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Pardo, esordio sul Corriere dello Sport-Stadio con Cruyff

Pardo, esordio sul Corriere dello Sport-Stadio con Cruyff

Nel suo primo editoriale sul Corriere dello Sport-Stadio, il noto giornalista Mediaset racconta il mito del calcio olandese

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venerdì 23 ottobre 2015 09:11

Comincia oggi la collaborazione con il nostro giornale Pierluigi Pardo, popolare giornalista e telecronista di Mediaset, conduttore di Tiki Taka su Italia1.

ROMA - Per comprensibili motivi di anagrafe non l’ho mai visto giocare. Studiato sì, come tutti quelli che hanno cambiato un’epoca. Chiedi chi erano i Beatles. E Johann Cruyff, simbolo ed eccezione della Rivoluzione Arancione degli Anni Settanta che non era (lo sanno pure i bambini) soltanto calcio. Quell’Olanda era tutto e il centro. Era il primo sorso di birra e l’allegria di un arancione abbagliante. Tulipani, mulini a vento e Van Gogh. Era la liberazione dei costumi, con l’amore libero e le donne in ritiro, in un tempo in cui in Italia non potevi nemmeno pensare di divorziare se non ne potevi più di tua moglie. La politica, anche. Perché il calcio totale era la squadra prima del singolo, una metafora perfetta, quasi un manifesto. Significava fabbrica e sindacato. Il diritto e il dovere di tutti. Il talento individuale comunque al servizio del gruppo. Dai il tuo contributo e goditi il trionfo assieme ai compagni. La sua classe, peraltro, era davvero fuori dal comune. Tre Palloni d’oro, come Platini e Van Basten prima che quel premio diventasse molto, troppo, marketing. Anche gli appassionati di numerologia rimanevano intrigati. Perché Cruyff era l’eccezione al canovaccio di ruoli e segni, il libero col “6”, lo stopper col “5”, il bomberone col “9”, of course. Il “14” di Johann invece era unico, originale e modernissimo, artistico e, ovviamente, immarcabile. Era soltanto Cruyff. Primus inter pares dell’Ajax che vinse tutto e dell’Olanda che tutto invece sfiorò e basta. Andate su YouTube e cercate la finale del Mondiale. 7 luglio 1974, Monaco di Baviera. Puntate il video sul calcio d’inizio. In quell’interminabile fraseggio c’è la filosofia di una squadra unica e del suo leader. Quindici passaggi e lo spariglio del leader. Lo scatto ubriacante, il rigore, il vantaggio olandese. L’acciaio tedesco ribaltò quella partita e vinse la Coppa, ma la Rivoluzione era comunque iniziata, resa ancora più irresistibile e letteraria dal fascino dolente della sconfitta. Qualche mese prima, tra l’altro, nell’autunno del 1973, Cruyff si era trasferito al Barcellona. Evangelizzazione. Da quel giorno in Catalogna Tikitaka e 4-3-3 non se ne sono più andati. Oggi, 41 anni dopo quel pomeriggio a Monaco, scopriamo che anche il “profeta del gol” come da definizione di Sandro Ciotti, o il “Pelé Bianco”, come lo chiamava Gianni Brera, è fragile e in pericolo. Ha scoperto di avere un cancro nel cappello (cit.) pochi giorni dopo la malattia del suo nemico di quel giorno, Gerd Müller. Ci ritroviamo ancora a tifare per lui, con una maglia arancione numero “14” per bandiera. Perché sono passati tanti anni, oggi ci sono il market pool e il Fair Play finanziario, il ranking Uefa e gli hashtag, ma le domande del calcio e della vita sono ancora tutte lì. Tra amore libero e fedeltà, voglia di attaccare e necessità di difendere. Tra la libidine del gioco e il realismo del risultato, rimane, intatto, il piacere di passarsi il pallone. Come si deve. Per questo e per molti altri motivi, #AnimoJohan.

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