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Schwazer: «Non mollerò fino a che non avrò giustizia»

Schwazer: «Non mollerò fino a che non avrò giustizia»
© REUTERS

Una giornata a casa di Alex, il marciatore ingiustamente squalificato per 8 anni. Un caso di doping pieno di buchi e omissioni, maturato tra molti sospetti e troppe anomalie

 

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di Xavier Jacobelli

venerdì 30 settembre 2016 18:27

ROMA - L’appuntamento è al casello di Vipiteno, Alex Schwazer spacca il minuto. Una precisione decisamente freudiana per un marciatore abituato a vivere con il cronometro nella testa. Quando gli avevo telefonato per chiedere se gli andasse di incontrare il Corriere dello Sport-Stadio, non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine del trentunenne altoatesino con lo sguardo perso nel vuoto in un bar di Rio, dov’era approdato con Sandro Donati dopo la mazzata del Tas. Otto anni di squalifica, niente 20 km e nemmeno 50 km dove il podio sarebbe stato certo e l’oro molto probabile, basta controllare i tempi di chi l’ha vinto; carriera stroncata, carriera strozzata da una decisione scandalosa, da una kafkiana macchina del potere che aveva stritolato il ragazzo di Racines.

LA PROVETTA - Era il 10 agosto scorso. Dov’eravamo rimasti, signor Schwazer? Anche adesso siamo seduti in un caffè, il Camping, alle porte di Racines, 4.000 anime, Alta Valle dell’Isarco, Helmatgemeinde des Olympiasiegers im 50 km Gehen, Comune di residenza del campione olimpico nella 50 km di marcia. La cameriera porta due succhi di mele. Fiele puro, invece, ha ingurgitato Alex in questi mesi. Anche se non lo dà a vedere, anche se non si allena più ogni giorno. Ha elaborato il dolore per il torto che gli hanno fatto. E’ determinato, duro, forte. Riparlare di Rio gli fa bene, come se ogni volta stesse meglio. «E’ stato tutto allucinante, ma io non mollo e non mollerò mai, sino a quando non avrò avuto giustizia». Flash back: «Il 16 dicembre testimonio davanti al tribunale di Bolzano nel procedimento aperto per ottenere giustizia e, lo stesso giorno, “casualmente” la Iaaf dispone il controllo che viene effettuato il primo gennaio. Poi la provetta, l’unica riconoscibile e “curiosamente” etichettata Racines, resta incustodita per un’ora a Innsbruck...». Il 2 gennaio il campione arriva in laboratorio a Colonia dove viene però analizzato soltanto il 14 aprile. Risulta negativo, ma diventa positivo il 26 aprile e ufficiale il 13 maggio, cinque giorni dopo che Schwazer domina a Roma i mondiali di marcia a squadre. Seguono altri 18 controlli, tutti negativi, Sandro Donati ha affermato: «E’ stata creata una manipolazione. Bisognava mettere fine al mio impegno contro le federazioni corrotte e la federazione internazionale di atletica lo è. Schwazer è fortissimo, avrebbe tolto l’oro a persone che hanno il dominio nella marcia».

60 ANALISI - Schwazer sorride pensando a Donati al quale lo lega una gratitudine lunga 50 km. «Sono stato io a volere andare a Rio, davanti al Tas. Ci sono voluto andare perchè sapevo di essermi comportato con trasparenza e con onestà. Avevo comunicato alla Wada la mia disponibilità ad essere controllato 24 ore su 24, quando, come e dove la Wada avesse voluto. Sempre e comunque. In un anno mi sono sottoposto a 60 controlli ematici, 30 dei quali privati, cioè pagati di tasca mia, gli altri della Iaaf e del Coni. Tutti negativi». Il racconto si fa incalzante. «Il 21 giugno mi è stata notificata la positività. Io e Donati abbiamo chiesto subito le controanalisi per il 28 giugno, la Iaaf, invece, le programma per l’8 luglio, un venerdì. Sabato 9 e domenica 10 i laboratori sono sempre curiosamente chiusi e, sempre curiosamente, lunedì 11 scade il termine Fidal d’iscrizione a Rio. Ma la Iaaf, a nome mio e senza informarmi, comunica alla Wada che io non posso anticipare il controllo. Tutto questo salta fuori durante le otto ore di udienza a Rio, ma quelli del Tas sono notai. E, come notai, mi infliggono 8 anni di squalifica in quanto recidivo».

70.000 KM - Questa storia è talmente piena di buchi e di omissioni Iaaf che ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Il sorriso di Schwazer si fa sardonico: «E pensare che hanno dato l’esenzione terapeutica agli atleti portati a galla dagli hacker russi. Buffo, no che tutto questo venga alla ribalta soltanto adesso: non trova? Ma gliel’ho detto: né io né Donati molleremo, non calerà il silenzio, romperemo ogni silenzio. Ho fatto 70.000 km a piedi in 12 anni: secondo lei, adesso potrei mai avere paura di qualcosa, dopo tutto quello che mi hanno fatto?».

LA GENTE HA CAPITO - Schwazer aborrisce i social, Facebook, Twitter. «Non mi piacciono, preferisco il contatto diretto con le persone, non amo la realtà virtuale». E la gente che incontra, che cosa le dice? «La gente ha capito, sa che cosa ho fatto per tornare pulito. Sa che nel 2012 ho sbagliato e ho pagato. Sa che mi sono allenato per quattro anni alla luce del sole. Quelli che mi vedono male stanno nell’atletica, forse perché sono disinformati. Parlano, giudicano, ma non sanno nulla». Scusi, signor Schwazer, perché hanno fatto tutto questo proprio a lei che ha riconosciuto i suoi errori, ha scontato la squalifica ed ha spinto un’autorità internazionale dell’antidoping qual è Donati, a diventare il suo allenatore? «I motivi sono diversi. I miei rivali dicevano: Alex era dopato, per questo era il più forte». Dimenticando che ho vinto un’Olimpiade con ematocrito 37”.

DIVENTERò PADRE - Lei è credente, signor Schwazer? «No». Glielo chiedo perché, se fosse credente, probabilmente avrebbe cercato aiuto nella fede quando l’uragano si è abbattuto su di lei. Come ha fatto a resistere? «Io so ciò che ho fatto, come mi sono comportato. Oggi, la mia vita privata è bella e felice come non lo è mai stata. Io non sono solo. Io ho la mia ragazza che mi ama con tutta se stessa e a febbraio mi renderà padre; ho la mia famiglia, i miei amici. E’ per loro che non devo, non posso cedere. Sa che cosa ho imparato in fondo a tutta questa storia? Che bisogna essere umili e bisogna rimanere umili anche quando vinci un’Olimpiade. In questi quattro anni ho riscoperto il piacere di allenarmi e il merito è di Donati. Prima, allenarsi era diventato un incubo. Ho imparato che il risultato non è tutto: è molto più importante il percorso pulito che si compie per arrivare al risultato».

PANTANI E LA DEPRESSIONE - Il discorso si allarga. Si parla di tante cose. Si pensa a Pantani, fatto fuori dal Giro ’99 in circostanze che definire maleodoranti suona insulto alle fogne. Pantani, mai trovato positivo a un controllo antidoping. Pantani, che, dopo Campiglio, infilò il tunnel della depressione. L’espressione di Schwazer si fa triste. «So bene che cosa sia la depressione. Ci sono passato anch’io e posso solo immaginare che cosa abbia provato Pantani. A me non succederà ciò che è successo a lui. Quando ero depresso, ero pieno di dubbi: su di me, sulla mia vita, Ora non ho più tanta paura. Ripongo grandi speranze nell’inchiesta di Bolzano. I giudici vogliono andare sino in fondo. Hanno disposto il test sulle mie urine: dai risultati capiranno molte cose».

“I RUSSI ERANO FATTI”. Scusi, signor Schwazer: perchè hanno stangato lei, pulito e non i russi, accusati dalla Wada di praticare doping ad alzo zero? «Le dirò una cosa. Se tornassi indietro, non mi doperei mai più. Mai più. Ma sa perchè, ad un certo punto sono andato fuori di testa e mi sono dopato? Perché tutti sapevano che i russi erano fatti, ma nessuno diceva nulla. I russi vincevano tutto e allora mi sono detto: a Londra meglio arrivare secondo dopato che primo da pulito. Perchè, primo da pulito non ci arriverai mai. Io sono un ex dopato che ha denunciato il doping e il sistema che fa? Punisce chi denuncia le sue storture. Preferisce il silenzio, l’omertà. Lo sport è come la vita: non tutto è bello, ma c’è chi fa finta di non vedere ciò che è brutto. Delle Olimpiadi ho visto solo uno spezzone della cerimonia di chiusura: ho visto Bach e Coe sorridere come due angeli, che teneri; ho visto gli abbracci alla Isinbayeva. Anche mia nonna ha smesso di guardare le Olimpiadi. Non ci crede più nemmeno lei». Sono passate quasi due ore. All’ingresso di Racines c’è il cartello che immortala il nome di Schwazer campione olimpico. «E’ la prima volta che mi faccio fotografare accanto a questo cartello, sa? Grazie per la chiacchierata».

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