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Montezemolo: «Io e la Ferrari, un amore vero»

Montezemolo: «Io e la Ferrari, un amore vero»
© ANSA

La Ferrari compie 70 anni: Walter Veltroni intervista il presidente più vincente. «I sentimenti contano anche più dei successi: il nostro legame non si scioglie»

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 Walter Veltroni

sabato 11 marzo 2017 08:26

ROMA - «Io credo che nella vita i sentimenti, le passioni siano fondamentali. Ecco, tra me e la Ferrari è stata ed è una grande storia d’amore. Uno dei momenti più belli è stato l’ultimo giorno: pensavo di dover andare a salutare i dirigenti e mi sono trovato, a sorpresa, nell’auditorium tutti i dipendenti, molti con la tuta rossa, perché era un’ora di lavoro. Sono entrato ed è partita la bellissima canzone di Gino Paoli “Una lunga storia d’amore": "Fai finta che solo per noi due passerà il tempo ma non passerà, questa lunga storia d’amore". Su uno schermo scorrevano filmati bellissimi dei lunghi anni che avevamo trascorso insieme. Fu un momento di lacrime, molto commovente. E, in effetti, questa lunga storia d’amore non finisce, non può finire».

Quando iniziò questa love story tra lei e la Ferrari?
«Io sono del ‘47, l’anno in cui è iniziata l’avventura della Ferrari. Compiamo settant’anni insieme. E’ iniziata da bambino, quando il mio papà, abitavamo a Bologna, mi portava sui viali a vedere passare la leggendaria Mille Miglia. Ed è proseguita con un incontro del tutto casuale con Enzo Ferrari. Non c’entra la Fiat, come molti pensano. No, nacque con una trasmissione radio che si chiamava “Chiamate Roma 3131”. Un giorno un radioascoltatore chiamò per sparare a zero contro l’automobilismo, dicendo che era un sport da ricchi, che era uno sport pericoloso. Io difesi con passione le corse e Ferrari, che in quel periodo era abituato ad ascoltare quella trasmissione, chiese di conoscermi. Dopo un po’ mi domandò se volevo andare a lavorare con lui. Divenni prima suo assistente e poi direttore sportivo».

Mi spiega in tre motivi la natura di questa passione per le auto e per la Ferrari, in particolare?
«In primo luogo passione per la gente. Mi creda, le persone che lavorano alla Ferrari sono straordinarie, perché mettono amore, ogni giorno, per quel simbolo e quella macchina. Uno dei momenti più belli della mia carriera alla Ferrari fu quando vincemmo il premio del Financial Times, che sceglieva “Il posto più bello dove lavorare in Europa” attraverso una ricerca fatta tra i dipendenti delle aziende. Noi fummo i primi, molti anni fa, a dare un grande premio finale sui risultati non solo sportivi. Lo facevamo perché quello era il nostro patrimonio, quelle erano le nostre persone. Le persone, poi la terra. Non si capisce il mito della Ferrari se non partendo da lì. Io sono nato a Bologna e mi sento molto legato alla cultura dell’Emilia Romagna, alla storia dell’Emilia Romagna, all’umanità, anche alle passioni dell’Emilia Romagna. Che mi manca molto. Il terzo elemento è legato alla tipologia del mestiere della Ferrari, molto stressante: perché non è facile essere ogni weekend sotto il giudizio universale, se vinci sei un fenomeno, se perdi sei un coglione. Stressante per la tipologia del lavoro, perché non è solo la Formula 1, ci sono le auto, il prodotto, l’innovazione, la tecnologia, i mercati e, nella Formula 1, l’organizzazione del lavoro. Cercai, per metodo di lavoro, di tenere sempre aperte le finestre sul mondo e quindi ogni tanto introdussi nella squadra qualche persona che veniva da fuori, che portava un po’ di aria fresca, di cultura innovativa. E’ un po’ come nel calcio: mi ricordo che una volta incontrai Zola a Napoli per strada e gli dissi “Come va Maradona?”. Mi rispose: “Guardi a me importa poco come va, però io spero che stia sempre qui, perché quello che ho imparato da lui durante gli allenamenti non l’ho imparato da nessuno”. Tutto questo ancora oggi mi manca molto, perché tornando ai settanta anni di questa azienda, più di trenta io li ho passati all’interno, come direttore sportivo, come presidente e amministratore delegato. Siamo cresciuti insieme, la Rossa e io».

Qual è il suo primo ricordo della Ferrari in pista?
«Ho ancora davanti agli occhi la vittoria a Monza di Ludovico Scarfiotti, pilota italiano, che, del tutto inaspettatamente, arrivò primo nel GP d’Italia. Da bambino, ho dei ricordi molto meno chiari. Mi ricordo quando passava la Ferrari di Piero Taruffi, mi impressionò molto l’incidente di de Portago delle Mille Miglia. Allora, e fino agli Anni Ottanta, le corse erano una specie di roulette russa, molto più pericolose di oggi. Se ripenso alla mia vita in Formula 1, ripenso anche a tanti ragazzi, tanti campioni, volati via alla vita».

Mi ricorda le diverse fasi del suo lavoro in Ferrari?
«Sono tre momenti diversi. Il primo fu l’inizio, da giovane direttore sportivo. Enzo Ferrari mi diede fiducia, io avevo venticinque anni. Allora dare ruoli di una certa importanza ad un giovane era molto meno facile di oggi. E’ il periodo delle vittorie di Lauda degli anni Settanta. Il momento più bello fu il settembre del ‘75 quando, dopo undici anni, vincemmo il Mondiale di Formula 1 con Niki Lauda e, lo stesso giorno, vincemmo il Gran Premio di Monza con Regazzoni. Io ho ancora nelle orecchie la telefonata che feci a Ferrari: lui mi disse una cosa che mi ricorderò sempre. “Grazie per quello che hai fatto”. Una frase così, detta da un uomo severo ed esigente come Ferrari a un ragazzo di venticinque anni, mi creda, è qualcosa che non si dimentica. Ma eravamo un gruppo, con competenze differenziate e complementari. C’era Forghieri che era un grandissimo tecnico, un magnifico organizzatore, con cui mi integravo benissimo. Avevo un rapporto bellissimo con Niki. Sono passati quaranta anni e ci sentiamo ancora, come fosse ieri. Questo è stato il periodo in cui la Ferrari è tornata a vincere. L’ultimo titolo era stato con Surtees nel 1964. Il ciclo iniziato con Lauda poi si esaurì nel 1979 con l’affermazione di Jody Scheckter».

Lei poi tornò nel 1991, dopo quattordici anni.
«Trovai una situazione molto difficile, in Ferrari c’era la cassa integrazione, non vinceva il campionato da più di un decennio. Sembrava come una grande diva del cinema che non veniva più chiamata da nessuno. All’inizio mi dedicai di più alla parte industriale. Va ricordato che quella serve anche a sostenere l’attività sportiva. Ricordo che il piazzale era pieno di auto invendute. Un’immagine devastante. Poi cominciammo a programmare la ripresa agonistica e lo facemmo scegliendo le persone migliori sul mercato. Io credo che la qualità principale di un manager e forse la qualità di un leader, in ogni campo, sta nella scelta delle persone con cui lavorare. Devono essere sempre le migliori, le più capaci di fare squadra. Per vincere ci vuole tempo, ci vuole programmazione, ci vuole fatica. Scelsi Jean Todt e Ross Brawn. E poi Schumacher, che poteva fare la differenza. Ma non da solo: se tu non hai l’organizzazione, una macchina che può essere competitiva, ci puoi mettere il miglior pilota del mondo e non vinci. Quindi l’arrivo a Schumacher nel ‘96 fu preceduto da quattro anni molto duri di ricostruzione. Lui arrivò in una squadra che era stata riorganizzata, ricostruita. Nel ‘97 si inaugurò la famosa galleria del vento fatta da Renzo Piano che, a parte la bellezza, era fondamentale nella sfida con gli inglesi che erano molto più avanti di noi nella tecnologia dell’aerodinamica».

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