, squadra blasonata ma che non vinceva un titolo dal lontano 1966. Ebbene, trascinato da Milito, il Racing Club nel 2001 vince il torneo Apertura conquistando il sedicesimo titolo nella storia.

    Un’affermazione del genere gli vale un contratto in Europa, ma non proprio quella che conta: la sua esperienza nel Vecchio Continente parte da Genova, altra terra d’emigranti, con un altro club storico un po’ decaduto, il Genoa, che milita in B. L’ambientamento è fulmineo, 33 gol in due stagioni, ma improvvisamente il sogno della Serie A si tramuta nell’incubo della Serie C: è l’estate del 2005, e per colpa dello “scandalo della valigetta” i rossoblù sono retrocessi nella terza serie nonostante la promozione conseguita sul campo. Milito è costretto a lasciare Genova e approda a Saragozza, anche in questo caso non una grande della Liga spagnola, raggiungendo il fratello Gabriel. Diego incanta anche la Liga: 53 gol in campionato in tre stagioni. Ma nella storia rimarrà il poker rifilato al Real Madrid nel 6-1 nella semifinale di Coppa del Re nel 2005-06. L’ultima stagione, nonostante i suoi 15 gol, si chiude però con la retrocessione del club in seconda divisione. Ma c’è chi scende e c’è chi sale: il Genoa nel frattempo è tornato in Serie A e i destini del club di Preziosi e del giocatore si incrociano di nuovo.

    Il resto è storia recente: la scintilla che scocca all’istante per la seconda volta, Milito che segna gol a raffica tra cui una tripletta nel centesimo derby della Lanterna con la Samp, il Genoa che conquista l’accesso all’Europa League, Milito che chiude la stagione con 24 gol in campionato, appena uno in meno di Zlatan Ibrahimovic, di cui prenderà il posto a fine stagione. E siamo ai giorni d’oggi. La sua consacrazione, Diego l’ha trovata definitivamente quest’anno, a 30 anni compiuti: l’Inter gli ha dato la possibilità di affacciarsi finalmente nel calcio che conta, e lui non si è fatto pregare per dimostrare di essere assolutamente all’altezza. Lui ed Eto’o avevano il compito di non far rimpiangere Ibra e Diego ha risposto con tanti gol importanti, ma non solo: numeri a parte, Milito ha convinto per il suo modo di interpretare il ruolo di centravanti, per la sua versatilità, la capacità di giocare per la squadra, di aprire varchi, di trovare assist preziosi per i compagni. Insomma, se Ibra era uno splendido solista, Diego è stato di più, un frontman capace di adeguarsi allo spartito suonato dalla banda nerazzurra. (…) Nelle tre gare decisive (Coppa Italia, campionato, Champions) ha segnato solo lui: quattro gol per centrare lo Slam. Ora l’altro Diego (Maradona) non ha più scusanti.

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