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Il mental coach Gabrielli: Milan, dammi Balotelli e torna grande

Il mental coach Gabrielli: Milan, dammi Balotelli e torna grande
© ANSA

Da 20 anni, Giovanni Gabrielli è uno sport mental coach, uno dei primi in Italia e uno dei pochi che ha sviluppato metodologie specifiche per l’attivazione della mente femminile

 

sabato 5 settembre 2015 12:13

ROMA - Dottor Gabrielli, a chi assegna lo scudetto di agosto? «Sarebbe troppo facile assegnare lo scudetto d’agosto alle top five, squadre che hanno mezzi economici imponenti e strutture manageriali radicate e autorevoli; il mio personale scudetto va invece alle squadre piccole che con pochi mezzi e poche entrate che contano, sono riuscite comunque ad assemblare squadre che hanno nella logica il punto chiave. Se devo nominarne una tra le medio piccole indico il Sassuolo, ma solo come esempio, che è riuscito a bilanciare con entrate intelligenti le uscite di mercato. Di contro, ho trovato che alcuni acquisti delle cosiddette “big” hanno poca logica e - forse - solo esigenze di immagine. E alcuni di questi calciatori potrebbero avere difficoltà ad integrarsi nei gruppi per la loro forte personalità e autostima».

Top e flop del calciomercato secondo il mental coach?
«Quelle che ha me sono sembrate operazioni corrette e bilanciate, anche da un punto di vista economico e con una valenza pure psicologica: due operazioni del Napoli, Allan per l’ottimo bilancio costo-qualità e Reina, ottimo portiere con doti di team player importanti. A seguire Dzecko, Khedira, Dybala, appena sotto Bertolacci e Jago Falque. L’operazione di Romagnoli a mio avviso, invece, è stata molto costosa, vedremo se poi produrrà i suoi frutti».

Un solo italiano nella sua lista
«Esattamente. E’ triste vedere come i nomi siano (quasi) tutti di giocatori stranieri. Il nostro calcio si sta impoverendo e i risultati poi si vedono con la Nazionale sia in termini di risultati sia di interesse per la stessa».

Per scegliere un calciatore da acquistare se ne valuta il potenziale in relazione a diverse variabili, l’età, la tecnica, lo stato fisico, la storia degli infortuni, l’adattamento al modulo utilizzato dall’allenatore e così via… Quasi mai se ne fa una valutazione attenta della preparazione mentale e della sinergia con gli altri giocatori in termini di capacità di integrarsi, di fare squadra. Come mai? 
«E’ un errore che spesso si fa: valutare un atleta esclusivamente per le capacità tecniche, l’integrità fisica e la storia personale agonistica. Bisognerebbe, a volte, indagare anche l’aspetto mentale, parlo di autostima, autoefficacia, autodisciplina, capacità di focalizzazione, disciplina non solo tattica, capacità di lavorare in un gruppo verso un obiettivo non individuale ma di team. L’assetto mentale globale, intendo. Questo non si fa e capita di fare delle frittate quando invece basterebbe poco, credimi, per fare un bel lavoro».

A volte ritornano. (Per ora) non in Nazionale, ma nei loro ex club. E’ il caso di Balotelli e Cassano. Le paiono pronti a giocarsi questa nuova possibilità?
«Il mio sogno più grande sarebbe quello di lavorare con Balotelli, sono sicuro di poterlo aiutare sul suo atteggiamento mentale. Non si deve fare l’errore di trattarlo come un bambino ne responsabilizzarlo, va accompagnato in un percorso di consapevolezza comportamentale. Averlo riportato in Italia credo possa essere positivo, ma penso anche che il Milan e le dinamiche esistenti, non siano la soluzione ideale per lui. Lo avrei visto in una squadra meno sotto i riflettori dove poter lavorare senza troppo clamore. La situazione di Cassano non la conosco a fondo e non posso esprimere un giudizio bilanciato, credo comunque che per il calcio italiano sia un investimento, con qualche evidente punto interrogativo. Tra i due vedo pronto Cassano a giocarsi questa possibilità, ripeto Milan e Mario non credo sia il matrimonio giusto per il consolidamento comportamentale di Balo. Passare un campionato spesso in panchina non lo aiuterà nel suo processo di evoluzione, anche mentale».

Perché Super Mario si dovrebbe affidare proprio a lei e non ad un altro mental coach?
«Sarebbe facile e presuntuoso dire “perché sono il migliore”. Non lo dirò perché anche molti dei miei colleghi sono efficaci, competenti e portano risultati, in realtà ne esiste anche qualcuno che legge un libro sull’allenamento mentale e stampa un biglietto da visita con scritto “sport mental coach”, ma ha vita breve. Specialmente nell’ambiente sportivo i bluff si evidenziano velocemente».

In breve, perché la dovrebbe scegliere?
«Per due motivi: 1) Non sono in cerca - ne ho bisogno - di pubblicità. Quindi lavorerei veramente per lui (e non per me). 2) Perché , essendo un atleta che mi ha sempre interessato, sono tre anni che ne studio attentamente i comportamenti su campo e fuori, interviste comprese, e quindi credo di avere capito davvero cosa serve a Mario per avere un atteggiamento mentale che lo faccia stare bene e che possa ancor di più espandere le sue capacità tecniche. Credo si potrebbe davvero trasformare in un top player e non occorrerebbero anni. Ma molto meno tempo…»

Un buon motivatore è colui che…?
«Qui mi fa arrabbiare, non esistono “i motivatori”. La motivazione è un processo interno che viene appunto da dentro le persone, ma un buon mental coach è colui che conosce le leve motivazionali di ogni giocatore e adatta l’esterno per attivarle. Colui che facilita e libera le performance degli atleti lavorando sul loro assetto mentale. Lo “Special One” è un maestro in questo. L’uomo dei primati, dei 5 record: 9 anni senza sconfitte in casa; 2 Champions League vinte con club diversi (Porto e Inter); tecnico più giovane (49 anni) a raggiungere 100 panchine in Champions League; maggior numero di punti (95) in classifica nel campionato inglese; maggior numero di risultati utili consecutivi in casa (77) in Premier League».

Quali sono i segreti di Mourinho, della sua leadership, ma soprattutto della sua mentalità vincente?
«Non esistono segreti nel mondo dello sport, anzi io consiglio di diffidare sempre da chi pretende di avere segreti. Per il successo occorrono Passione, Motivazione, Competenza, Focus. Tanto lavoro e autodisciplina, direi che lo “Special One” li rappresenta tutti, in particolare applica alcuni concetti che sono estremamente efficaci nel suo lavoro: - E’ sempre ad un livello diverso da quello dei suoi atleti (mantiene sempre l’autorevolezza del suo ruolo, in campo e specialmente fuori) - Ha un ottimo equilibrio emozionale, che però non lo esenta da errori anche ingenui (leggi: ultimo problema con la dottoressa dello staff allontanano per un errore di giudizio). - E’ sempre coerente nelle sue decisioni, fermo e autorevole, non fa preferenze. Se lo meriti giochi altrimenti - anche se hai un nome famoso - stai fuori; premia davvero il merito non altro. - E’ efficacissimo nel modo di dare feedback - non solo tecnici - ai giocatori, in maniera oggettiva. Ma con questo non facciamone un mito. Anche noi in Italia abbiamo allenatori di questo livello, ma spesso allenano piccole squadre e anche in campionati minori».

Rimanendo in chiave mercato potremo dire che il Chelsea ha altre 3 squadre, dato che Mourinho ha dato in prestito 33 giocatori. Come valuta questa mossa?
«Tanto più aumentano i componenti di un gruppo quanto più se ne aumenta la complessità, più aumentano le difficoltà operative più diminuisce la possibilità di lavorare bene anche sui singoli. Quantità non è mai qualità, ma il rovescio della medaglia è che più aumenta la qualità e più probabilità ci sono di individuare giocatori efficaci. E’ un sottile equilibrio che bisogna gestire al meglio. Dal punto di vista di mental coach, questa mossa del Chelsea la valuto bene: Mourinho, conoscendolo, avrà selezionato in base ai propri obiettivi i giocatori da mandare a giocare altrove».

Il mercato è appena finito, ma in realtà non finisce mai...
«E’ vero, si sta già parlando del mercato di gennaio e su come le squadre potrebbero migliore gli organici. Questo è un grave errore, in questo modo si fa perdere di tranquillità i giocatori, gli allenatori, si indebolisce il focus sugli obiettivi e non si favorisce l’integrazione e lo sviluppo reale di uno spirito di squadra. Adesso le squadre hanno bisogno di lavorare sull’organico e di consolidarlo, basta chiacchiere su quello che potrebbe essere a gennaio. Focalizziamoci sul presente, che è quello che porta i punti per la classifica».

Valentina Cristiani, giornalista de Il Pubblicista

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