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giovedì 22 maggio 2014

Volley, Piccinini e Bonitta «Sogno Mondiale»

Forum in redazione. Francesca capitano azzurro: «Giocarlo in Italia sarà speciale. A 35 anni ancora mi diverto»

ROMA - Il nostro giornale ha tenuto a battesimo la lunga stagione che condurrà ai Mondiali femminili di Italia 2014, che si apriranno a Roma il 23 settembre. Il ct Marco Bonitta ha ufficializzato l’elenco delle 22 che lavoreranno per il Grand Prix e per i Mondiali, ospite del Corriere dello Sport insieme con il nuovo capitano azzurro, Francesca Piccinini. I ritorni eccellenti erano stati anticipati fin da marzo: mamma Aguero alzatrice, la Centoni “francese”, la ripescata Ferretti. E l’assenza di Eleonora Lo Bianco, per tutta la stagione alle prese con il mal di schiena..

di Leandro De Sanctis e Pasquale Di Santillo

Bonitta, che Nazionale ha scelto?
«Un mix di esperienza e personalità. In alcuni ruoli ho dato un taglio netto. La mentalità vincente si forma giocando e spero che le veterane siano un esempio per le meno esperte e riescano a trasferire positività e personalità nella gestione del gruppo ».

Francesca Piccinini, un ritorno importante e con i gradi di capitano. Se l’aspettava?
«Io non ho mai smesso di pensare alla maglia azzurra, magari gli altri pensavano diversamente e non si aspettavano di rivedermi in Nazionale. Sono orgogliosa di questo ruolo. In tutta umiltà, penso di non essere arrivata e di avere l’esperienza per poter dare qualcosa in campo e fuori. Ho vinto un mondiale non da favorita nel 2002, ora penso al mio quinto mondiale. In Italia, sarà emozionante, avrà tutto un sapore diverso. Allora ero una ragazza, ora sono una donna con l’esperienza che non avevo allora. Ho commesso errori ma sono orgogliosa di quello che sono diventata».

Lei è stata una delle pallavoliste capaci di essere vincenti anche lontano dai campi: nella pubblicità, al cinema.
«Non perchè mi annoiassi nel volley, mi sono capitate delle opportunità e le ho sfruttate. Mi sono divertita nei vari ruoli. Anche al cinema ci vuole tanto allenamento ma non ho avuto il tempo di allenarmi a fare l’attrice. Era un mondo nuovo, rituali diversi. Per fortuna ho avuto Ficarra e Picone che mi hanno aiutata».

Ma la pallavolo le piace ancora, a 35 anni non le pesano i sacrifici?
«Il divertimento c’è sempre. Mi piace ancora tanto il volley, sono felice di entrare in palestra. Sono cresciuta con la competizione nel sangue ed ogni anno mi do nuovi obiettivi. Anzi, me li do ogni volta che entro in palestra. La pallavolo oggi è molto cambiata: una volta si vinceva anche con il singolo, oggi ci vuole uno staff, come se fosse un’unica persona. Per vincere serve alchimia di gruppo, non bastano i fenomeni».

Come è cambiata la gioventù del volley rispetto a quando lei era ragazza?
«Direi che è tutto cambiato. Noi eravamo più esigenti ed avevamo più rispetto. Oggi sembra che tutto sia dovuto, ma non è una cosa che appartiene solo alla pallavolo, quanto piuttosto alle generazioni di oggi. La cosa importante è parlare con chiarezza e sincerità, senza arroganza».

Al PalaEur di Roma l’Italia giocherà la prima partita del Mondiale. Ma lei non ha dimenticato quei maledetti Europei del 1999...
«Una pallonata della Bragaglia mi arrivò sull’occhio. Si sperava che guarissi ma non riuscì a giocare nemmeno una partita di quegli Europei. Allora ero abituata che dopo l’allenamento, restavo ancora in campo. Da quella volta non l’ho più fatto. A fine allenamento, stop»

Bonitta, nella sua Italia come sono maturati i ritorni della Piccinini e di Tai Aguero?
«A tutte le candidate ho fatto la stessa domanda e volevo vedere la reazione. Ho detto solo: Mondiale in Italia. A Tai si sono illuminati gli occhi. Premesso che lei, come tutte, deve meritarsi il posto per i Mondiali, l’idea mi venne quando lessi che tornava a giocare dopo la maternità. E’ una delle più grandi campionesse di sempre, ha personalità per un ruolo delicato come quello della palleggiatrice. E un’umiltà sorprendente: parla con le giovani, dà consigli, ha una qualità nel tocco incredibile ed un grande valore come persona. Sarebbe importante se le più esperte riuscissero a coagulare le giovani, in questa squadra, con la loro personalità. Lei si sente italiana ed ha un figlio italiano, canta l’inno. La Piccinini l’avevo seguita a Modena, sempre a lottare fino alla fine, senza mai mollare, a tenere insieme e stimolare la squadra. Incontrandoci abbiamo capito di parlare la stessa lingua, siamo tornati anche su alcuni aspetti di ciò che avevamo vissuto nel 2006. La chiarezza è importante per partire con il piede giusto».

Francesca, lei fu una pioniera andando a giocare in Brasile giovanissima, oggi le nostre stelle vanno all’estero per guadagnare come in Italia non è più possibile
«Avevo solo 18 anni, non sapevo che sarei diventata ciò che sono poi diventata e non volli perdere l’occasione. Ho capito allora cosa significa essere straniera in una squadra, è stata una bellissima esperienza che mi ha fatto comprendere tante cose e mi è stata utile».

Bonitta, che differenze ha riscontrato nelle giovani di oggi, rispetto a quella generazione vincente nel 2002?
«C’è differenza dal punto di vista tecnico La pallavolo è sport di tecniche specifiche. E poi l’aspetto atletico: alcune nazionali ci sovrastano. Le atlete saltano di più e tirano più forte. Va rivisto l’approccio, la vicinanza tra vertice e base. Bisogna ricreare un humus diverso. Non a caso quelle azzurre resistono ancora oggi, perchè hanno una base mentale e tecnica notevole, sono professioniste nel quotidiano. La differenza in campo la fanno quelle giocatrici che sono capaci di fare la cosa giusta al momento giusto»

Ha coniato lo slogan delle tre S...

«Sogni, sacrifici, sorrisi. Mi pare che queste ragazze oggi non vivano sogni e devono imparare a sacrificarsi per raggiungere gli obiettivi. Dobbiamo ricominciare ad insegnare, alcune hanno zone d’ombra importanti. Bisogna creare un percorso diverso. Il sogno ti porta avanti, nel 2002 le ragazze volevano uscire dal clichè che le voleva umorali, belle e capaci di fare altro ma poi perdenti in campo. Volevano essere delle professioniste e coronarono il loro sogno».

Quali possono essere gli obiettivi della sua Nazionale in questo Mondiale casalingo, così atteso?

«Il piccolo obiettivo lo posso dire anche io: arrivare a Milano, alla fase finale. L’obiettivo grande invece lo definirei con loro, con le ragazze. Dipenderà da quello che nel frattempo si sarà stabilito con loro. Si può vincere giocando insieme, per. E si può vincere giocando contro. Nel 2002 vincemmo i Mondiali a Berlino giocando per. Nel 2006 a Reggio Calabria la squadra prese il bronzo nel Grand Prix giocando contro di me. Penso in assoluto che giocando contro, a lungo termine sia più difficile arrivare lontano».

Francesca, lei non nascose la sua amarezza per l’Olimpiade perduta malamente a Londra. Non le andò giù quella eliminazione prematura
«Pensai che avessimo perso un’occasione. Non giocammo da squadra, tutte insieme».

La nuova era di Bonitta ct è iniziata davvero...al bar, chiacchierando e prendendo caffè?
«Sì, una bella conversazione tra ct e futuro capitano. Una condivisione della strategie» .

Lei ha sottolineato l’importanza di avere uno staff adeguato?
«Nel tempo ho affinato e messo a fuoco l’importanza che riveste la squadra che non gioca.Il vero spirito di squadra nasce dal gruppo che lavora nell’ombra. Lo staff deve essere coeso e vincente. Se poi anche la squadra che gioca si dimostra vincente...».

Dopo Ferretti e Bosetti, anche la Arrighetti ha accettato il mega ingaggio all’estero, in Azerbaigian
«Purtroppo il campionato italiano non può più garantire certi ingaggi. Capisco che chi può, vada a guadagnare dove offrono ingaggi notevoli. Tecnicamente in certi campionati il livello scende. Cosa cambia per me? Dovrò prendere l’aereo per andarle a vedere giocare invece del treno o della macchina. Ma non piangiamoci addosso, per i club italiani può essere l’occasione per far giocare le giovani»

Anche lei, Francesca, ha vissuto in prima persona le difficoltà di molti club italiani.
«Sempre per chiarezza, mi piacerebbe che ci fosse maggior serietà nei comportamenti. Meglio un club che ti dice onestamente cosa può darti che una società che promette tanto e poi non mantiene e magari non dà nulla» .

L’ultima domanda è per il ct. Quanto siamo ancora lontani da Brasile, Russia e Stati Uniti?
«Dalla Russia siamo ancora abbastanza distanti, sia come struttura che a livello di cultura. Come mentalità siamo più vicini alle americane. Come giocatrici invece siamo più simili al Brasile. Hanno atlete non alte ma forti, capaci di mettere pressione. La difficoltà non consiste solo nella battuta, ma dal modo come si affronta l’errore. Sotto questo aspetto il Brasile fa scuola»
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