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Donne alla guida di moto e camion in Arabia Saudita

Donne alla guida di moto e camion in Arabia Saudita

Si va delineando la nuova normativa che, da giugno 2018, permetterà alle donne di guidare. Il paese arabo era l'unico al mondo che non concedeva questo diritto

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 Diego D'Andrea

martedì 19 dicembre 2017 13:37

Era lo scorso settembre, quando la notizia dello storico decreto voluto dal re Salman, grazie al quale le donne potranno conseguire la patente di guida a partire da giugno 2018, irrompeva sulla scena, mettendo fine ad un divieto per via del quale il regno wahabita era l'unico al mondo a non concedere questo diritto. Un passo in avanti epocale, per le saudite, obbligate finora a spostarsi in auto solo con un autista o con un uomo della loro famiglia. Quello che mancava, però, era definire i confini della nuova legislazione a livello burocratico ed amministrativo, così come l’organizzazione di appositi corsi di scuola guida.

Un processo che si va delineando in maniera sempre più chiara. A partire dalla notizia secondo la quale, tra i mezzi “consentiti”, ci saranno anche le due ruote, quindi moto e scooter, come riporta l'agenzia saudita Spa. Ma non solo, le donne, a partire da giugno 2018, potranno mettersi persino alla guida di un camion. Inoltre, non verrà fatta distinzione di genere tra i guidatori (uomini e donne), salvo alcune misure particolari in caso di reati o incidenti gravi, che prevederanno l’utilizzo di stazioni di polizia riservate alle donne, qualora siano coinvolte. 

Una decisione, l’apertura alle donne da parte di Ryad, che punta, da un lato ad un generale ammodernamento delle politiche sociali all’interno del paese, dall’altro ad aumentare il numero di utenti della strada per dare nuovo impulso all’economia saudita, gravemente colpita, dalla metà del 2014, dal calo delle entrate petrolifere.  Senza contare l’effetto benefico sul fronte occupazionale. Con l’attuale normativa, infatti, in Arabia Saudita vige un totale divieto per le donne di spostarsi su mezzi privati senza conducenti di sesso maschile, con ripercussioni pesanti sulla possibilità di lavorare. La nuova normativa punta ad invertire la tendenza, aumentando la partecipazione femminile alla forza lavoro fino al 30% nel 2030, contro l’attuale 22%.

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