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Almost Dead, gli zombie sono sempre affamati

Almost Dead, gli zombie sono sempre affamati

Intervista a Giorgio Bruno vincitore del Fantafestival su ispirazioni, aspirazioni e il perché i non-morti sono sempre di attualità

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venerdì 1 dicembre 2017 16:12

Ha vinto la 37esima edizione del Fantafestival (Mostra Internazionale del Film di Fantascienza e del Fantastico), diretta da Alberto Ravaglioli e tenutasi a Roma la scorsa settimana. Il Pipistrello d’oro come Miglior lungometraggio Italiano è andato al thriller horror di Giorgio Bruno, Almost Dead, che unisce il survival allo zombie movie: Hope si sveglia legata in una macchina finita fuori strada. Nell’impatto ha sbattuto la testa e non ricorda chi sia e nemmeno come sia finita lì. Liberatasi ma ferita, il suo unico legame con il mondo esterno è un telefono cellulare. Dall’altra parte, sua sorella la informa su ciò che sta accadendo: un virus sta trasformando gli uomini in zombie e proprio da loro è accerchiata Hope che lotta per sopravvivere. INRoma ha intervistato Giorgio Bruno all’indomani della vittoria nella manifestazione romana. 

 

Come è nato Almost Dead? Perché ha scelto di incrociare l’horror sugli zombie con un’idea così sperimentale di ambientare tutto in un solo habitat, l’automobile, per raccontare la storia?

«Da un incubo avuto all’età di 17. A quel tempo non facevo altro che vedere film di fantascienza e horror, con una particolare predilezione per gli zombi. Quel sogno mi scosse non poco e ho passato anni a sviluppare il soggetto che poi è diventato Almost Dead». 

Dal punto di vista della regia, quali sono state le scelte e le scene più impegnative? 

«La domanda che mi feci prima di iniziare era: come faccio a rendere avvincente una storia che come unica location ha l’abitacolo di una macchina? La risposta era sia nella scelta dell’attrice, una Aylin Prandi meravigliosa e intensa che ha dato ad un personaggio negativo come Hope un lato umano al di là delle mie stesse aspettative e una scelta di inquadrature sempre in movimento e mai statiche. In questo genere di film si fa spesso un abuso di macchina a spalla. Per enfatizzare il dramma della vicenda, che è stato sempre il mio interesse principale, ho voluto usare molto carrelli e una colonna sonora non convenzionale per un horror, con tanto di cantante lirica. La scena più difficile da un punto di vista emozionale credo sia stata il momento in cui Hope parla con la figlia, con la consapevolezza di non poterla più rivedere».

Perché gli zombie sono sempre di attualità al cinema?

«Ho sempre pensato che gli zombie sono una perfetta metafora dell’essere umano, come sosteneva Romero. Negli anni Settanta, il Maestro, con il suo Dawn of the dead ne fece una metafora sul consumismo. Oggi gli zombie, in una delle tante chiami di lettura, potrebbero rappresentare, la massa univoca che segue solamente l’istinto di sopravvivenza piuttosto che quello di crescita». 

Senza spoilerare, i suoi zombie sembrano mantenere una scintilla di umanità e coscienza.  In parte mi ha ricordato la serie inglese In The Flesh, anche se le premesse sono differenti. Perché questa scelta di dare quasi un’anima agli zombie?

«Mi piaceva l’idea di esplorare più il mondo dei non morti. Mi posi delle domande: Può uno zombie, provare delle emozioni? Perché no mi son detto. Provare a raccontare quel che ci sta in mezzo tra la vita e la morte mi ha sempre affascinato».

Quali sono i prossimi progetti? 

«Come produttore sto lavorando a due importanti progetti internazionali mentre il mio ultimo film prodotto assieme a Daniele Gramiccia, The Executioners per L.A regia di Giorgio Serafini è stato acquisito dalla Lionsgate in America. Come regista sto ultimando le riprese del mio nuovo film, My Little Baby, un film molto personale a cui tengo particolarmente».

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