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Nicola Piovani: «Il teatro è un momento prezioso di civiltà»

Nicola Piovani: «Il teatro è un momento prezioso di civiltà»

Intervista al Maestro Premio Oscar in scena in questi giorni all'Eliseo con una lettura in musica dei fantastici Viaggi d'Ulisse

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martedì 26 gennaio 2016 17:06

Pianista, compositore e direttore d’orchestra, Nicola Piovani, Premio Oscar nel 1999 per la colonna sonora de La vita è bella di Roberto Benigni, arriva a teatro con una storia millenaria, ma ancora oggi piena di fascino. In Viaggi d’Ulisse, in scena dal 26 al 31 gennaio, il Maestro racconta, nello spazio da lui stesso definito "teatro musicale", le emozioni e i temi che hanno caratterizzato il personaggio omerico, un viaggiatore guidato dalla cometa della curiosità e dalla fame di conoscenza.

 

Come è nato il suo ultimo spettacolo? Cosa l’ha ispirata? 

 Un personaggio potente come Ulisse è di grande complessità poetica, ma se racconti a un bambino le sue avventure, se gliele sai raccontare, il bambino resta ammaliato a bocca aperta. Ulisse è un avventuriero che non accetta di farsi otturare le orecchie quando passa davanti all’isola delle Sirene, che vuole rischiare di ascoltare quel canto, incuriosito dalla bellezza e da tutto ciò che è vitale.

Nel concerto "Viaggi d’Ulisse"  le parole si uniscono alla musica, c’è secondo lei qualcosa che la musica non sarà mai in grado di esprimere?

La musica non può raccontare nulla di concreto, perché non possiede sostantivi né verbi, solo avverbi e aggettivi. Senza la parola una musica non può raccontare nessun fatto, nessun accadimento. Ma sull’emotività che quei fatti generano, sulla commozione legata a un avvenimento, la musica è uno dei linguaggi più potenti che esistano, se non il più potente.

Cosa le piace di Ulisse?

 La sua curiosità, il voler vedere sempre cosa c’è dietro la realtà apparente, voler guardare in faccia i misteriosi Ciclopi, voler ascoltare le Sirene, varcare le Colonne d’Ercole, cioè il perimetro assegnato dagli dei all’uomo perché oltre non deve sapere: Ulisse viaggia, non solo fisicamente, esplora le terre e gli animi degli uomini. E il proprio.

Come Ulisse, anche lei ha affrontato un viaggio/percorso importante nella vita?

Magari! Ulisse è un personaggio gigantesco, ma noi uomini quotidiani possiamo prenderne stimolo nel campo che coltiviamo: nella musica, nella scienza, nella politica. Quanti Ulisse hanno dato all’umanità scoperte e invenzioni che sarebbero rimaste nel buio? Qualche nome: Stravinsky o i Beatles, Einstein o la Hack, Mazzini o Nelson Mandela, Brunelleschi o Renzo Piano…e poi i tanti Ulisse anonimi che ogni giorno, col telescopio, con gli algoritmi, con le partiture, con le lotte di liberazione, allargano il confine vitale dell’uomo. Senza di loro non esisterebbe il sistema musicale temperato, la penicillina, la coscienza della relatività: il sole girerebbe ancora intorno alla Terra e forse l’uomo non avrebbe scoperto il fuoco.  

Quale potrebbe essere la colonna sonora della sua vita?

Non so mai rispondere a questa domanda.

E’ dal 1991 che insieme a Vincenzo Cerami ha dato forma a quello che possiamo chiamare teatro musicale ed entrando sul suo sito internet la prima cosa che si legge è  "il teatro è linguaggio del futuro", perché? Cosa rappresenta per lei il teatro?

Nell’era della moltiplicazione delle immagini virtuali, delle televisioni, tablet, smartphone, video in agguato in ogni angolo, nelle case, nei caffè, nei ristoranti, nell’era della vanificazione del linguaggio riprodotto per crescita esponenziale delle immagini virtuali, il Teatro, inteso come spettacolo dal vivo, con uomini in carne ed ossa che recitano, cantano, suonano, ballano per un pubblico in carne ed ossa, diventa sempre di più un momento prezioso di civiltà. Non cambierei mille effetti speciali virtuali con un attore, un violinista, una cantante con una chitarra, che al centro di una scena vuota cercano di sedurre e commuovere un pubblico accorso per vedere e sentire, in una sala fatta buia per concentrarsi meglio, nel prezioso e non surrogabile corpo a corpo teatrale.


Fellini dice in una frase che voi compositori "non inventate niente" da zero e che è impossibile che vi vengano in mente melodie così belle, lei come e dove prende ispirazione? È vero, come ha detto in altre volte, che le viene dai volti delle persone?

L’ho detto, sì, per dire che le realtà umane mi "ispirano", se vogliamo usare questo termine impegnativo, mi colpiscono più che le bellezze della natura, i tramonti, il volo degli uccelli. L’espressione del volto degli uomini per me è più musicale di qualunque foresta tropicale, montagna innevata o luce sul mare.

Nel 1999 ha vinto l’Oscar con la colonna sonora del film La vita è bella di Benigni, da cosa dipende secondo lei il successo di una musica? E’ spesso legato al caso o ad altro?

Il successo contiene una quota di casualità molto più grande di quella che siamo portati a riconoscere. Guardi una partita di calcio: la palla spizza sulla traversa e va fuori, oppure spizza e va dentro, ed ecco che si sviluppano due partite diverse, con risultati a volte diametralmente opposti. Infatti i giudizi li diamo sempre a posteriori, per cercare rapporti causali quando spesso sono solo casuali. E così il successo: non voglio dire che non c’entri il merito, ma c’entrano anche delle quote di casualità che è inutile inseguire perché imprevedibili.

 
Parliamo di Roma e di calcio: che idea si è fatto della crisi che ha attanagliato la squadra tra novembre, dicembre e inizio gennaio?

Mi sembra un copione già visto, con l’allenatore a fare da capro espiatorio. Quanti ne abbiamo cambiati in passato? Ma, quando vedo certe partite, con le amnesie e i cali totali di concentrazione, mi sembra di vedere un film ormai molto vecchio. Ho l’età per ricordare Roma-Lecce del 1986 con Eriksson in panchina. Quante volte la Roma in campo ha mollato la presa al secondo tempo? L’anno scorso, verso gennaio, ci fu un’inversione di rotta, il buio. Ma la causa di quel cambio di passo nessuno l’ha mai scoperta. O almeno nessuno ce l’ha detta. E quando i cali di tensione sono evidentissimi, come di recente, si caccia l’allenatore, visto che non si possono cacciare i giocatori; anche se certi probabilmente andrebbero proprio allontanati. Ma non succede mai.


Come ha vissuto il passaggio da Garcia a Spalletti?

Mi è dispiaciuto, molto. Come mi dispiacque quando Spalletti nel 2009 andò via fra i fischi di molti tifosi. Come mi dispiacque quando Luis Enrique lasciò la Roma, dopo che gran parte degli esperti ci aveva spiegato che non poteva allenare in serie A. La fine è nota a tutti. Mi ricordo una battuta di Samuel Beckett: “E gli uomini se la prendono con la scarpa, quando la colpa è del piede”. Comunque sono un ammiratore di Spalletti e mi auguro che, forte dell’esperienza passata, sappia evitare le trappole di Trigoria. Anzi, da tifoso, sono sicuro che lo farà.


Che responsabilità ha il tecnico francese, quali il gruppo e quali la società?

Non ho competenza per rispondere: noi del bar sport straparliamo, con grande passione ma anche con grande incompetenza. Ma, ripeto, pensare che la colpa dei fallimenti sia solo dell’allenatore è molto ingenuo e anche scorretto. Ricordo che, alla prima di campionato, avevamo in organico un sacco di attaccanti esterni, e neanche un terzino sinistro. Come un’orchestra con dieci trombe e mezzo contrabbasso. Pareggiammo, e la piazza di Roma cominciò a dire: la panchina di Garcia è in bilico, Garcia è all’ultima spiaggia, alla prima di campionato. Penso sia difficile lavorare così.


Di solito, come vede le partite, insieme a chi?

Quando posso, vado allo stadio con i miei figli. E spesso organizziamo dei raduni nelle case, con fratelli e amici, con ricco buffet. Un tempo usavamo mangiare dopo la partita, ma poi ci fu il famoso 7 a 1 col Manchester United (a proposito, allenatore Spalletti, se non sbaglio, Garcia ha solo ripreso una tradizione romanista). Quella sera ci si chiuse a tutti lo stomaco, e il cibo restò intonso sulla tavola. Da allora abbiamo preso l’abitudine di mangiare sempre prima della partita.


Qual è il suo primo ricordo legato al calcio e alla Roma?

Abitavo a via Sebastiano Veniero, che fa angolo con via Tunisi. "A via Tunisi, mi dicevano gli adulti, ci stanno i laziali". Allora noi bimbi organizzavamo delle spedizioni per scrivere col gesso sui muri di via Tunisi "Forza Roma". Avevamo paura e, appena compiuta l’opera, scappavamo col cuore in gola, come un piccolo commando di combattenti. Non avevamo mai visto una partita, né allo stadio, né in televisione, non conoscevamo le regole del gioco, non leggevamo i giornali, non sapevamo nulla di calcio. Sapevamo solo che eravamo romanisti.

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