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"Play The Game Over": gli esports visti attraverso l'obiettivo

"Play The Game Over" nasce con l'intento di analizzare i lati dell'esport che tendenzialmente non vengono raccontati. Il tutto attraverso la macchina fotografica di Jacopo Scarabelli, che abbiamo intervistato.

Jacopo Scarabelli è un fotografo professionista, premiato e pubblicato a livello internazionale. Solitamente mette in pratica la sua professione in altri ambiti ma recentemente ha iniziato a dedicarsi all’esport. Un percorso nato nel 2017 quando all’ESL Championship di Torino ha seguito il Team Forge durante il suo percorso all’interno del torneo. Oggi, tramite l’intervista che segue, cercheremo di farci e fargli raccontare il mondo dell’esport tramite l’obiettivo della sua macchina fotografica.

Ciao Jacopo e grazie per la tua disponibilità. Cosa ti ha spinto dunque a raccontare attraverso i tuoi scatti il mondo degli sport elettronici in Italia?

Mi sono approcciato agli esport in modo indipendente, personale e totalmente distaccato da quello che definisco come un fotografo esportivo. Piuttosto mi sono impegnato nel cercare di trasmettere questa mia passione a un pubblico vario e non esclusivo. In questo senso, nel mio progetto, sto cercando di dare informazioni sempre diverse: non voglio infatti che ci siano ripetizioni tra i miei scatti perchè il mio obiettivo è quello di concentrarmi su vari aspetti del mondo esportivo cercando di raccontarli tutti attraverso la lente della macchina fotografica.

Ringrazio inoltre le aziende e le associazioni che mi hanno coinvolto ed hanno apprezzato la mia professionalità che mi ha poi permesso di sviluppare il progetto “Play The Game Over”.

Team Forge all'ESL Winter 2017

La tappa dell’ESL Championship torinese è stata inserita nell’ambito di un progetto fotografico intitolato “Play The Game Over”, da te menzionato. Di cosa si tratta e quali obiettivi si prefigge?

Penso che sia fondamentale trovare una comunicazione che vada oltre il pubblico esport, in questo senso c’è un enorme pregiudizio in Italia riguardo gli sport elettronici che spesso vengono associati in maniera negativa alla figura del ragazzo “nerd” che però non ha nulla a che vedere con le squadre professionistiche che ci sono oggi all’interno del panorama videoludico competitivo.

Per questi motivi ho pensato che il progetto “Play The Game Over” fosse appunto necessario per cercare di qualificare il mondo degli sport elettronici e avesse il merito di contribuire a sdoganare quei pregiudizi che tengono tutto il movimento ancora fortemente legato. Ho cercato dunque di creare un collegamento tra tutti gli aspetti, positivi e negativi, degli esport e li ho cercati di descrivere attraverso il mio progetto. Il mio è una sorta di documentario fotografico che si prefigge l’obiettivo di arrivare ad un pubblico ampio cercando di fornire un’informazione fotografica completa del mondo che cerco di descrivere.

In questo senso c’è una selezione fotografica accurata all’interno del progetto al fine di poter partecipare a numerosi concorsi internazionali di settore. All’interno del Play The Game Over è quindi possibile trovare fotografie strettamente emozionali messe in relazione ad altre più cerebrali allo scopo di rendere il pubblico parte attiva di questo racconto. Sulla base di questa relazione mi sono concentrato su tre colori: rosso, verde e blu, ho pensato a questa scelta cromatica anche in base alla virtù sportiva degli esport che da quest’anno hanno avuto anche un parziale riconoscimento dal Comitato Olimpico Internazionale.

Il pubblico dell'esport

Nel giugno del 2018 il “Play The Game Over” ha ottenuto un importante premio internazionale ai PX3 Awards con una “Honorable Mention” nella categoria sport. Il progetto ha dunque avuto il merito di raccontare il mondo degli esport attraverso la tua arte: pensi dunque che la fotografia possa contribuire a trovare un punto di incontro tra quelli che definiremmo come sport tradizionali e gli sport elettronici?

Personalmente ho notato che ci sono tantissime relazioni a livello organizzativo tra gli sport tradizionali ed esport. La differenza sostanziale che ho notato, e che da origine anche al nome del progetto Play The Game Over, è che gli esport hanno una data di scadenza in relazione al ciclo vitale del videogioco. In tal senso penso quindi che sia difficile correlare gli sport tradizionali agli sport elettronici.

Quali sono gli aspetti di un evento esport che ti attirano maggiormente, cosa ricerchi attraverso i tuoi scatti e cosa cerchi di trasmettere al futuro pubblico che guarderà le fotografie?

Il progetto ha una valenza documentaristica, quello che ricerco è l’andare oltre l’aspetto sportivo vero e proprio. Il mio interesse è di andare a trovare quella connessione che lega il mondo del professionismo a quello del pregiudizio. In un contesto fotografico dare una certa valenza ad una serie di fotografie mi permette di arrivare ad un pubblico sempre maggiore cercando di garantirgli sempre informazioni più dettagliate e qualitativamente migliori.

Dalla parte dei giocatori

Nei contesti fieristici o in chiave torneistica quanto è importante il pubblico e come si può valorizzare all’interno di uno scatto?

Secondo me il pubblico è fondamentale, senza il pubblico di un videogioco quest’ultimo non esisterebbe. Il pubblico viene attirato in diversi modi, non solo vendendo il biglietto dell’evento ma anche attraverso il coinvolgimento di personalità, cosplayer e influencer che generano una catena che va a coinvolgere tutti gli appassionati di un determinato titolo videoludico. Fotograficamente penso che lo si possa rappresentare in diversi modi.

Nel mio progetto, ad esempio, la foto più emozionante e descrittiva è quella di una madre che abbraccia il proprio figlio dopo la fine di una partita. Penso quindi in questo senso che il pubblico sia fondamentale oltre a permettere agli esport di uscire da quell’isolamento, anche culturale, che non ne ha permesso il corretto sviluppo per anni.

Riguardo questo discorso, molto spesso, alcuni fotografi sono stati accusati di valorizzare più le cornici di pubblico a discapito del valore sportivo offerto dai giocatori che quasi vengono messi in secondo piano. Pensi che il racconto di un evento o torneo esportivo debba necessariamente avere la giusta proporzione tra spettacolo e sport anche da sotto il profilo fotografico?

Penso che sia difficile rappresentare in modo tradizionale l’azione sportiva di un videogiocatore piuttosto che quella relativa ad un atleta di pallavolo. L’azione del videogiocatore è infatti più prettamente adatta al video piuttosto che all’obiettivo di una macchina fotografica. La fotografia sotto l’aspetto dell’evento penso che possa dare il giusto contributo visivo, magari ad una software house o community di videogiochi, ma non credo che riesca ad essere altrettanto efficace nella comunicazione di un’azione adrenalinica esportiva che solo il contributo di un video può riuscire a rappresentare correttamente.

Pausa

Per questo motivo si cerca sempre di immortalare all’interno dei nostri obiettivi il pubblico e le reazioni di quest’ultimo. Capisco tuttavia il senso della polemica ma ripeto che non è semplice per un fotografo rappresentare quell’adrenalina di cui parlavamo in precedenza.

Il tuo prossimo appuntamento sarà alla Milan Games Week, una delle fiere più importanti nel nostro paese non solo per gli esport ma anche per i videogiochi, due mondi che sembrano simili ma che in realtà nascondono delle differenze importanti. Il contesto della Milan Games Week potrebbe essere ideale per tentare di far emergere, grazie alla fotografia, quella connessione che lega il mondo videoludico professionistico a quello più prettamente “casual” dei videogiochi?

Andrò alla MGW con la consapevolezza di trovarmi di fronte all’apoteosi dell’esport in Italia, o per meglio dire: “il palcoscenico più importante”. Cercherò di scattare molte fotografie cosciente del fatto che mi troverò coinvolto in una situazione che riguarderà i videogiochi a 360° anche se il contesto fieristico tende sempre ad enfatizzare molto il mondo degli esport e spesso questo aspetto viene visto dall’esterno in modo negativo e attraverso i miei scatti voglio cercare di scuotere le coscienze di queste persone cercando di insinuarne il dubbio.

Generazioni di supporto

Il Play The Game Over lo hai definito un progetto “ongoing”, questo significa che i prossimi mesi e anni saranno estremamente importanti per il suo corretto sviluppo. In tal senso quali saranno i tuoi prossimi passi? Pensi inoltre che la fotografia e questo progetto possano essere la base per un futuro miglioramento generale degli esport nel nostro paese?

Penso che il mio progetto possa essere l’inizio di qualcosa di più ampio respiro e la mia idea è quella di uscire anche fuori dai contesti italiani, andare magari laddove i videogiochi vengono sviluppati. Ovviamente per portare avanti questa idea è necessario che il mio progetto possa essere valutato positivamente all’interno dei vari contest internazionali a cui sto partecipando. In Italia continuerò a lavorare con le varie realtà con cui ho collaborato nell’ultimo anno con risultati molto positivi e spero di riuscire a migliorare, seppur nel mio piccolo e attraverso i miei scatti, quel panorama videoludico competitivo italiano a cui tutti teniamo davvero molto.

Ti ringraziamo per questa preziosa chiacchierata e se vuoi puoi ricordare al pubblico del Corriere dello Sport dove possiamo trovarti e come fare per contattarti.

Mi potrete trovare ai seguenti indirizzi:

Grazie a voi per l’opportunità di poter raccontare gli esport attraverso un’ottica diversa.

Servizio a cura di GEC - Giochi Elettronici Competitivi

I diritti delle immagini e delle foto utilizzate sono tutti di Jacopo Scarabelli

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