Michela Magnani: «Non voglio pormi limiti»
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Michela Magnani: «Non voglio pormi limiti»

L'atleta della Nazionale di sitting volley, alla vigilia dei Mondiali in Olanda, racconta la sua immensa passione per questo sport e l'importanza di AISM nella sua vita

È una gran chiacchierona Michela Magnani. È simpatica e decisa. Una che sa quello che vuole insomma. L’abbiamo sentita al telefono in questi giorni mentre era a Milano in ritiro con la Nazionale di sitting volley prima di partire per l’Olanda, dove da domenica 15 sarà impegnata nel Mondiale. Le emozioni sono tante e Michela non fa nulla per nasconderlo, in fondo è giusto così: l’impresa è di quelle che non capitano spesso. L’atleta azzurra convive con la sclerosi multipla da sei anni ma nemmeno per un attimo ha perso la voglia di vivere: «La vita, di punto in bianco, mi ha presentato la sclerosi multipla e tutte le conseguenze che questa patologia comporta. Se poi io in prima persona mi pongo dei limiti, non si va da nessuna parte. Non si deve stare fermi a subire ma bisogna reagire».  

Partiamo con AISM e del suo rapporto con questa Associazione. Come è iniziata la vostra conoscenza? 

«Quando è arrivata la diagnosi, a maggio di 6 anni fa, dopo pochi mesi sono venuta a conoscenza dell’Associazione e mi sono subito informata. Ben presto quindi sono andata a fare la volontaria ai loro eventi. Ero nel gruppo Young, a Parma, e ho partecipato ad alcuni convegni ed ero molto attiva presso i loro stand. Per me è stato naturale avvicinarmi subito ad AISM dopo la diagnosi, avevo bisogno di confrontarmi con altri che avevano la patologia: convivo con la sclerosi multipla e se non ne parlo la situazione non cambia, la malattia non se ne va. Quindi ho sempre trovato molto utile il confronto con gli altri ma questa è la mia personale esperienza. Capisco comunque ogni tipo di posizione».  

Lei è ormai una campionessa di sitting volley ma, più in generale, che ruolo ha avuto e ha lo sport nella sua vita? 

«Io non ho mai fatto sport a livello agonistico ma ho sempre praticato, seppur non in maniera costante, diverse attività: dalla pallavolo al ballo, passando per lo sci. Ho tanti interessi, dipende dal momento, e così è accaduto anche per lo sport. Per un periodo ho praticato più un’attività, poi ho virato verso un’altra. Ma in generale ho sempre considerato lo sport come valvola di sfogo. Quando ho avuto la diagnosi, essendo il sistema nervoso centrale la parte più colpita, ho cercato di trovare attività per tenermi impegnata, come corsi d’arte presso un’università popolare, ma anche attività per rafforzare la muscolatura». 

Come nasce la sua passione per il sitting volley e che percorso ha fatto fino a oggi?  

«Ho iniziato a giocare a sitting circa quattro anni fa. Ho scoperto che c’era una squadra a Parma, la Puntaallozero Sitting Volley Parma all’interno della Polisportiva Gioco, mi sono presentata e all’inizio tutti quei movimenti rapidi mi hanno causato un po’ di difficoltà però mi sono buttata in questa avventura con grande passione. Dopo pochi mesi è nata la Nazionale e io mi sono trovata proprio in mezzo a questo evento così importante. Paradossalmente, ho iniziato a essere costante con lo sport proprio dopo la diagnosi, mentre prima ero sempre stata altalenante. Mi sono letteralmente innamorata del sitting volley e oggi sono qua, alla vigilia del Mondiale. Ho superato tante difficoltà, tanti problemi fisici che volevano tenermi lontana dal campo da gioco ma la mia volontà nel continuare a praticare sitting non ha mai vacillato». 

A proposito di Mondiale, che emozioni sta vivendo?

«Pensare che siamo partiti in nove e adesso stiamo per disputare la più importante manifestazione per uno sport mi rende davvero orgogliosa di quello che ho e che abbiamo fatto come team. In appena tre anni abbiamo raggiunto dei risultati enormi e mi sento fiera di far parte di questo progetto. Il sitting non è uno sport molto conosciuto in Italia e avere la consapevolezza di poter contribuire a farlo espandere è qualcosa di indescrivibile». 

Lei è decisa, carica, punta all’obiettivo e non si ferma. Ma non tutti sono come lei perciò cosa si sente di dire a chi ancora non ha trovato la forza necessaria per reagire?

«Io dico sempre che bisogna buttarsi, bisogna provare. Io sono stata fortunata perché ho trovato la mia personale passione, il sitting volley, che mi ha permesso di superare tante avversità, di andare oltre la malattia e poi di raggiungere traguardi importanti. A volte quando sono in campo sento che il mio corpo non risponde come dovrebbe ma riesco ad arrivare in fondo alla partita: non so come faccio, me lo sono chiesto ma non so darmi una risposta precisa. Forse perché è talmente grande la passione per questo sport ed è ancora più grande la mia voglia di superare le difficoltà. I limiti in certi casi non esistono, sono nella testa, e io ne sono la prova vivente. Questo me lo ha insegnato il sitting volley. Qualunque attività io abbia praticato dopo la diagnosi, l’ho fatta perché volevo riprendere la mia vita, che è sempre stata molto piena, quindi non vedo il motivo per cui una malattia debba farmi smettere di vivere». 


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