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Daniele Garozzo: «Cerco l'oro anche nella vita»

Daniele Garozzo: «Cerco l'oro anche nella vita»

Il campione olimpico del fioretto si racconta: Cominciai in un garage come Rocky. Ho già realizzato il mio sogno nello sport, adesso studio per diventare medico». Testimonial per la campagna di Medici senza Frontiere per le vaccinazioni nella Repubblica Centrafricana

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 Leandro De Sanctis e Francesco Volpe

mercoledì 28 settembre 2016 15:54

ROMA - Daniele Garozzo è stato uno degli azzurri d’oro dell’Olimpiade di Rio. Campione di fioretto e dialettica, un ragazzo di oggi sbocciato in Sicilia, che con semplicità lavora quotidianamente per concretizzare i suoi sogni, in pedana e sui libri. Ospite in redazione, si è raccontato con entusiasmo e generosità. 

Cosa rappresentavano per lei i Giochi di Rio?
«Il sogno di ogni sportivo. Io tutti i giorni della mia vita mi sono allenato con queste ambizioni. Ho bruciato le tappe. Ho vinto tanto, ma non ero io il favorito per una competizione così importante. Il livello del fioretto è altissimo. Sapevo di poter giocare le mie carte, avevo molta fiducia nei miei mezzi e ho realizzato un sogno. Il mio sogno»

Qual è il suo ricordo olimpico di quando era bambino?
«Ricordo la sconfitta di Sanzo ad Atene. La prima Olimpiade che vidi in Tv. Partì in vantaggio e poi perse 15-13. Tra i primi a scrivermi dopo l’oro è stato proprio lui, oltre a Borella, Puccini, Magni. Puccini mi ha mandato il complimento più bello sui social: era felice che gli avessi tolto il primato dell’ultimo oro italiano del fioretto perché posso essere un esempio delle prossime generazioni di schermidori, con professionalità, e serietà. Non sono arrogante, sono una persona semplice, seria».

Chi era il suo idolo?
 «Non ho avuto un vero e proprio idolo. Forse Baldini. Ho avuto la fortuna di essere suo compagno. E Stefano Barrera, bronzo mondiale, un ragazzo di Siracusa, con cui ho avuto la fortuna di allenarmi ad Acireale, quando facevo la spola tra Acireale, Siracusa e Modica».

Campione ma senza divismo?
«Ho amici schermidori che vivono questa popolarità in modo un po’ egocentrico. Io sono un ragazzo comune, non mi sento popolare, non ho l’ambizione di diventarlo. Volevo vincere l’Olimpiade e ci sono riuscito, voglio diventare medico e ce la farò».

Concretezza, semplicità, equilibrio. Quanto ha influito la sua famiglia?
«Sono cresciuto in un’ottima famiglia, che mi ha dato dei valori. E anche l’ambiente schermistico è stato molto educativo. La rivalità a due sprona a dare il meglio di sè. Massialas è un mio grande avversario dell’infanzia. Se ho vinto l’oro olimpico è grazie a lui. Ha 22 anni, coltivava il mio stesso sogno. Io in pedana mi trovo male con lui, lui bene con me. Eppure subito dopo la finale mi ha abbracciato dicendomi: «Complimenti, hai vinto perché sei stato il più bravo oggi».

Il post Olimpiade?
«Ho ricominciato ad allenarmi subito. Due-tre settimane di vacanza, come sempre. Ho qualche impegno istituzionale in più, ma riesco a conciliare tutto, anche se mi deconcentra un po’. Ho la stessa voglia di vincere e la stessa fame di prima»

Il suo impegno al fianco di Medici senza Frontiere, al quale ha devoluto il suo premio olimpico?
«Da medico sogno di aiutare dove c’è più bisogno, come fa MdF. Lì la presenza del medico fa la differenza. In cosa mi specializzerò? Mio padre è angiologo e vorrebbe che seguissi la sua strada, a me piace di più ortopedia. Vedremo. L’obiettivo è laurearmi entro i 30 anni. Vorrei fare altre due o tre Olimpiadi»

Difficile conciliare sport e studio?
«In Italia non è semplice ma bisogna fare sacrifici. Si può studiare e fare sport ad altissimi livelli. Diana Bianchedi s’è laureata vincendo medaglie e oggi è d.g. di Roma 2024. Ho avuto delle offerte dagli Usa, con borse di studio importanti, ma avrei dovuto abbandonare la carriera sportiva»

Come iniziò la sua avventura nella scherma?  
«Per divertimento. La gare erano una scampagnata. Ora si è seguiti da psicologi, dietologi… Partivamo in macchina, con mio padre Salvo e mamma Giuliana che ci faceva mangiare la pasta al forno e la frutta. E dieci minuti dopo in pedana. Non so come Enrico riuscisse a tirare. Iniziò con fioretto, ma non era troppo portato e passò alla spada. Ci prendevamo in giro ma siamo i primi tifosi l’uno dell’altro. Vincemmo insieme il Mondiale ad Acireale, in casa, in due categorie diverse. Fu festa grande. Tutti i sacrifici che ho fatto con piacere perché la scherma è veramente la mia passione. Anche quando perdo. Le sconfitte ti educano, pure se bruciano».

La storia del garage?
«Vera. La prima palestra era in stile Rocky: un garage. Non c’è descrizione migliore. Tre pedane incastrate, Domenico Patti il mio primo maestro. Più un educatore, di gran carattere: ha portato tre atleti ai Giochi, mio fratello, io e Marco Fichera. Sudore e sangue, tante ore, con lui che ci urlava ma ci voleva veramente bene. Ci ha insegnato a non mollare mai. E quel garage ha aiutato a formare il carattere. Non c’erano fiorettisti e mi allenavo con un manichino. Ore e ore a tirare stecche al manichino».

La scherma non era l’unico amore sportivo però.
«Ho giocato a calcio, un po’ di karate. Mi piace il tennis, nuotare, anche per la preparazione atletica. Gioco ancora a calcio, da attaccante, ma il maestro Fabio Galli a Frascati me lo ha vietato, mi faccio sempre male alle caviglie. Papà mi consigliò: fidati, scegli la scherma. Ho deciso a 13 anni quando arrivarono le prime convocazioni. Alla fine ho scelto bene. Lasciai casa a 18 anni appena compiuti, andai a vivere da solo. Un’esperienza molto formativa. Ero viziato e coccolato: mamma, papà, gli zii che vivono nel mio palazzo. La prima sera lontano da casa mangiai pomodori crudi a morsi. Ora sono diventato un esperto di riso in bianco e petto di pollo»

Che sport le piace vedere invece?
«Calcio e tennis, oltre alla scherma. Bisogna continuare a vederla e alla fine si capisce. Anche al Sei Nazioni di rugby tanti vanno per l’evento, non perché capiscono benissimo il gioco. Sarebbe importante far vedere il più possibile la scherma, che è molto adrenalitica. Sono stato all’Open, purtroppo non ho seguito la vittoria di Molinari ma si ha la sensazione di un grande evento. Cosa che nella scherma accade solo ai Giochi olimpici, ogni quattro anni. Solo a Parigi si respira un’aria altrettanto magica anche in pedana»

Lei è tifoso della Juventus, che ne pensa dell’avvio di stagione?
«Siviglia e Inter sono stati due passaggi a vuoto, però serviranno a costruire il gruppo. Higuain in panchina con l’Inter è stato un segnale per Mandzukic. E’ una squadra in costruzione. Alla fine verrà fuori. E’ imparagonabile alle altre società italiane. Farà come PSG o Bayern. A proposito di miti, io ho il mito di Del Piero. Ricordo il gol a Bari dopo la morte del padre. Alex è stato un signore dentro e fuori dal campo. Uno sportivo vero».

Roma 2024, lei era favorevole?
«Sì. Perché nel 1960 abbiamo avuto investimenti importanti, che hanno migliorato la città. Si parlava di accettare la candidatura, dire no è come rifiutare un biglietto della lotteria»

Da sportivo e futuro medico, cosa pensa del doping?
«Capitolo molto brutto, che nella scherma fortunatamente capita raramente. Le pene devono essere rieducative, ma molto forti. Dico subito che io ero a favore della partecipazione di Schwazer a Rio. Nel mio sport quattro russi che sono sicuramente dopati hanno partecipato a Rio. Non si sanno i nomi, ma si sa che quattro erano dopati. Chissà se hanno preso medaglie. Lo trovo scandaloso. Corretto che atleti importanti vengano controllati molto spesso. Prima di Rio ho apprezzato il fatto di ricevere così tanti controlli. Quattro volte in venti giorni a casa, alle 6 di mattina. Ma se poi non squalificano quelli che vengono trovati positivi... Non dimentico che si privò Baldini, che sono certo sia sempre stato pulito, di un’Olimpiade perché qualcuno gli mise il furosemide nella bottiglietta o nella provetta. Era il numero uno del mondo. Sulle esenzioni porto ad esempio la mia situazione: soffro di allergia, quando ebbi un attacco grave, mi fecero cortisone in ospedale. Legittimo se serve a salvare una vita. Ma se hai 4-5 modelli TUE in tempi ristretti, qualche sospetto lo alimenta»


E’ fidanzato con una schermitrice, Alice Volpi: riuscite a non parlare di scherma?
« Sono io che ne parlo troppo e Alice mi ricorda spesso che nella vita c’è anche altro. Siamo due ragazzi di 24 anni che si divertono in maniera semplice. Viaggiare, cinema. Io starei sempre a fargli vedere video. A lei piacciono i film romantici, io preferisco quelli d’azione. Quando viaggio studio in ogni ritaglio di tempo, sennò mi sento in colpa. Il mio hobby è la medicina»

Una trasgressione innocente che si concede?
«Rompo la dieta. Mi abbuffo di sushi. E una piccola sbornia una volta ogni tanto. Ma faccio vita regolare. In un anno posso trasgredire due o tre volte»

Le città del mondo che le sono rimaste nel cuore?
«Ho girato il mondo, ma ho visto sempre alberghi, palazzetti e aeroporti. Sono molto legato a Parigi, mi porta fortuna. Mi piace molto la cultura giapponese, sono educati, rispettosi anche se hanno qualche stranezza. Sono contento che organizzino le prossime Olimpiadi: quando fanno le cose, le fanno bene. A Tokyo saremo solo in due, non avremo la squadra. Qualificarsi sarà già un’impresa».

Sport in mano ai vecchi burocrati…
«Gli atleti dovrebbero avere più voce in capitolo. Nella Federazione internazionale della scherma si presta poca attenzione alle nostre proposte. L’80% delle gare le facciamo per atleti e addetti ai lavori, dello spettatore non si cura nessuno. Dobbiamo rendere più palpitante e spettacolare il nostro sport. I tornei sono enormemente dispersivi. Facciamo partire l’evento vero e proprio dai quarti di finale. In qualche gara succede, come a Parigi, dove curano la coreografia. Purtroppo votano federazioni che di sport sanno nulla, delegano e se ne fregano. Ma i loro voti pesano. E comandano i russi, con Usmanov che ha veramente in mano la scherma».

Concentrazione in silenzio nella gara, musica per isolarsi?
«Durante le gare ascolto sempre la stessa canzone, a volte durante tutta la stagione. Quest’anno la colonna sonora è stata Imagine di John Lennon. Il silenzio è importante in pedana e nei momenti pre-gara. La psicologa, Chiara Santi, mi ha insegnato a trovare la concentrazione nei momenti prima dell’assalto. Mi chiudo in bagno e mi concentro. La psicologia mi ha dato tanto: ho cominciato da n.150 del mondo e ora sono campione olimpico. Sono adrenalinico, ho una personalità forte, ma tutto questo a volte mi schiaccia. E’ un peso, che bisogna trasformare in molla. Trovare l’equilibrio è importante».

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