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Dalla favela all'oro olimpico, le lacrime di Rafaela Silva

Arriva direttamente dalle strade della Cidade de Deus il primo oro del Brasile ai Giochi di Rio. «Voglio essere un esempio per tutti i bambini della nostra comunità», ha detto Rafaela Silva in lacrime, avvolta nella bandiera verdeoro e abbracciata dalla torcida di tutto il suo gruppo. Rafaela ha battuto nella finale del judo 57 chili l'atleta mongola Dorjsürengiin Sumiya. E subito deve esserle passata in mente la sua storia. Da quando a cinque anni decise di passare dalla strada, la 'rua' che nelle favelas è diventato un marchio indelebile accanto al sostantivo 'meninhos', al tatami. La fortuna volle che la palestra si trovasse nel suo stesso isolato. Dopo aver vinto l'argento ai giochi panamericani nel 2011, la sorte incrociò di nuovo la sua strada: a Londra 2012, quando già aspirava a un podio a soli 20 anni, fu squalificata dai giudici per un colpo giudicato irregolare. Quattro anni dopo il tatami le ha restituito tutto, con gli interessi. «Ero una bambina in un luogo senza scopi di vita - le sue parole subito dopo l'oro - e ora sono una campionessa olimpica: ma io dico, sono sempre un'abitante della Città di Dio».

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