Gli esport visti dalla psicologia: intervista a Mauro Lucchetta
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Gli esport visti dalla psicologia: intervista a Mauro Lucchetta

Abbiamo avuto l'occasione di intervistare Mauro Lucchetta, psicologo dello sport e dell'esport.

Nel tuo lavoro operi sia nel campo dello sport che dell’esport, quanto sono uguali?

“Secondo me sono due mondi completamente differenti nella loro espressione ma pressoché identici nelle loro finalità. In entrambi i casi ho sempre come protagonista un team, o una persona, intenti ad affrontare delle sfide e che mi chiedono di essere mentalmente allenati per realizzare al meglio ogni situazione. Se vogliamo utilizzare un’unica parola che sia simile a game o partita, allora possiamo racchiudere tutto in una sola idea, quella della Competizione. Chiarito quest’elemento di estrema somiglianza, poi si possono fare diverse considerazioni sulle diversità.

  • Nello sport assistiamo ad un impianto educativo leggermente superiore rispetto all’eSport. Sia per un fatto di background storico, sia perché il contatto diretto ha sicuramente il suo valore e di certo esistono ancora quelle pratiche sportive che trasmettono valori a scopo formativo.
  • Nello sport il 90% delle attività di preparazione mentale viene realizzata dal vivo e il 10% online. Nell’eSport, soprattutto in Italia, è praticamente il contrario. In assenza di una gaming house e della residenzialità dei player, spesso si gioca online. L’assenza della fisicità è un grosso limite, senza dubbio. Per sentire davvero una persona, un compagno di team, un coach o un analyst è davvero importante l’elemento della corporeità e dell’uso della sensorialità.

Questo poi si riflette anche nella gestione delle competizioni live, dove diviene un fattore critico sapersi adattare ad un contesto ambientale completamente diverso da quello in cui il player ha sviluppato le sue abilità. Si capisce bene che quel 10% di bootcamp e di eventi occasionali, va sfruttato al massimo dato che può diventare la linea di confine fra una sconfitta e una vittoria. A mio parere, sarebbe positivo se lo scenario italiano si potenziasse e sviluppasse ricalcando le modalità che abbiamo già visto nello sport tradizionale.

Sarebbe importante sviluppare quel contesto locale, di prossimità, dove l’esport Bar garantisca postazioni di gioco al team di zona in fasce orarie programmate. Finiti i game i player potrebbero quindi tornare ognuno a casa loro. Praticamente come la squadra di calcio del paese! Sappiamo che ci sono alcune realtà che già lo fanno, ma io sogno proprio una copertura capillare.

Probabilmente nello sport l’espressione motoria favorisce anche una miglior gestione dell’elemento psicologico. Per il player è dura, durissima! La mole di informazioni, la precisione maniacale dei movimenti fini, la tensione muscolare che difficilmente viene utilizzata al suo livello ottimale, le emozioni che oscillano continuamente fra dubbi e certezze, portano ad un impegno cognitivo molto elevato e che, a volte non si riesce a controllare sfociando nel Tilt. Ecco, un aspetto su cui il player ha molta consapevolezza e che ha molti margini di sviluppo, secondo me: i player non sfruttano bene il corpo per veicolare le emozioni.

Inoltre ci si dimentica troppo spesso del corpo e della sua influenza che ha anche nei compiti apparentemente cognitivi dove l’azione neuromotoria è vincolata dalla qualità del percorso: se non si è allenati, fisicamente preparati, ogni gesto è semplicemente più lento e meno efficace. Bisogna allenare sia la mente che il corpo. Se non lo si fa, alla fine si risulterà meno abili di quanto lo si potrebbe essere.”

Ci sono sempre più giovani che passano dall’amatoriale al competitivo. È l’approccio corretto?

“No: non fatelo! (ride). Al di là dell’ironia credo che sia molto importante avere i piedi ben piantati per terra, essere molto realistici e osservare attentamente lo scenario italiano dell’esport, che è ancora lontano dal definirsi professionistico, guardando ai freddi numeri. La cosa più semplice da fare è iniziare perché si ama il gioco, continuare ancora perché lo si ama, inoltre diventare fenomenali perché lo si ama e solo quando si è davvero dei pro player in grado di competere contro chiunque, iniziare ad avere aspettative.

Prima di allora, è meglio considerare tutto ciò che arriva come un regalo, e di non credere che il giocare molte ore sia un segnale di abnegazione o sacrificio. L’esport è il settore competitivo più difficile e meno sicuro che ci sia. Nel calcio solo lo 0,02% dei praticanti esordirà in Serie A, questo ci fa capire come nell’eSport le percentuali siano da ricalcolare ulteriormente al ribasso se consideriamo la quantità di player e potenziali esportivi; destinata, fra l’altro, ad aumentare a dismisura giorno per giorno. Inoltre le opportunità italiane di tipo professionistico sono davvero poche, perciò deve essere chiaro fin da subito che tutto questo va considerato solo come una bella esperienza.

Per questo anche le ore di gioco vanno soppesate: un conto è se mi sto giocando qualcosa di importante o se è diventata la mia professione, perché vivo di streaming o ho un canale che mi fa monetizzare, un altro è se lo faccio senza una vera strategia, illudendomi di poter “esplodere” a furia di giocare senza limiti. La verità è che si diventa bravi perché si adotta un metodo, perché si studia, perché ci si applica sulle differenze che determinano un miglioramento, anche quando vengono mal digerite. In sostanza è quando si lavora, nel senso di essere pagati per giocare. Al di là di tutto questo, i suggerimenti principali sono:

1) Conoscere bene il gioco.

2) Avvicinarsi il prima possibile alle community e ai player che lo giocano al meglio.

3) Abituarsi a perdere molte partite, soprattutto all’inizio, ma anche nel pieno della tua vita eSportiva, dove devi saper tollerare le fasi stagnanti in cui non Sali di livello.

4) Continuare a giocare solo se la motivazione principale rimane sempre il divertimento nel farlo, altrimenti fai altro.”

Il rapporto genitori e figli competitivi: abbiamo visto che l’esport, man mano che si avanza si trasforma in un lavoro per alcuni player. Come reagiscono i genitori nei confronti dei loro figli esportivi?

“Se parliamo di genitori e videogame il tema è tuttora irrisolto e credo che proseguirà fino a quando i Millenials non avranno sostituito l’attuale generazione di genitori. Se restringiamo invece il tema al rapporto fra pro player e i loro genitori il discorso cambia. Conosco dei pro con genitori entusiasti. Da una parte sentono che il figlio ha trovato una strada che loro nemmeno si sarebbero mai immaginati e questo viene percepito positivamente da quelle famiglie promotrici dell’emancipazione e del principio del riscatto sociale, dall’altra quando poi scoprono che i loro figli sono considerati come dei vip, c’è anche una sorta di moto d’orgoglio nel vedere il proprio figlio ricoprire quel ruolo così visibile in quel settore.

Esistono però anche tanti genitori poco propensi o addirittura contrari all’opportunità eSportiva. Succede soprattutto in quelle condizioni in cui l’aspetto economico è assente o ridotto anche se il player ha davvero del potenziale. Questo è il classico caso in cui le ore spese davanti allo schermo possono essere considerate dal genitore come un “tempo buttato”. Di solito vale la pena far due chiacchiere, ascoltare ciò che ha da dire il genitore perché, sebbene i player per firmare un contratto professionistico debbano essere maggiorenni, è indubbio come essi siano quasi sempre ancora a carico delle famiglie, sia economicamente, che psicologicamente, nelle fasi decisionali.

Il genitore, anche quando è inesperto, possiede comunque un punto di vista che fa affidamento su una percezione della realtà che a volte è più lungimirante rispetto all’immagine che ne ha il ragazzo. Se è disponibile ci dialogo volentieri, ascolto attentamente e do le informazioni che possono contribuire ad avere una visione ancor più ricca di quello che sta accadendo al figlio. Allo stesso tempo mi piace alimentare le ambizioni e i desideri dei player, ma penso che sia indispensabile prima di tutto supportarli verso una maggiore consapevolezza del loro ruolo, rendendoli in grado di prendere decisioni attraverso un processo logico e razionale. Soprattutto nelle Organizzazioni più strutturate sono richieste attività complementari al giocare, come la produzione di contenuti, o la presenza ad eventi, o il rispetto di norme comunicative sui social, etc.

Può capitare che il ragazzo non comprenda queste criticità e magari è invece proprio il genitore inizialmente ostile a far maturare alcuni presupposti di responsabilità nel player. Si è visto in passato alcuni pro player staccarsi completamente dalla famiglia per poter inseguire il sogno e riuscendovi, ma questo capita una volta su un milione, quindi è meglio non sviluppare un pensiero di tipo “magico” nei ragazzi. Giocate bene, divertitevi, impegnatevi a sviluppare il talento: quando gli ingredienti sono quelli giusti vi ritroverete senza accorgervene nell’Olimpo, qualora invece ciò non accadesse, continuate a far progredire con altrettanta dedizione la vostra bellissima vita.”

Ringrazio infinitamente Mauro Lucchetta, psicologo dello sport e dell'esport per il suo prezioso contributo.

Servizio a cura di GEC - Giochi Elettronici Competitivi

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