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Veltroni intervista Tardelli: «Inter e Milan mi scartarono...»

Veltroni intervista Tardelli: «Inter e Milan mi scartarono...»

Quell’esultanza nella finale Mondiale dell’82 lo ha trasformato in un’icona dello sport. Ma la sua storia è molto di più. È una vita da urlo

di Walter Veltroni

sabato 17 ottobre 2015 11:41

ROMA - Se chiedessi a me stesso di fare la formazione ideale di tutti i tempi so già chi non mancherebbe mai: Marco Tardelli. È stato un giocatore unico. Un centrocampo con lui era in sicurezza. Correva, tanto, in un modo tutto suo, con una apertura delle gambe unica. Era riconoscibile tra mille. Forse solo Nicola Berti aveva un passo simile al suo. Aveva intelligenza calcistica rara, senso tattico, sapeva offendere nell’area avversaria e difendere come un mastino. Il suo volto è legato a due gol, quello con l’Argentina e quello con la Germania, che la mia generazione di italiani porterà sempre nel cuore. Aveva carattere e determinazione, da giocatore. Li ha avuti anche da allenatore. E forse ha pagato un prezzo per questo. Ma è una risorsa preziosa del nostro calcio. Per competenza, agonismo, intelligenza. La sua storia parte da quell’Italia asciutta e operosa, generosa e concreta, che fece grande il paese, nel dopoguerra. «I miei non sapevano neanche cosa fosse il calcio. Dunque non deve dipendere dal dna, se io già a sei sette anni avevo la mania del football. Ero bravo e la controprova era il fatto che i grandi mi sceglievano, il che mi rendeva orgoglioso. Ero magro, piccolo e per questo correvo tanto. Per me giocare al calcio era una rivincita tanto ero magrolino, fisicamente e, diciamo così, anche socialmente. Al calcio, a quel livello, non ci sono ricchi e poveri. O sei forte o non lo sei. O corri o non corri. E io correvo».

Che mestiere facevano i suoi genitori?

«Quando sono nato vivevamo in montagna, in Garfagnana. Mio padre faceva l’operaio e mia madre la contadina. Eravamo quattro fratelli. Poi, ero piccolissimo, siamo scesi a Pisa. Mio padre fece il salto, aprì un negozio. Ma andò male e lui tornò a fare l’operaio, dell’Anas. Mamma lavorava come colf. Volevano che i figli studiassero. Gli importava quello, non il pallone. E anche quando diventai famoso loro non avevano il tempo di essere contenti. Non era la gioia loro che sentivamo ma l’obbligo nostro, quello di restituirgli un po’ della fatica e del sudore che avevano messo per farci studiare e per farci mangiare. Mio padre avrà visto due partite in tutto. Non teneva la tensione dentro. Stava un po’ poi andava via perché non reggeva. Mia madre, quando ho vinto i Mondiali, era felice. Lei era un po’ vanitosa, si sentiva una reginetta con il figlio che aveva segnato nella partita più importante ed era tornato con la medaglia al collo».

Ha cominciato da terzino, vero?
«In verità all’inizio giocavo ala sinistra, fino ai 15 anni. Perché il mio mito era Gigi Riva. Poi fui spostato a centrocampo perché avevo piedi buoni e polmoni meglio. A me bastava giocare. Mi sono divertito tutta la vita a farlo. Solo l’ultimo anno, al San Gallo, non avevo più passione, la domenica. Mi divertivo ad allenarmi con i compagni ma in campionato ero scarico. Il mio gioco era fatto molto di tensione emotiva e nervosa. Quando ho smesso di divertirmi ho smesso di giocare».

Quanti provini ha fatto?

«Mi hanno scartato tutti. Ma proprio tutti. Sono stato bocciato da Fiorentina, Bologna, Inter, Milan, Varese e anche il Pisa. Dicevano che ero troppo magro. Non avevano torto, ma si fermavano lì. Poi il Pisa cambiò idea e fui acquistato per la mirabolante cifra di settantamila lire».

Si ricorda la prima in un campionato?
«Sì, in serie C. In verità alla prima convocazione feci il magazziniere, portavo acqua e magliette, come è giusto. Poi esordii, era la mia squadra, quella della mia città. Ero teso. Le racconto una cosa: per anni, prima delle partite io avevo dei conati di vomito. Era ansia. La stessa che oggi ha Messi. Io ci ho combattuto a lungo. Poi un professore mi ha insegnato il training autogeno, mi ha insegnato a dominare la tensione. E quei fenomeni sono finiti subito dopo, quando sono passato al Como».

Tutti i compagni di squadra che ha avuto si ricordano come un incubo Tardelli prima delle partite…
«Non dormivo mai la notte. Ero un flagello di Dio. Leggevo, guardavo la televisione, mi agitavo. Ero sempre in stanza da solo perché nessuno voleva dormire con me. Certe volte penso che cosa avrei potuto fare se fossi sceso in campo con sette ore di sonno invece di due. Ma è andata così e magari è stato persino meglio, visto che per me la testa era importante, anche dal punto di vista agonistico, come la macchina fisica».

Quale è il giocatore più forte che ha incontrato?
«Maradona, senza dubbio, per estro, fantasia, imprevedibilità. Ma, non ci crederà, il giocatore che più mi ha fatto impazzire, quello che non mi ha fatto vedere palla è stato Ripa della Sambenedettese».

Sarà contento Ripa, visto chi lei ha marcato nella sua carriera. Parliamo della nazionale e dei suoi tre mondiali. Cominciamo dal 1978, Argentina.
«Secondo me la squadra di quel torneo era più forte persino di quella del 1982. Era metà Toro e metà Juve, che stranezza. Lei pensi all’attacco: Bettega, Pulici, Graziani, Rossi. Potevamo vincere ma qualcuno, lassù, non voleva. E non sto parlando di entità divine. Ma del fatto che, guarda caso, Benetti ed io abbiamo visto la partita decisiva con l’Olanda dalla tribuna. Un uso sapiente dei cartellini ci aveva messo fuori. La verità è che noi eravamo la squadra che gli Argentini temevano di più. Li avevamo battuti giocando un calcio spettacolare, con quel bellissimo gol di Bettega. E quell’anno l’Argentina, per ragioni anche extra calcistiche, i mondiali doveva vincerli, anche se non era certo la migliore squadra biancoceleste che io abbia conosciuto».

Ci siamo vendicati quattro anni dopo, in Spagna. Mi parla di Bearzot? Io l’ho conosciuto e mi fece l’impressione di una persona straordinaria. Chi di voi lo ha avuto come allenatore lo ricorda con grande affetto e riconoscenza. Lei?
«Era una persona colta, molto colta, severa con se stesso prima che con gli altri, onesta come poche. Per me è stato un secondo padre. La notte, lui sapeva che non riuscivo a dormire, veniva a recuperarmi e passavamo ore a parlare. Chissà che anche lui non fosse insonne come me. Aveva sempre voglia di aiutarti. Dopo il girone eliminatorio la stampa mi dava addosso ed io, in effetti, a fine campionato ero cotto. Per tutto l’anno avevo attraversato il mondo ed ero tornato, correndo su e giù per i campi. Ero giù. Lui mi disse, nel cuore della notte 'Gioca nel modo più semplice e vedrai che tutto andrà bene'. Non era amato dai giornalisti perché non dava esclusive, trattava tutti allo stesso modo. Sul silenzio stampa ci disse che lui aveva il dovere di fare le conferenze stampa ma che se noi avevamo deciso così, lui era con noi. Quella scelta ci unì, ma che rischio… Se avessimo perso ci avrebbero impalato».

Quale fu la svolta di quel campionato dopo un girone eliminatorio davvero modesto?
«La partita con l’Argentina. Io mi stavo preparando psicologicamente a marcare Maradona. Di solito toccava a me prendere in carico i giocatori avversari più pericolosi. Ma il giorno prima venne Bearzot e mi disse 'Mi serve un giocatore in più a centrocampo, uno che vada in area. Affido Maradona a Gentile'. Fu la mossa decisiva. Io segnai anche. Claudio, come si sa, non mollò mai Diego. Credo sia ancora a casa di Maradona in Argentina a strappargli la maglietta…».

E col Brasile, pensavate di vincere?
«Noi a quel punto eravamo gasati, convinti di farcela. Poi leggevamo la loro formazione: Falcao, Socrates, Zico, Junior, Eder e pensavamo che sarebbe stato meglio andarsene a casa prima della partita. Poi successe quello che successe. Si scatenò Pablito e cominciò la nostra cavalcata. La Polonia neanche la pensavamo, guardavamo alla finale. Volevamo evitare la Francia di Platini e Tigana. E per fortuna persero ai rigori e ci trovammo la Germania».

Cosa pensò quando il suo amico Cabrini sbagliò il rigore?
«Lui all’inizio era sotto choc. Tornava indietro e guardava sempre la panchina. Io gli ho urlato di smetterla, gli dicevo 'Rientra e non guardare lì'. Ma nell’intervallo passò tutto. Noi eravamo accusati di difensivismo ma si dimentica che, nel mio gol, c’erano Bergomi e Scirea nell’area della Germania. Gaetano mi diede la palla. Io, in verità, la stoppai male ma tirai bene e…».

E arrivò un urlo che è diventato più famoso di quello dipinto da Munch.
«Quello era di paura, il mio di gioia. Ero pazzo. Ho rivisto tutta la mia vita. Da quando ero magrolino sui campi sterrati, i conati, le corse appresso a Ripa, le notti insonni, i primi gol. Tutto in un istante. Non so cosa sentivo dentro. Ma era bello. E dovevo sfogarlo, con tutta l’energia che avevo in corpo. Giorni così sono una volta sola, nella vita».

E veniamo al Messico, l’autunno di un ciclo e di Bearzot.
«Io venivo da un anno pessimo. Giocavo nell’Inter, mi ero infortunato, pubalgia, e non ero in forma. Penso che Bearzot mi abbia portato perché credeva nella persona. Sapevo che sarei partito in panchina e poi sarei entrato più avanti. Ma quel più avanti non è arrivato. Platini ci mandò a casa. Non giocando, qualche volta riuscii persino a dormire».

Torniamo indietro, al momento in cui lei andò alla Juventus dal Como. Fu un impatto semplice?
«Fu tremendo. Pensi che Boniperti, al primo incontro, mi mandò dal barbiere a tagliare i capelli…. C’era severità, rigore. Cose che nel calcio servono. Fu un ciclo fantastico. Vincemmo tanto. Forse avremmo dovuto fare di più in Coppa. Ma io allora avevo la sensazione che in società fossero più interessati al campionato che ad altro».

Atene? Come se l’è spiegata?
«Si sono fatte molte analisi di quella partita. Ma chi gioca al calcio sa che spesso fattori organizzativi incidono sul risultato più di un rigore sbagliato. Insomma, siccome la polizia greca diceva che c’erano giganteschi problemi di traffico, noi arrivammo nello spogliatoio tre ore prima del match. In quella stanza, durante l’attesa che non finiva mai, entrava chiunque. Siamo scesi in campo che eravamo sfiniti. Fu un dramma. Eravamo convinti di vincere, non avevamo perso una partita, prima. Nessuno dopo voleva andare a parlare con i giornalisti. Alla fine andai io, ma non ne avevo nessuna voglia».

Trapattoni come l’ha vissuto da suo giocatore?
«E’ un tecnico meticoloso, instancabile, attento ai dettagli. Ogni punizione, corner era oggetto di analisi infinite. Tatticamente molto bravo, forse un po’ più di cura all’elasticità offensiva…».

Ma il gol di Turone era valido?
«Io ero in tribuna, squalificato. Mi ricordo che dopo la partita Viola mandò un righello a Boniperti. Che signori erano! Sono cose che non ci sono più nel calcio. Io non ero in linea e quindi non posso dire nulla su uno dei misteri della storia d’Italia. Però in tribuna ebbi la sensazione che fosse valido».

La notte dell’Heysel.
«E’ il giorno in cui il calcio ha perso... Io ero andato sotto la curva per cercare di evitare il peggio. Noi sapevamo qualcosa, non tutto. Davanti allo spogliatoio era arrivato un padre con il bambino in lacrime. C’erano voci di un morto. La verità, tutta, la apprendemmo solo dopo. Nonostante questo abbiamo sbagliato a fare il giro di campo. Io non posso pensare a quella sera senza pensare alle vittime di quella follia più che al risultato sportivo. Io non ho mai sentito di aver vinto quella Coppa. Fummo costretti a giocare la partita. La verità è che l’Uefa non voleva perdere i diritti televisivi».

Parliamo del fallo su Rivera a partita appena iniziata. Il golden boy ha detto, su questo giornale, che fu qualcosa di premeditato. Non da lei, nello spogliatoio.
«Assolutamente no. Non facevamo queste cose. La settimana prima avevamo vinto sei a due con il Verona e io avevo recuperato quattro palle allo stesso modo, si può controllare nei servizi tv. Feci lo stesso a San Siro. In verità fui io più irruente e anche Gianni accentuò la caduta. Comunque giocò tutta la partita, non ero certo entrato così per fargli male».

E, a proposito di numeri dieci, com’era Platini e cosa pensa di queste ultime vicende?
«Michel, in campo e negli allenamenti, era una persona ironica, intelligente, gran campione. Molto francese, indossava con naturalezza la grandeur. Però ancora oggi, che ha il ruolo che ha, se lo chiami ti risponde. Io non posso giudicare compiutamente. Conoscendolo, sono con lui. Non è certo Michel Platini il marcio del calcio mondiale».

E cosa pensa degli scandali che travagliano ogni giorno il nostro sistema calcistico?
«La risposta è semplice e purtroppo è nelle cose orrende uscite in questi giorni. Posso dirle in una frase netta: quelli che guidano il calcio, e non parlo solo della federazione, non amano il calcio, amano il potere».

La sua esperienza di allenatore?
«Ho fatto tutta la trafila: Under 16, 18, 20. Poi sono stato l’assistente di Maldini nella nazionale maggiore. Maldini è un vero galantuomo. Gente schietta, magari schiva come Bearzot, Zoff. Poche parole e grande sincerità. Mi affidarono l’under 21 con la quale vinsi il Campionato europeo del 2000. E’ stata la mia più grande soddisfazione come allenatore».

Poi andò all’Inter, lì meno soddisfazioni…
«Sì, fu, come dire, una esperienza forte. Sono sincero: non mi trovai bene con qualche giocatore. Mentre vorrei dirle che, contrariamente a quello che molti pensano, Bobo Vieri è perfetto nella sua professionalità. Era serissimo negli allenamenti. Ma la verità è che quella squadra era combinata male. Avevo chiesto che venissero acquistati dei giocatori che poi, all’ultimo momento, non arrivarono. Fu un’annata di transizione. Comunque ringrazio il Presidente Moratti per avermi fatto vivere quella esperienza».

In effetti lei arrivò per sostituire Lippi che di quello spogliatoio aveva detto cose durissime. Ci fu quel derby che finì sei a zero per Il Milan. Si rimprovera qualcosa?
«Rimprovero qualcosa agli arbitri... No, so che certamente anche io ho sbagliato. Ma, per esempio, io Ronaldo non l’ho visto giocare tutto l’anno e al mercato di gennaio avevo chiesto come rinforzo Salas e mi arrivò Ferrante. Ottimo giocatore, ma non era Salas. Anno storto, capita».

E il lavoro con Trap in Irlanda?
«Bellissima esperienza. Loro sono molto simili a noi. Sono allegri, bevono, scappano. Ma è gente affettuosa. Sì, criticavano il Trap perché era un po’ difensivista. Ma se dopo 25 anni l’Irlanda è tornata agli Europei, forse un po’ di merito lo ha anche il nostro lavoro». Ha voglia di tornare ad allenare? Dove? «Non importa dove. Importa che ci sia un progetto. Parola che da noi fa paura. Ma che è essenziale nello sport. Bisogna trovare dirigenti con una visione e capaci di resistere alle pressioni della prima sconfitta. Boniperti era così».

Qual è il progetto necessario per rilanciare il calcio italiano.
«Due cose: le seconde squadre, come richiesto anche dall’AIC. E sono decisivi i centri federali. Abbiamo bisogno di allargare la base della piramide».

Lei ha allenato i migliori giovani italiani. Chi la colpisce di più oggi?
«Berardi per me è il più forte. E Verratti. Ma non bisogna chiedergli di fare il Pirlo, ha altre caratteristiche».

Come vede Inter-Juve lei che ha giocato in tutte e due le squadre?
«Una bella gara. Forse ora psicologicamente sta meglio la Juve che è in ripresa dopo quell’avvio disastroso. L’Inter ha avuto una battuta d’arresto. Dipenderà molto dalle assenze. Dovessi fare un pronostico, direi uno zero a zero».

Il gioco della formazione ideale...
«Zoff; Gentile, Collovati, Scirea, Cabrini; Gerson, Platini, Maradona; Pelè, Cruyff, Riva. Come allenatore sceglierei uno bravo: Tardelli».

Li ha messi proprio tutti, i fuoriclasse...
«Loro erano asfissiati dalla marcatura a uomo. Per liberarti dovevi essere proprio bravo. Oggi sono più tutelati, anche da regole e arbitri. Noi facevamo cose efferate, per fermare quelli così. A Maradona, in campionato, ho fatto dei falli da galera. Era l’unico modo per tenergli testa. Lui cadeva, si rialzava, non protestava mai».
 

 

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