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Ricordate Ylenia Scapin? Allena campioni
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Ricordate Ylenia Scapin? Allena campioni

L'ex azzurra inaugura ogni sei-sette anni una nuova fase della sua vita. Richiamata dalle Fiamme Gialle in attività, è tornata sul tatami

ROMA - Un giorno lascia le montagne e scopre che... hanno inventato il mare. «La prima volta l’ho visto a Ostia, e avevo 18 anni. Da piccola non mi ci portavano perché ero terribile e pericolosa». La voce di Ylenia Scapin non tradisce quella bambina (terribile) che non ha conservato l’età, ma l’entusiasmo nelle cose e l’energia per rigenerarsi e inventarsi ogni giorno. Ricominciare da sé è l’arte della resistenza. 
 
DONNE CHE NON MOLLANO. Ha atteso sette anni il suo momento o ri-momento. Sette anni di servizio all’aeroporto, con la serietà e il senso di responsabilità che è proprio delle donne: fai, fallo bene e fattelo pure piacere. Donne che non mollano mai, che scalano le Cime di Lavaredo per scoprire che il mondo non finisce lì. «La vita per me è ciclica, ogni periodo dura 6-7 anni, poi si cambia. Non posso fare la stessa cosa per sempre». Ridiamo: la vita ciclica è un’idea assolutamente condivisibile. Ma ci vuole coraggio a cambiare. «A 18 anni sono andata via da Bolzano, se volevo crescere nello judo dovevo andare oltre. E’ stata tosta, ma finché non esci dal microcosmo non hai il polso della situazione». 

Ylenia Scapin, ex judoka con due bronzi olimpici (Atlanta e Sydney), campionessa d’Europa, diversi altri bronzi e argenti europei. Il 2008 è l’ultimo anno di un ciclo. Il 2009 è il fine-ciclo, il ritiro. «Dal 1996 al 2008, quattro Olimpiadi, ho fatto la storia. Ma dopo, per me è iniziata una vita parallela: finanziere in aeroporto e allenatrice dei bambini fuori dall’Arma. Poi il miracolo: alle Fiamme Gialle mancavano allenatori ed è venuto fuori il mio nome. Mi hanno richiamato in palestra, ad allenare, e nel maggio 2016 sono stata aggregata al gruppo sportivo. La prima donna in assoluto». A volte le parallele convergono e Scapin è ritornata una. 
 
QUALCOSA IN PIU'. Se la cavava con lo sci e il tennis, ma... «C’era qualcosa in più nel judo. E’ uno sport che non ti permette altro. E’ individuale ma se non hai un gruppo di confronto non combini niente. La preparazione fisica conta, ma contano di più la testa e la disponibilità al sacrificio».  Judoka e persona, una fusione. «In questa disciplina c’è una trasposizione del proprio essere. Da come combatti capisco che persona sei. Da come ti alleni affronti la quotidianità. Io sono tenace, ostinata, maniacale negli allenamenti e nella vita. E’ uno sport che non si può affrontare superficialmente. Ci sono dinamiche emotive mentali forti, non è come la corsa. Quando combatti la mente va disinnescata, deve essere libera, in quattro minuti di incontro non puoi pensare. Devi guardare negli occhi l’avversario. E se non ti guarda è brutta cosa, vuol dire che è poco affidabile». 
 
LA LEGGEREZZA. Quando Ylenia è partita da Bolzano era poco più che una bambina, andare a Roma significava entrare in un mondo fantastico. «E’ stato brutto lasciare amicizie e affetti, sono anche figlia unica... Però ho iniziato a vivere da atleta. Provavo grandi emozioni e arrivavano anche i risultati. Ho comprato la prima casa quando ancora non avevo uno stipendio, e sono stata arruolata l’anno dopo. Le cose venivano da sole, gara per gara, quadriennio per quadriennio. Andavo sul tatami senza sapere quasi nulla dell’avversario. Oggi si conosce tutto, perché c’è il match analyst». E non è meglio sapere chi si ha davanti, è un vantaggio, no? «Mah, si combatte con più pressione. Ci sono junior che vincono premi da senior, che fanno grandi risultati. Ma a vent’anni sono già stanchi. Ci sono ragazzi che se non vincono presto si perdono, questo non va bene. Si smontano le convinzioni, perché si deve finalizzare». I genitori hanno le loro responsabilità? «Non è come il calcio che ha tanti, troppi allenatori. Nel judo sono i club a fare pressione, le famiglie no, non sono così competenti». 
 
UNA MATTINA MI SON SVEGLIATA. Era il luglio 1996 quando Scapin va alla sua prima Olimpiade. Ad Atlanta, mica una qualunque, l’Olimpiade del centenario, quella che doveva essere in Grecia, legittimamente, ma la Coca Cola paga, i templi no. Così un mese in Georgia, tra i cimeli di Via col Vento. «Avevo 21 anni e tante cose per la testa che fare risultato non era nella lista. Ero ubriaca di Roma, dove da poco vivevo, e dell’America, di McDonald’s. Quella leggerezza mi ha dato il bronzo; soltanto l’indomani mi sono resa conto. Mi sono svegliata e in un attimo ero consapevole di quello che avevo fatto, e che la bambina che ero fino a ieri non c’era più. Quella vittoria è stata come il primo bacio. E anche la fine della spensieratezza. Sono diventata grande in un momento. Ma da lì ho fatto un quadriennio da paura». 
 
IL LIMITE Di GENERE. Ma come sempre se sei donna devi aspettare il turno, e quello dopo e dopo ancora. Ecco perché Ylenia ha fatto sette anni di aeroporto. «Ho sposato Roberto Meloni, anche lui tecnico (Carabinieri e Nazionale, ndr), abbiamo avuto due figli, e avere famiglia impone ritmi e limiti. Non ce la facevo ad allenare, non c’era la possibilità. O lui o io. Così lui ha allenato e io ho smesso. Ma non è stato così semplice accettare, mi sono messa in discussione: forse c’è qualcosa di sbagliato in me; forse dico subito quello che penso; forse la mia presenza condiziona; forse sono un problema. Però lo stesso mi sono messa ad aspettare. Perché lo sport per me è un’oasi felice».  Nel suo caso non è stato un miraggio, quell’oasi c’era ed è stata raggiunta. «Le donne nello sport hanno ruoli trasversali. Però nel judo stiamo aumentando. E’ dura eh, e il è professonismo impossibile. Si finisce con l’abbandonare, specie per fare un figlio. Durante la maternità ho smesso di fare l’atleta, per esempio, ma io ero tutelata. Non tutte hanno la fortuna, come me, di entrare nell’Arma, per esempio». Ha allenato i bambini, ora allena i ragazzi, adolescenti in uscita, gli appena “maturati”, ha due figli ancora piccoli, cosa fa per la nuova gioventù? «Io cerco di dare delle armi trasversali. Non dico cosa devi fare, ma come lo devi vivere. Perché bisogna essere in sintonia con quello che si fa. Ai giovani vanno dati gli strumenti per scoprire la loro vocazione e riuscire a trasformarla in lavoro. Vale anche per i miei figli, per ora fanno di tutto, vivere di sport è un’emozione, però vedremo, quello che conta è che trovino l’emozione in qualsiasi cosa faranno».

Nelle sue mani si è accesa una stella intanto: Alice Bellandi, vent’anni appena compiuti e fresca campionessa del mondo 2018, destinazione Olimpiade Tokyo 2020. «Ostinata, capricciosa, talentuosa da morire. Figlia unica, qualità fisica, Alice mi somiglia. E’ entrata nelle Fiamme Gialle all’ultimo. Chiude l’anno con un record perché ha fatto la doppietta Europeo e Mondiale, mai fatta, e passa nel mondo dei grandi. Ha tutto il 2019 per giocarsi la carta olimpica. Sarà un anno difficile e bello».  A tornare nelle montagne non ci pensa. Ha portato a Ostia anche i genitori. Una montanara con la patente nautica, la contraddizione che nasconde la similitudine. Ama il mare e non la spiaggia, quindi vacanza sì ma sulle onde, l’ozio sotto al sole mai. Ma se può scegliere, Ylenia torna al suo richiamo ancestrale. «Quando vado in alta quota la sintonia è diversa. Quindi per una vacanza prediligerei una camminata in montagna». Chiudere non è facile, troppe cose da raccontare e troppa voglia di farlo. Allora facciamo la domanda più banale: Ylenia le è mai capitato di usare il judo per difendersi? Ride, chissà quante volte glielo avranno chiesto. «Mi è capitato sì, ma ho menato come un fabbro. In ogni caso prima di tutto scappo». 
 

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