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Josefa Idem, forza e passione

Josefa Idem, forza e passione

Lo sport che forgia corpo e carattere e diventa motivazione per andare sempre oltre. Oltre i limiti, oltre i risultati, oltre se stessi e anche per gli altri. Parola della ex canoista azzurra

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venerdì 30 marzo 2018 17:52

Qualcuno ha deciso che quella doveva essere l’Ottava Meraviglia, e così è stato. Era il 2012, a Londra, quando Josefa Idem, a 48 anni, disputava l’ultima gara nella sua ottava – e ultima – Olimpiade, fregiandosi così anche del titolo di atleta femminile con più Giochi olimpici disputati in assoluto.

Campionessa impegnata anche a livello civile (è stata Assessore allo Sport nella sua città, Ravenna, e Ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili), l’ex canoista azzurra conta nel suo palmarès ben 39 medaglie tra Giochi olimpici, mondiali ed europei. Accanto alla carriera sportiva ha saputo anche dedicarsi alla famiglia, nata dalla passione per lo sport e dall’incontro con il suo allenatore, Guglielmo Guerrini, con cui è sposata dal 1990. Una vita fatta di successi e di tante sfide, remando, se necessario, anche controcorrente. Ma Josefa Idem ha sempre messo sport, determinazione, impegno e disciplina anche al servizio anche degli altri. Dal 1992, infatti, ha scelto di stare al fianco di AISM e della Sezione di Ravenna.

 

Tra Olimpiadi e Mondiali ha davvero vinto tutto, in uno sport molto duro. Come ci si riesce?

«Sono una persona cocciuta. Non ero molto brava a scuola, ma quando volevo raggiungere un obiettivo, provavo e riprovavo fino a quando non riuscivo. Non mi arrendevo facilmente. Poi ho trovato questo sport. Anzi: è questo sport che ha trovato me. All’inizio facevo canoa per stare in gruppo, perché mi piaceva stare con gli amici. E si è scoperto quasi per caso che avevo talento. Poi è subentrata la programmazione, il lavorare per un obiettivo. Ecco: un po’ è temperamento, un po’ sono le cose della vita che si mettono insieme per il verso giusto. Ho trovato la mia strada da quando lavoro con l’uomo che è diventato anche mio marito. Ciò che ci spinge è la curiosità di sperimentare dove, nonostante la mia età, si può arrivare, smentendo molti luoghi comuni».

 

Lei è testimonial di AISM: come ha incontrato la sclerosi multipla?

«Il mio rapporto con AISM è antico. La Sezione di Ravenna mi chiese di prestare il mio volto e il mio nome per sensibilizzare sulla SM in occasione di uno degli eventi che vengono organizzati annualmente dall’Associazione. Ho detto subito di sì. Noi atleti siamo persone davvero fortunate, anche solo per il fatto di essere all’altezza fisicamente delle competizioni in cui gareggiamo. La sclerosi multipla può incidere molto sulla qualità anche fisica della vita. Per questo penso che la nostra fortuna debba essere usata e rimessa in circolo per dare visibilità a realtà come quella dell’AISM, che lavorano molto intensamente per fare andare avanti la ricerca e per fare in modo che le persone vivano una vita all’altezza delle loro aspettative. In questo modo possiamo ricambiare un po’ la vita per la fortuna che ci ha regalato».

 

Insieme a suo marito gestisce anche una palestra frequentata da persone con SM o disabilità fisica: come lo sport può affrontare la SM e perché una persona con SM dovrebbe cimentarsi, con tutte le dovute precauzioni e controlli, in un’attività sportiva?

«Nella nostra palestra sono venute diverse persone con disabilità per ottenere benessere dallo sport e dal movimento. Noi vediamo persone di 70 anni che si avvicinano allo sport, magari per la prima volta nella loro vita, e hanno risultati positivi. Analogamente le persone con SM possono sperimentare che la malattia può essere combattuta anche così: insieme alle cure farmacologiche, il movimento può far stare meglio. E anche i costi per la gestione della malattia possono cambiare rispetto a chi non fa attività. Naturalmente ognuno deve trovare la propria giusta misura».

 

Perché “Controcorrente” è il titolo della sua prima autobiografia? 

«Me lo ha proposto un’amica giornalista e mi è sembrato subito perfetto. Scrivendo ci siamo accorti di come questo fosse il filo rosso della mia vita. Ho sempre fatto scelte fuori dal comune. Da quando, ancora bambina, iniziai a praticare uno sport di forza, quando alle femmine non era mai consigliato. In Germania sono stata una delle prime poliziotte donna della mia regione. Successivamente ho lasciato quel lavoro sicuro per sposarmi in Italia. Ho avuto figli mentre proseguivo la carriera sportiva, un’altra scelta che raramente si fa nel mio mondo. Ho fatto l’assessore allo sport a Ravenna mentre continuavo a essere atleta. Insomma, questo titolo mi rispecchia: è stato il leitmotiv della mia vita».

 

I figli, ha detto, sono le sue medaglie più importanti. Come coniuga l'attività professionale e la maternità?

«È molto difficile coniugare una vera carriera professionale e maternità. A me fanno tante lodi, ma ci sono altre mamme che sgobbano e basta. Il segreto per riuscirci è avere i giusti supporti. Supporti pubblici, come asili nido e scuole elementari con orari a tempo pieno, ma anche un marito che ha voglia di fare il compagno e il padre. Allora le cose diventano molto più facilmente coniugabili».

 

È stata anche assessore allo sport: che eredità le ha lasciato questa esperienza?

«Ho fatto l’assessore perché pensavo che fosse arrivato il momento di restituire qualcosa. Volevo mettere a disposizione della comunità la mia esperienza maturata nelle gare. In realtà ho ricevuto tantissimo».

 

«Non abituarsi ai soprusi, combattere ed essere sereni». L’ha scritto lei. Quali sono i diritti più importanti per cui combattere?

«Forse è banale, ma credo fortemente che il diritto alla salute sia quello fondamentale. Noi tutti vogliamo la libertà, il benessere. Aspetti importanti. Ma avere il diritto alla salute sta prima. Vuol dire avere la possibilità di accedere ai servizi di prevenzione e di cura. Vuol dire avere la possibilità di scegliere come vivere, vuol dire poter godere di tutti gli altri diritti».

 

«Si può imparare anche dalle sconfitte». È esperienza di tutti: non sempre si vince, si ha diritto anche a perdere. Da quale sconfitta ha imparato di più?

«Quando si vince, si pensa di aver fatto tutto al meglio. E si rischia di fermarsi. Dalle sconfitte si impara di più perché è proprio quando hai sbagliato qualcosa che devi impegnarti per migliorare. Spesso dunque le sconfitte contengono un messaggio positivo, per andare oltre».

 

Tratto da AISM

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