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I numeri dell'Arsenal, la storia del calcio in Ungheria, e l'esempio dei grandi campioni

I numeri dell'Arsenal, la storia del calcio in Ungheria, e l'esempio dei grandi campioni

La storia dell'Arsenal attraverso i suoi numeri, il calcio in Ungheria prima e dopo Puskas; e una riflessione sull'eredità che i grandi campioni lasciano a noi comuni mortali

 Massimo Grilli

lunedì 23 aprile 2018 16:37

Sarà l’effetto “Febbre a 90”, oppure il fatto che la squadra di Londra Nord abbia dominato la Premier League in coincidenza con le prime partite di calcio internazionale finalmente visibili anche da noi, però è un fatto
che l’Arsenal raccolga in Italia un gran numero di seguaci appassionati. Ne immaginiamo la fibrillazione di questi giorni, che coincidono con l’addio dopo 22 anni di Arsene Wenger, l’uomo capace - al netto dei deludenti risultati più recenti - di aver saputo trasformare il vecchio “boring Arsenal”, quella squadra noiosa che vinceva troppe volte per 1-0, in una compagine moderna e talvolta invincibile, come lo fu davvero in quella splendida stagione (2003/2004) chiusa senza sconfitte. E quindi arriva a proposito un libro come quello scritto con grande passione e amore per i numeri da Max Troiani. Già autore di “London Calling”, questa volta l’autore ci ha regalato la storia dell’Arsenal vista attraverso i numeri. Il cammino anno per anno (dalla stagione 1893/94…), i risultati con i marcatori delle partite europee, i tabellini dei principali match di campionato, le finali di Coppe, le statistiche, con l’elenco dei presidenti, gli allenatori, gli stadi, i cannonieri di ogni stagione. Non mancano una sezione speciale dedicata alla squadra che restò imbattuta per 49 partite e le notizie più utili per vivere una giornata da tifoso dell’Arsenal, partita compresa. Da non perdere, anche per chi è semplicemente un appassionato di calcio internazionale.
Del calcio ungherese, invece, troppe volte si parla solo a proposito dell’Aranycsapat, la squadra d’Oro che dominò il calcio del secondo Dopoguerra, senza però riuscire a centrare la vittoria nel Mondiale, con
la famosa finale di Berna del 1954 contro la Germania Ovest sfumata da 2-0. Oltre Puskas e la grande Honved, oltre il centravanti alla Hidegkuti, c’è tanto da conoscere del calcio magiaro, e questo libro molto ben fatto viene a colmare questa lacuna. Un racconto che parte da Budapest - autentica culla del calcio ungherese - e dall’arrivo in città nel 1916 di un calciatore inglese, Jimmy Hogan, che viene messo sotto contratto dall’MTK e in pochi anni rivoluziona il calcio ungherese, con le sue idee tipiche dei maestri anglosassoni. E poi Bela Guttman, Alfred Schaffer (colui che nel 1942 allenò la Roma campione d’Italia per la prima volta), Gyorgy Sarosi, i trionfi dell’Honved (che nel 1930 vinse la Coppa delle Nazioni, una sorta di Coppa dei Campioni del tempo a cui parteciparono tutte le grandi squadre europee, tranne quegli spocchiosi degli inglesi) fino ad arrivare appunto alla grande Ungheria di Puskas e compagni. Da qui, con l’arrivo dei carri armati sovietici a Budapest a fare da sfondo,  il lento declino. Nel Mondiale del 1966 l’ultima grande vittoria - 3-1 al Brasile, con protagonista la stella Albert, l’unico Pallone d’Oro magiaro - nel 1986 l’ultima partecipazione al torneo, e poi il tentativo di risalire posizioni in campo internazionale, dalla presenza sui nostri campi di Detari - che lasciò tracce di un cattivo carattere e poco altro - e la partecipazione alla fase finale dell’ultimo Europeo. A chiudere, una commossa passeggiata a Budapest sulle tracce - qualcuna viva, altre un po’ meno - del grande Puskas.
MYARSENAL, numeri e date, tabellini e nomi dell’Arsenal Football Club; di Max Troiani, prefazioni di Roberto Gotta e Luca Manes; Bradipolibri, 205 pagine, 15 euro.
NON SOLO PUSKAS, il calcio ungherese prima e dopo l’Aranycsapat; di Roberto Brambilla e Lorenzo Longhi, Urbone Publishing, 185 pagine, 14 euro.

«Lo sport lo onori innanzitutto praticandolo, ma lo onori anche e di più portandone il senso nella vita fuori dai confini del campo. Perché nello sport ci sono l’attrattiva spettacolare, la forza, l’epica, ma ci sono innanzitutto situazioni e comportamenti che valgono per l’intera nostra esistenza, e che sono capaci di renderla - e renderci - migliori». Filosofo e scrittore, Bonelli, appassionato cultore di quella particolare
epica che circonda i grandi personaggi dello sport, ci ha regalato un bel libro per dimostrare come dalle prodezze dei campioni possano discendere anche insegnamenti fondamentali per la vita di ciascuno di noi, dal punto di vista soprattutto della costruzione del carattere e del senso di responsabilità. Dall’incontro con Michael Jordan e la sua continua ricerca dell’autenticità, alla forza - evidenziata da Tom Brady, stella del
Football americano e plurivincitore del Superbowl - di piegare il destino alla propria volontà; dalla capacità di Dana Torres (a 41 anni, tre medaglie d’argento alle Olimpiadi di Pechino) di stravolgere i confini fissati dall’età, alla “filosofia” di Bruce Lee, basata tutta su idee, movimenti ed energie. Una carrellata divertente ed istruttiva di grandi esempi che ci arrivano dallo sport, senza paura di qualche scelta apparentemente singolare, come preferire Icardi a Maradona, non per le doti tecniche naturalmente ma per il senso di responsabilità dimostrato nella sua famiglia “allargata”; o ancora nello scegliere Ronda Rousey, l’ex lottatrice di MMA, come portatrice sana della forza intesa come una delle caratteristiche principali della femminilità.
COME IBRA, KOBE, BRUCE LEE, lo sport e la costruzione del carattere; di Franco Bolelli, Add Editore, 125 pagine, 14,50 euro.

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