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Veltroni intervista Giordano: «I trionfi con Diego. Ora sogno la Lazio»

Veltroni intervista Giordano: «I trionfi con Diego. Ora sogno la Lazio»

«Lo scandalo scommesse mi massacrò, pagai senza aver mai fatto niente. Io e Maradona due scugnizzi. Mi vedo tecnico biancoceleste»

di Walter Veltroni

sabato 5 dicembre 2015 12:21

E’ stato un grande, non sufficientemente riconosciuto. Ha vinto meno di quanto avrebbe dovuto e potuto. Una squalifica e due incidenti gli hanno impedito di partecipare alle grandi competizioni internazionali della squadra azzurra. Era tosto, come giocatore, Bruno Giordano. Aveva una capacità di dribbling secco e una potenza di tiro davvero rare. Aveva la forza di un centravanti classico e la classe di un trequartista di qualità. Oggi si direbbe che era un giocatore “esplosivo” per forza muscolare e “di talento” per una classe innata. Anzi nata nei vicoli di quella Roma calcistica di cui è stato uno dei più importanti esponenti del tempo recente. «Il mio è stato calcio trasteverino. Piazza de’ Renzi era il nostro stadio Flaminio e piazza Santa Maria il nostro Olimpico. In verità spesso arrivava il vigile che ci portava via il pallone. Ma allora un Super Santos si trovava anche a prezzi stracciati. Poi arrivò la svolta con la parrocchia di Via Induno dove Don Pizzi ci faceva giocare tutto il giorno. C’erano persino le porte. Lui oggi ha 94 anni e io lo vado spesso a trovare. Molti di noi sono stati salvati proprio dalla parrocchia. Mia madre era felice che ci andassi così ero controllato e potevo evitare brutte compagnie. Allora nel quartiere girava molta droga e i piccoli furti erano un’abitudine. La droga, eravamo alla metà degli anni settanta, ha ucciso molti miei amici, molti ragazzi del quartiere. Il calcio e la parrocchia mi salvarono». 

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Lei era laziale?

«No, tifavo per l’ Inter. Era quella che tutti sapevano a memoria come una poesia: Sarti, Burgnich, Facchetti... Mio padre era romanista. Trasteverino e romanista e vacillò quando anche la Roma mi cercò e i dirigenti giallorossi gli dissero che mi avrebbero regalato anche un motorino. Ma io avevo dato la parola alla Lazio. Allora papà mi accompagnò in sede, a Via Col di Lana, per firmare. Ero un bambino e mi sembrava di sognare, in mezzo alle foto di tutti i campioni della storia biancoceleste. Mio padre ci mise poco a diventare laziale e io a dimenticare Mazzola e Corso».

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Citando Ottavio Bianchi siamo arrivati al Napoli, al magico Napoli con Careca e Maradona. Facevate un trio d’attacco mica male.

«Diego non si conosce abbastanza. Per me è una persona generosa, altruista. Ovviamente un calciatore di un altro pianeta. Lui attaccata alla gamba ha una mano, non un piede. Quando mi feci male mi mandò un telegramma da Barcellona. Mi volle con tutte le forze al Napoli, diceva che ci assomigliavamo. Venivamo da due quartieri simili, da due condizioni sociali simili. Eravamo due scugnizzi, a Napoli, senza essere napoletani. Io me lo ricordo, Diego, che girava per gli ospedali a portare doni ai bambini, senza farlo sapere. Quando mi ruppi la clavicola lui ospitò me e la mia famiglia a casa sua. Ci diede la sua stanza e andò a dormire in un’altra. Può aver fatto errori ma come lui ha sempre detto “Io ho sbagliato ma non ho mai fatto male ad altri. Semmai a me e alla mia famiglia”».

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Di Totti che pensa?

«Penso che è un fenomeno. E poi ha sempre difeso Roma e questo mi piace. Lui, per una squadra, è un valore aggiunto. È un ragazzo da dieci, come la maglietta che indossa».

Da allenatore non ha avuto la stessa fortuna che da calciatore, perché?

«Non lo so, forse ho fatto scelte sbagliate. Sono finito spesso in società che avevano grandi problemi finanziari, con le quali era impossibile impostare un progetto. Ho fatto bene a Crotone, Reggio Emilia e Messina. Ma è difficile essere grandi allenatori con società in difficoltà». Come si trova in Ungheria? «Bene, da quando sono arrivato abbiamo fatto diciannove punti in dieci partite e abbiamo vinto le ultime sei. L’ obiettivo è vincere il campionato e spero, anche con il rientro di Tommaso Rocchi, di farcela. Poi sa, i colori della squadra sono il bianco e il celeste, il simbolo è un’aquila...».

Mi sta dicendo che le piacerebbe allenare la Lazio?

«Per me sarebbe chiudere il cerchio. Nel 2009 Lotito mi chiamò ma non per fare l’allenatore ma il raccordo tra società e squadra. Rifiutai, io ho bisogno del campo, mi sento allenatore. E un giorno guidare la Lazio mi piacerebbe molto».

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