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Cassano esclusivo: «Bari nel cuore, ma voglio la Serie A»
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Calcio
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Cassano esclusivo: «Bari nel cuore, ma voglio la Serie A»

Una telefonata piena di calcio, risate, sincerità e molto altro. Quando il tempo sta per scadere: «Bologna, Parma, Torino, Sassuolo: il contratto lo discuto a giugno. Oggi sono un altro, rispondo ai miei figli»

Vi avverto che questa non è una chiacchierata convenzionale tra un giornalista non ancora ex e un campione non ancora ex: è l’interruzione di una lunga sospensione, un attestato di insofferenza per un unico codice, l’incontro tra due che si erano annusati vent’anni prima e che pur frequentando la stessa gente e gli stessi posti si sono tenuti a distanza di sicurezza l’uno dall’altro. E’ soprattutto il prodotto di una telefonata di calcio, risate, sincerità e volgarità non emendabili: perché Cassano non può essere contenuto in un linguaggio mediato, deve poter parlare e anche straparlare. Come disse Antonio Amurri, “accetto ogni forma di turpiloquio, purché sia disinvolto, naturale, assolutamente non premeditato. Per poter dire un ‘vaff’ a qualcuno, bisogna averne l’autorevole sicurezza. La parolaccia regge solo se pronunciata con tranquilla superiorità; come se fosse, insomma, una parola d’uso comune”. Mi scuso in anticipo. Quando l’ho richiamato si è riattivata fin troppo naturalmente la confidenza, come se vent’anni non fossero mai trascorsi. Cassano stava per uscire a correre: «Zazza, faccio una quindicina di chilometri sull’asfalto, sotto il sole di Genova, un caldo bestiale, non ho paura dell’insolazione, mica ho settant’anni. Così poi andrò più veloce sull’erba».

L’ultima volta che ci siamo sentiti avevi 17 anni e un gol alla Baggio. La settimana dopo il mio, il nostro Guerin Sportivo ti mise in copertina inventandosi “Fantantonio”. Oggi ne hai più del doppio, chi ritrovo? «Un coglione». E ride. «E poi calma, Robertino è Robertino».

Con quel gol all’Inter me lo ricordasti tanto: il dribbling in velocità, la finta, il tiro quasi in caduta... «Io ero Robertino Baggio fino al collo. Altra testa, la sua. Robertino è una persona fantastica, l’ho conosciuto, uno vero. Non come tanti leccaculo che ci sono in giro. E anche un altro tuo grande amico è come lui, Roberto, il Mancio, uno che non gliene frega un cazzo di dire quello che pensa». Non ci sono scorie, né pesantezze nel tono: Antonio sembra sereno, risolto, è affabile, decisamente allegro.

Ti alleni per cosa? «Per rientrare, mi alleno per rientrare. Ho ricevuto tante offerte, squadre di A e di B, per ora non mi hanno convinto. Non vado dove si parte per non retrocedere, dove non c’è un progetto».

E allora dormi tranquillo. (Altra risata. Sua).

Sei fermo da troppo tempo. «Ricordi Almeyda, Matias? Tornò dopo due anni di inattività e giocò per altri quattro. Io non ho mai subìto infortuni, né muscolari, né di altro tipo. Sono integro, perfettamente in salute. L’unico infortunio l’ho avuto alla testa, ma l’ho curata con e per i miei figli».

Oddio, a Milano ti capitò qualcosa di molto più serio. «E chi lo dimentica? Una grande paura, solo una grande paura».

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