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24 Ore di Spa, con Lamborghini alla battaglia delle Ardenne

24 Ore di Spa, con Lamborghini alla battaglia delle Ardenne

Abbiamo trascorso tre giorni con la Squadra Corse di Sant'Agata durante una delle più prestigiose gare di endurance del mondo, vinta da Haase, Gounon e Winkelhock su Audi R8. 

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 Francesco Colla

domenica 30 luglio 2017 15:34

FRANCORCHAMPS (BELGIO) – Nell'anno in cui le più prestigiose Case tedesche aderiscono in massa alla Formula E c'è ancora spazio per l'odore di benzina e di gomma bruciata. Ne è convinto il popolo di Spa, con le sue migliaia di tende tra i boschi, addomi al luppolo e veterane magliette di Schumacher. Uno degli indimenticati sovrani di Spa-Francorchamps, cattedrale del motorsport dove ogni anno si officia la liturgia della 24 Ore dedicata alle vetture GT. L'altra grande gara di durata europea dopo Le Mans, nonché round più atteso della Blancpain GT Series Endurance Cup. 

Ben 63 vetture GT3 schierate in griglia tra la folla sono un colpo d'occhio unico. Ci sono tutte le versioni da competizione delle sportive più ambite sul mercato: Aston Martin V12, Audi R8, Bentley Continental, Bmw M6, Ferrari 488, Lamborghini Huracàn, McLaren 650 S, Mercedes-AMG GT3, Nissan GT-R, Porsche 911. Motori aspirati contro turbo, italiane contro tedesche; poco importa, il sound è entusiasmante. 

Al pari dell'atmosfera che si respira nei box. Mirko Bortolotti a malapena trattiene le lacrime quando James Calado gli soffia la pole per 57 millesimi. Mica è la Formula 1 questa: su un tracciato di 7 chilometri significa uno scarto di pochi centimetri. I compagni di Mirco, uno dei tre piloti della Lamborghini Huracàn del team Grasser, si stringono a lui per consolarlo, seguiti dai meccanici e dallo stesso Giorgio Sanna, il capo della Squadra Corse.

Abbiamo trascorso tre giorni nei loro box, in hospitality, vivendo con i piloti e lo staff, circa 80 persone, partito da Sant'Agata per supportare i team che schierano le Huracàn GT3 in pista. Scoprendo un mondo genuino, una famiglia “made in Motor Valley” impegnata nel progetto Huracàn; che dopo il timido esordio con due vetture nel 2015, ora è una delle GT più apprezzate dai team privati, con oltre 60 macchine impegnate nei campionati di tutto il mondo. E nonostante la delusione per la pole mancata, partire dalla prima fila al fianco dei vicini di casa di Ferrari è una bella soddisfazione. 

Classe 1990, Bortolotti è alla terza stagione del Blancpain GT Endurance Series, di cui Spa è l'apice stagionale; dopo aver vinto tra l'altro un titolo in Formula 2 nel 2011. A dividere l'abitacolo con lui il tedesco Christian Engelhart e il pescarese Andrea Caldarelli, al debutto a Spa, dove aver conquistato la testa della classifica nel Super GT giapponese. Engelhart è un ragazzo sorridente, aperto, che scambia volentieri due chiacchiere nonostante l'imminente battaglia delle Ardenne. Al pari di Le Mans e Daytona, Spa è un massacro per i team. “Ho dovuto intensificare gli allenamenti – spiega Christian – ma il problema è che così facendo ho messo su tre chili di massa”. Cosa ovviamente da evitare quando si pilota una macchina calibrata al milligrammo. 

Prima della gara i meccanici montano le loro poltrone da campeggio nel box, preparandosi a una giornata interminabile e a una notte di dormiveglia continuamente interrotto, mentre nel paddock fiumi di birra e hard rock inondano il buio squarciato dai fari sulla Eau Rouge. Le vetture tornano ai box per rifornirsi e cambiare gomme ogni 75 minuti, inoltre la squadra deve essere pronta a scattare per qualsiasi imprevisto. Tra uno “stint” e l'altro, i turni di guida, nemmeno i piloti riescono a dormire: “Troppa adrenalina – prosegue Christian – Ci vuole mezzora solo per calmarsi. Ti butti un po' a letto ma non è vero sonno”. Anche i piloti, al pari dei meccanici, devono essere sempre pronti a qualsiasi cambio di strategia deciso dal team; in 24 ore può succedere di tutto. Christian l'avrebbe scoperto dopo l'alba, abbandonato da un sensore dell'Abs, un componente da pochi euro, mettendo fine alla gara della Lambo favorita mentre lottava per la vittoria.

Palpabile la delusione nell'hospitality Squadra Corse, tra occhi stanchi e musi lunghi. “Ma andrà meglio la prossima volta” dice Jeroen Mul. Sembra più un modello di Calvin Klein che un pilota, eppure è uno col piede pesante. Corre nel campionato endurance americano, sempre con Lamborghini: è arrivato a Spa assieme a molti piloti del Programma giovani della scuderia. Una rampa di lancio per professionisti, una scuola per le giovani promesse. Nonché una scuola nel vero senso del termine: Bortolotti, Caldarelli e compagnia sono ambasciatori del marchio, piloti ma anche istruttori per i facoltosi clienti dell'Accademia: il talento in pista è fondamentale tanto quanto l'aplomb fuori pista.    

Alle 16.30 Christopher Haase, che ha condiviso il volante dell'Audi R8 LMS n. 25 con Gounon e Winkelhock,  taglia per primo il traguardo; mentre sul podio si stappa lo champagne, per l'esercito di team scatta la 25esima ora. Smontare, imballare, caricare sui camion i grandi numeri del circo. Un totale di oltre 100 vetture in pista durante il weekend, quasi 300 piloti, 13 mila pneumatici portati da Pirelli; nella sola hospitality Lamborghini in tre giorni vengono serviti 1500 pasti,  800 birre, 1800 croissant e 2500 caffé. Un baraccone che tiene impegnate per 18 ore al giorno, per una settimana, 25 persone. Ne vale la pena? Sì, perché in palio non c'è solo la Gloria ma un business fertile e strutturato: win on sunday, sell on monday dicevano gli inglesi. E il proverbio è sempre valido. 

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