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Blatter, ritratto di un "dittatore": dal 1998

© EPA

Il presidente della Fifa corre per il suo quinto mandato: il suo unico avversario sarà il principe giordano Al-Bin Hussein

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di Ettore Intorcia

mercoledì 27 maggio 2015 13:59

ROMA - Quando Diego Armando Maradona lo insulta pubblicamente, chiamandolo «dittatore», non è che vada poi così lontano dalla realtà, perché è in fondo così che Sepp Blatter, il padrone del calcio mondiale, intende il suo mandato al vertice della Fifa. Il dramma è che dittatore, nel senso stretto del termine, non lo è: si è fatto eleggere, dicono democraticamente, una, due, tre, quattro volte. Se lui, lo svizzero, ha i suoi scheletri nell'armadio, in giro per il globo che gravita intorno al pallone ci sono tanti elettori, grandi e piccoli, che dovrebbero avere il buon senso di fare mea culpa per averlo messo su quella poltrona e avercelo lasciato dal 1998. La prima immagine che Blatter suggerisce è questa: è il potere che alimenta se stesso, il potere che usa tutta la propria forza per avere ancora più potere e più forza. Perché anche ammesso che alle urne sia sempre tutto filato liscio, a nessuno può sfuggire una considerazione, che qualunque spin doctor politico non potrà far altro che confermare: al momento del confronto elettorale, chi deve essere rieletto parte dal vantaggio di guidare la macchina governativa, che può arrivare a tutti e lusingare tutti. E siccome nel segreto dell'urna Blatter vedeva (e vede?) benissimo, viene da sé che in tanti, nel dubbio, hanno scelto di schierarsi con il più forte. In cambio di un vantaggio, forse. Per non subire ritorsioni, certamente.

GIU' DALLA GIOSTRA - C'è una seconda immagine, dopo quella del dittatore, che rende bene l'idea del rapporto malsano fra Blatter e il potere: il bambino che chiede ancora un altro giro sulla giostra o - visti i tempi - che implora «altri 5 minuti, mamma» per non staccarsi dalla Play. Sarà meno cattiva dell'immagine del dittatore ma a ben pensarci è anche più patetica. Perché Blatter è l'uomo che non dice mai basta. O se lo dice, poi rimangia tutto. Quattro anni fa, nella sua questua di voti in giro per il mondo, aveva bussato anche alla porta di Platini, giurando (e spergiurando) che sarebbe stata l'ultima volta: a fine mandato, diceva, non si sarebbe presentato alle urne per un quinto mandato. Diceva, appunto. E' il motivo (ma non l'unico) per il quale persino Platini lo ha scaricato: «Aveva detto che era l'ultima volta…». Macché, altro giro altra giostra. In realtà è ancora lì, sulla sua poltrona, e venerdì si confronterà con rivali questa volta più agguerriti. Il principe al Hussein, candidato sostenuto da Maradona, ora ha avuto anche l'endorsment di Platini visto che l'olandese Van Praag (la scelta dell'Uefa) si è ritirato. In questo intreccio di appoggi e benedizioni, c'è un paradosso nel quale Blatter potrebbe ancora sguazzare per cinque anni: Platini al prossimo giro sarebbe il grande favorito per la presidenza Fifa dovendo succedere a Sepp; non lo sarebbe se a spuntarla fosse invece Al Hussein, non riuscendo a immaginare cosa mai potrebbe combinare il principe in un solo mandato per farsi mandare subito a casa.

LA SUA VITA - Blatter ripete: «La Fifa è la mia vita». Segno che non riesce a immaginarsi fuori dal calcio o segno che interpreta il suo mandato presidenziale come il regno di un monarca, «a vita». Ci sono i re che abdicano ma non è il suo caso. Nemmeno quando l'anagrafe suggerirebbe un passo indietro. A marzo ha compiuto 79 anni, quasi la metà dei quali trascorsi all'interno della Fifa. E' entrato nel 1975 nella federazione internazionale, non ne è mai più uscito. Costruendo un suo apparato di potere che è in piedi dal 1981, altro che quattro mandati presidenziali: vanno riscattati anche i 17 anni da segretario generale della Fifa, anni in cui ha lasciato il segno, tecnicamente parlando, per l'abolizione del retropassaggio al portiere e l'introduzione dei tre punti. I sospetti di brogli ai seggi o di corruzione dei delegati hanno sempre accompagnato le sue vittorie elettorali. E quando non ha avuto sfidanti, storia del 2007, ha raccolto solo 66 voti su 207 delegati.

AFFARI E TECNOLOGIA - Gli studi alla business school di Losanna sono il retaggio alla base della sua politica: ha trasformato la Fifa in una macchina da soldi, cogliendo peraltro appieno le opportunità dei tempi moderni, il boom dei diritti tv legato alle nuove piattaforme a pagamento. Per il resto, è sempre rimasto saldamente ancora al passato: si è ostinatamente opposto alla tecnologia in campo, ha dovuto arrendersi alla goal line technology senza mai aprire un dialogo sulla moviola in campo già introdotta in altre discipline sportive.

BERLINO 2006 - Tra le tante immagini di cui faremo volentieri a meno ci sono quei mini show improvvisati, per provare a fare il brillante imitando (e mancando di rispetto) a Cristiano Ronaldo. A noi, dopo tutto, basta ricordare quella notte d'estate di nove anni fa, dalle parti di Berlino. Lui, Blatter, che cerca l'uscita artisti e noi che la Coppa ce la prendiamo da soli, più lucida e senza macchie.

@ettoreintorcia

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