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Rugby, tutti gli errori dell'Italia in Celtic

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Il doppio derby Treviso-Zebre conferma che serve una sterzata tecnica e organizzativa. Il team federale corre ai ripari

 Francesco Volpe

domenica 4 gennaio 2015 23:34

Zebre-Treviso e Treviso-Zebre, cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia: hanno vinto i trevigiani, a digiuno di vittorie dall’aprile dello scorso anno. Ma cambiando l’ordine dei fattori non cambia neppure il giudizio sulla qualità del gioco espresso dalle nostre due squadre di vertice: roba da buona Eccellenza, non certo da Celtic League. Il che ridà fiato a chi, e non sono pochi, in Italia ha sempre visto l’avventura celtica come il fumo negli occhi. Opinione rispettabile, ancorché molto molto miope. Se dall’ingresso nel Sei Nazioni non siamo ancora riusciti ad agganciare stabilmente il carro delle migliori è perché nell’era del professionismo i Paesi di più antica tradizione ovale si sono messi a correre. Scuola, know-how, organizzazione, denaro, pubblico: non c’è una sola di queste voci in cui l’Italia del rugby possa competere allo stato attuale con le Unions britanniche e la Francia. L’unico modo per tentare di tenere il passo è misurarsi costantemente con loro, a tutti i livelli. Giocatori che oggi disputano con regolarità la Celtic League stentano all’impatto con il Sei Nazioni e con le altre grandi del pianeta ovale. Figuratevi se gli stessi giocatori dovessero presentarsi a Twickenham con il ritmo-Eccellenza nelle gambe…

Detto questo, è evidente come non sia sbagliata la decisione di entrare in Celtic League, bensì il modo in cui la nostra presenza è stata gestita in questi anni. Improvvisando è dir poco. Finché c’è stata la Nazionale (o quasi) travestita da Treviso, qualche ottimo risultato ha mascherato le magagne; ora che Treviso è implosa sotto il peso dei propri errori e della sua cronica incapacità di fare sistema, i numeri piangono e si grida al fallimento dell’intero progetto. E invece noi ci chiediamo e chiediamo: possibile che il Connacht, la più debole delle province irlandesi, possa permettersi di ingaggiare Mils Muliaina, 100-presenze-100 e un titolo  mondiale con gli All Blacks, e le nostre due squadre portino in Italia i Ferreira (Zebre) e i Carlisle (Treviso)? Possibile che una qualunque delle “regions” gallesi, Cardiff (quart’ultima), abbia nel suo staff un “director of rugby”, un allenatore per i tre-quarti, uno per la difesa, uno per la mischia e la tecnica individuale, uno per i calci, tre preparatori atletici e due analisti, mentre le Zebre dispongono a malapena di un capo allenatore, uno specialista degli avanti, un preparatore e un video-analyst? A breve, ve lo anticipiamo, lo staff sarà integrato da un coach per i tre-quarti (che sabato non sono riusciti a segnare in 15 contro 12…) individuato nei ruoli federali: c’era bisogno di due sconfitte nel derby per avvertirne il bisogno. E non è che servirebbe come il pane uno specialista dei piazzati, viste le medie di Haimona? O magari uno per la tecnica individuale, stanti certe lacune di tanti, troppi interpreti. Discorso che si può ovviamente riproporre per Treviso, che ha ingaggiato prima delle Feste un coach per gli avanti (Manuel Ferrari) dopo che la mischia per quattro mesi ha collezionato calci contro, cartellini gialli e figuracce a nastro.

Sono questi i limiti della Celtic League in salsa italica. Gli altri discorsi lasciamoli a chi non vede oltre il campanile della propria parrocchia.

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