Fraser-Pryce vuole entrare nella leggenda

A Rio la giamaicana va alla ricerca del terzo oro olimpico di fila dei 100 metri piani. Ha già conquistato anche tre mondiali. Il ruolo di favorita non la preoccupa: "Pronta ad andare alla guerra. Tornerò vittoriosa".
Fraser-Pryce vuole entrare nella leggenda
Andrea Ramazzotti
6 min

MILANO - Un decimo di secondo è il tempo in cui vive un velocista. È ciò che separa i detentori di record mondiali dai semplici campioni. Un decimo di secondo è tutto ciò a cui pensa costantemente Shelly-Ann Fraser-Pryce. Soprannominata “Pocket Rocket” nella sua terra nativa, la Giamaica, per la sua corporatura minuta (è alta  1,55 m.) minuscola rispetto alle sue allampanate avversarie, è l’attuale campionessa del mondo nei 100 metri piani. Ma non è la pura velocità che la spinge a fare sempre meglio bensì il tempo. E per alterare il tempo, bisogna raffinare la tecnica. “La maggioranza della atlete che gareggiano sono tutte veloci - ha spiegato Fraser-Pryce - e quando 4, 5, 6 o 8 di noi sono in gara vicinissime, una accanto all’altra, la differenza la fa la tecnica”. A Pechino, nel 2008, Fraser-Pryce ha corso 100 metri in 10.78 secondi. A 21 anni, è diventata la donna più veloce del mondo e la prima giamaicana della storia a vincere l’oro in questa disciplina. Solo un anno prima, nessuno lo avrebbe mai immaginato.

STORIA - Shelly-Ann Fraser-Pryce è nata il 27 dicembre 1986 da una madre single a Waterhouse, un quartiere di estrema periferia di Kingston conosciuto per la sua squadra di calcio e per aver prodotto il maggior numero di leggende del reggae di qualsiasi altra zona della città. E’ cresciuta sotto l’occhio attento della sua giovane madre, Maxine, che, a causa di problemi legati a compagnie di teppisti e di gang, la faceva venire immediatamente a casa dopo la scuola. E se qualcuno osava gridarle dietro lungo il percorso, era lei stessa che lo rimproverava subito pesantemente, proteggendo la sua “bambina”. Ma l’influsso positivo di Maxine non si limitava alla disciplina quotidiana: da giovane anche la madre di Fraser-Pryce correva e ha continuato finché non è rimasta incinta del suo figlio più grande, Omar. Ancora oggi Fraser-Pryce riconosce che sua madre è il motivo principale per cui corre.

ALLENAMENTI - Sotto l’attenta cura del suo coach, Stephen Francis, Fraser-Pryce ha perfezionato la sua tecnica fino a diventare una pluripremiata medaglia d’oro (è anche la prima donna della storia ad aver vinto per tre volte il campionato del mondo nei 100 metri piani). “Non era naturale per me correre nel modo in cui corro. Le mie tecniche le ho imparate con il lavoro” ha continuato Fraser-Pryce che ha poi ricordato i suoi inizi. “Correvo quasi sulla mia faccia e Francis è dovuto intervenire. E' stato costretto a farmi alzare le ginocchia e una sera durante un allenamento, quando non stavo applicando la tecnica correttamente, mi mandò in pista a fare 100 “alzate” delle ginocchia. Passai un sacco di tempo lì finché non le feci nel modo giusto”. Nel 2007, dopo aver affinato la sua partenza, la sua prima falcata, il posizionamento delle braccia e tutte le fasi dello sprint, Fraser-Pryce ha battuto ogni previsione e, smentendo la sua posizione nel ranking mondiale (70° posto) ha sorpassato la giamaicana favorita in quel momento nei campionati nazionali dei 100 metri. Dopo l’oro vinto a Pechino, si è piazzata al primo posto nel campionato del mondo del 2009, ha ottenuto l’oro anche nel 2012 a Londra e poi ha primeggiato ai Mondiali del 2013 e del 2015. Un trionfo, quest’estate a Rio, farebbe di lei la prima atleta al mondo ad aver mai vinto di seguito così tante volte nei 100 metri.

OBIETTIVO RECORD - Nonostante i suoi incredibili successi, Fraser-Pryce deve ancora correre i 100 metri in meno di 10.7 secondi e il record del mondo di 10.6, superato una volta sola nella storia della corsa femminile, le sfugge. “Ma io lo so che è lì - ha detto - e ogni anno raggiungo una forma tale da sentirmi pronta a distruggere il mondo. Aspetto e aspetto ancora. È come se stessi bussando alla porta. Sono assolutamente sicura che il 2016, se Dio vorrà, sa l’anno giusto per questo record perché sono ormai vicina alla fine della carriera”. I traguardi personali sono ciò di cui si preoccupa di più e il suo sguardo resta rivolto su se stessa. Nel 2008 non si è resa conto di essere la prima donna giamaicana a vincere la medaglia d’oro sui 100 metri perché non aveva prestato molta attenzione alla storia dell’atletica leggera. Era ed è concentrata esclusivamente sul suo corpo e sulle sue prestazioni. Pensa a tutti i più piccoli particolari perché sono quelli che fanno la differenza.

GIOIA E TRIONFI - Quando è entrata nella storia in passato, la sua gioia è stata eclatante. Il suo approccio quasi clinico all’allenamento e i suoi pensieri sulla tecnica non fanno certo pensare che dopo una vittoria possa cadere per terra. Una intervista dopo la gara dei 100 metri piani al Mondiale del 2009 a Berlino mostra Fraser-Pryce che saltava praticamente dalla gioia mentre tentava, invano, di descrivere con le parole le sue emozioni per il successo. Quella è diventata una immagine virale di come ottenere delle soddisfazioni in uno sport che  è pronto a galvanizzare i fan di tutto il mondo quest’estate, specialmente in un paese che ha vinto la medaglia d’oro nei 100 metri piani maschili e femminili nelle ultime due Olimpiadi. E che, ancora una volta, è pronto alla sfida per dominare sul podio dell’evento. Fraser-Pryce sa che avere un tale obiettivo disegna un bel bersaglio sulla sua schiena, ma questo non la condiziona. Anzi, la stimola… “È carburante allo stato puro per me come atleta. Mi fermo e penso che sta arrivando il momento. Mi preparo per partire per la guerra. E quando la guerra sarà finita, sarò lì in piedi vittoriosa”. Magari con l’orologio che segna 10.6.


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