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Danilo Di Luca: «Vincere il Giro senza doparsi è impossibile»

Danilo Di Luca: «Vincere il Giro senza doparsi è impossibile»

L'ex campione di ciclismo azzurro intervistato dal Corriere dello Sport.it: «Il mio libro rivela tutto il marcio che c'è in questo sport. Bisogna intervenire perchè il ciclismo è bellissimo. Pantani? E' stato fatto fuori. Armstrong avrebbe vinto anche senza farmaci, era un fuoriclasse»

 Simone Zizzari

lunedì 23 maggio 2016 14:06

ROMA - «Nel ciclismo se non ti dopi non puoi vincere». Non è un’ipotesi ma una certezza, quella di Danilo Di Luca, ex stella azzurra delle due ruote dal 1999 al 2013 con un palmares di primissimo rispetto:  54 gare vinte, tra le quali la Freccia Vallone la Liegi-Bastogne-Liegi e il Giro d’Italia. La sua carriera è stata troncata definitivamente nel 2013 quando venne radiato a vita dopo essere stato trovato positivo ad un controllo antidoping. Oggi Danilo costruisce bici a marchio Kyklos e si rilassa in Abruzzo. E’ tornato nelle prime pagine di tutti i quotidiani sportivi dopo un libro pubblicato per Edizioni Piemme, “Bestie da vittoria” nel quale attacca il mondo del ciclismo, diventato ormai una corsa a chi si dopa di più. Le sue parole sono un atto d’accusa contro uno sport che ormai si riconosce quasi più per le positività dei suoi atleti che per i risultati ottenuti. Noi del Corriere dello Sport.it lo abbiamo raggiunto telefonicamente per un’intervista che non lascia spazio dubbi: le ‘bestie’ come le definisce Di Luca sono sempre più sole e abbandonate al loro destino.

Danilo, perché hai deciso di rivelare solo ora tutto il marcio che c'è nel ciclismo?

Solo ora l'ho potuto fare visto che sono stato radiato. Chi è ancora un atleta o chi fa parte ancora del mondo dello sport quello che ho scritto io non può rivelarlo. Dico la mia verità e mi assumo le responsabilità delle mie parole. La mia è un'accusa contro il sistema.

Perchè usi il termine 'bestie' riferito ai ciclisti?

Noi ciclisti siamo delle bestie, è questa la verità. Il nostro sport è molto faticoso perché dobbiamo andare in bici ogni giorno, allenarci per centinaia di chilometri sotto la pioggia o a 40 gradi e poi alla fine siamo trattati come animali.

Tu hai un record poco lodevole, quello di essere il prima ciclista italiano radiato a vita. Non ti sei mai pentito di nulla?

Questa domanda nasconde una duplice risposta. La prima è no, non mi pento di nulla perché quando sono passato professionista e ho fatto il mestiere che sognavo mi sono assunto le responsabilità di ciò che facevo, ho deciso volontariamente di far parte del sistema. Se poi mi chiedi se oggi a 40 anni e con molta più esperienza sulle spalle io possa ancora decidere di far parte del sistema, beh, forse adesso ci ripenserei.

Tu scrivi che i ciclisti  non sono come i calciatori. Hanno contratto d'ingaggio e vengono sfruttati dagli sponsor finché vincono per poi essere scaricati non appena li trovano postivi all'antidoping. Tu di fatto stai dicendo che per vivere di ciclismo bisogna "curarsi", come scrivi sempre nel libro...

I ciclisti sono tutti controllabili e ricattabili dal sistema stesso. Se i cartellini dei ciclisti fossero in mano alle società come accade per i calciatori, tutti questi problemi forse non sorgerebbero. Noi non siamo un bene delle società ma dei cani sciolti non tutelati. Non siamo uniti, siamo tanti e quindi inevitabilmente finiamo in quel giro. Ed è brutto quando il nome del ciclismo viene associato solo alle sostanze dopanti, è brutto che i ciclisti fanno notizia solo quando escono le loro positività ai controlli. Il ciclismo invece non è solo doping ma vittorie e sacrificio, cose che racconto nel libro.



Quando hai smesso di divertirti?

Negli ultimi tre anni, quando sono tornato alle gare dopo la mia prima squalifica. Non era più il mondo che conoscevo, non lo sentivo più mio. Negli ultimi anni correvo perché mi pagavano ma non sentivo più la gioia di farlo e il senso di appartenenza a quel mondo che avevo nei primi anni da professionista. 

Hai scritto che al Giro d'Italia se non ti dopi è impossibile arrivare fra i primi dieci. Confermi?

Certo! Ho vinto delle gare senza doping ma non erano molto importanti, per vincere le grandi gare devi per forza 'curarti'.

Hai ricevuto minacce o querele da parte di qualcuno dei tuoi ex colleghi o società?

L'associazione corridori ha detto che mi avrebbe querelato, sono ancora in attesa. Se poi la riceverò sarò curioso di capire cosa racconteranno davanti ad un giudice. Io le mie verità le ho dette e ne ho ancora altre da dire. Quindi sono sereno, non ho nulla da nascondere o nulla di cui aver timore. 

C'è uno sport che secondo te può essere definito pulito?
Non lo so, posso dirti che è difficile fare sport di vertice e competere al top senza doparsi.

Come è possibile accettare l'idea di doparsi fregandosene dei terribili effetti collaterali che certi farmaci hanno sulla salute? Come si può accettare l'idea di poter avere un infarto a quarant'anni pur di vincere? Il gioco vale la candela? E' solo una questione di soldi?

E' solo una questione di riuscire a fare il proprio mestiere. Io correvo perché volevo vincere, mi piaceva vincere perché lo facevo da quando ero bambino. Nel doping ognuno fa la sua scelta. I ciclisti sono tutti ben supportati. I farmaci sono tutti molto controllati, poi ci sono corridori che pensano più alla propria salute e non ne abusano e altri che se ne fregano delle conseguenze ed esagerano. 



Tu scrivi anche che un asino anche se dopato non diventerà mai un purosangue, quindi non basta iniettarsi sostanze dopanti per diventare campioni. 

Chi pensa questo è uno stupido. La maggior parte delle persone devono avere ben chiara la situazione dello sport in generale: emerge solo chi è più dotato e bravo, non quello più dopato.  

In un ambiente ipercompetitivo come è il mondo del ciclismo, c'è spazio per costruirsi delle vere amicizie? Sei rimasto in contatto con qualche collega?
E' difficile perché nel ciclismo si guarda sempre al proprio orticello. E' per questo che il sistema non funziona e i ciclisti non riescono a cambiare o quantomeno migliorare la propria situazione. I veri responsabili di questa situazione (e mi ci metto in mezzo pure io) sono proprio i ciclisti che per inseguire i propri interessi personali non hanno mai fatto gruppo per contestare collettivamente il sistema. In questo mondo continuo a frequentare solo persone che fanno parte della mia regione, che sono abruzzesi come me

Nel libro parli di Pantani e Armstrong, cosa ne pensi di loro due?

Sono due persone caratterialmente agli antipodi. L'unica cosa che li accomuna è che sono due grandissimi campioni. Armstrong è stato l'unico nella storia del ciclismo a rivelare il proprio sistema (modo di doparsi). I suoi sbagli lo hanno portato a perdere i sette Tour de France vinti ma sono convinto che anche senza l'uso di sostanze dopanti nel avrebbe conquistati due o tre, sempre un campione rimane. Pantani è stato il più grande scalatore della storia del ciclismo e purtroppo lo hanno fatto fuori, questo è poco ma sicuro! La differenza è che poi rispetto ad Armstrong e me aveva un carattere più debole e oggi non c'è più...

E' giusto che un altro atleta fermato per doping come Alex Schwazer sia poi tornato a gareggiare?

Certo che è giusto! Lui ha scontato la sua pena, ha pagato per i suoi errori ed è giusto che ora abbia la chance di tornare a fare l'atleta.

Per una questione di doping la Russia rischia di essere estromessa dai giochi di Rio, tu credi che sia veramente concreta questa possibilità?

Certo che ci credo, in Russia come in altri paesi il doping di stato può esistere, eccome! 

Come commenti gli attacchi che gli atleti 'sani' fanno ai colleghi trovati positivi?

Sono degli ipocriti e quindi farebbero meglio a tutelarsi più che a stare zitti.

Cosa ne pensi dello scandalo dei motorini trovati nelle biciclette per aiutare i ciclisti a vincere?

Secondo me è peggio del doping perché con i motorini anche i brocchi riescono a vincere. Un farmaco aumenta del 5-7% le prestazioni mentre un motorino arriva ad incrementare le performance del 30-40%. 

Ti sei mai pentito di aver scritto questo libro?
No, perché è un libro che racconta la mia verità. Il doping occupa solo una parte del mio racconto. Non lo considero un libro scandalo, non lo è. 

C'è la possibilità in futuro di poter regalare al ciclismo un'immagine finalmente pulita? Si riuscirà ad eliminare il doping dal mondo dello sport?

E' molto difficile vedere uno sport senza doping. Quello che conta è che il ciclismo è uno degli sport più belli del mondo, è una scuola di vita anche per i più giovani. Ricordo a tutti i tifosi che i risultati che vedono non sono falsati: con o senza doping sarebbero gli stessi.

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