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Stadio Flaminio, la prima pietra
© Bartoletti
Calcio
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Stadio Flaminio, la prima pietra

L’Ama al lavoro nello storico impianto abbandonato al centro di Roma: va restituito alla città

ROMA - Si cammina evitando cumuli di immondizia, vetri rotti, segni di stanziamenti umani e di opprimente degrado. E poi il campo, ridotto a sterpaglia. Lo Stadio Flaminio, gioiello realizzato nel 1959 da Pier Luigi e Antonio Nervi, è uno spettacolo da stretta al cuore. Ora però si svolta: ieri mattina è partita ufficialmente la bonifica dell’impianto, già annunciata nel luglio scorso dall’assessore allo Sport di Roma Capitale, Daniele Frongia. Al lavoro gli addetti dell’Ama, con camion e miniruspe: non si sa bene ancora cosa troveranno e quanto tempo impiegheranno a riportare la situazione alla decenza, ma partire è già una gran cosa. Questo primo intervento costerà al Comune 101 mila euro, per la vera opera di restauro si parlerà di milioni e potenziali investitori. Quanto alla destinazione del nuovo Flaminio, si andrà per gradi: «Dopo la pulizia - dice Frongia, nel corso del sopralluogo effettuato nello stadio - si tratterà di studiare un progetto per un utilizzo provvisorio, così come abbiamo previsto per Campo Testaccio, altro sito sportivo storico in corso di bonifica. Si possono prevedere eventi e musei temporanei. Ci sono delle proposte in tal senso. Poi si procederà con la soluzione definitiva. Abbiamo avviato di recente un discorso con il Coni e la Federazione Italia Rugby». La Fir vanta radici piuttosto solide nella storia del Flaminio, utilizzato con una certa regolarità per circa tre decenni, a partire dal 1975.

CHE STORIA! - Il Flaminio nasce come stadio da calcio, ma le due grandi società della Capitale sono tutt’altro che interessate, come conferma Frongia: «Sappiamo che la Roma è impegnata in un altro progetto. Quanto alla Lazio, sono stato io stesso a bussare alla porta di Lotito. La risposta del presidente è stata negativa, essenzialmente per due motivi: l’impossibilità di prevedere una copertura completa degli spalti e la scarsa possibilità di un utilizzo commerciale». Il problema della copertura, in effetti, non è da sottovalutare, nell’ottica delle caratteristiche richieste a uno stadio moderno. Il Flaminio ha una sola tribuna coperta (con i pali di sostegno che in alcuni punti coprono parzialmente la visuale del campo), il resto dello stadio è interamente esposto. «Prevedere una nuova copertura vuol dire alterare la linea originale dell’impianto, e sarebbe necessaria una variante al piano regolatore», spiega l’assessore. Perdono quindi quota i sogni di quei tifosi laziali che vedevano nel Flaminio un nostalgico “ritorno a casa”, visto che la zona tra Viale Tiziano e il Lungotevere è la culla delle origini biancocelesti. Nulla di nuovo, comunque: Lotito ha già avuto più volte modo di ribadire il suo secco no a qualsiasi interessamento del club biancoceleste. Quale che sia la destinazione futura, il recupero del secondo stadio capitolino non può che essere auspicabile. Roma può ritrovare un grande protagonista della sua storia sportiva. La struttura sorge più o meno sulla stessa area dello Stadio Nazionale, che ospitò la finale dei Mondiali del 1934 e che nel dopoguerra, con il nome di Stadio Torino (in onore dei granata caduti a Superga), ha continuato ad essere il maggiore impianto calcistico cittadino, fino all’inaugurazione, nel 1953, dell’Olimpico. Negli anni Sessanta ha più volte ospitato la Lazio, nella stagione 1989/90 sia Lazio che Roma vi giocarono l’intero campionato, per i lavori all’Olimpico in vista dei Mondiali italiani. Ora, dopo un lungo sonno, il Flaminio può tornare a vivere.

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