La Ducati padrona in MotoGP: dopo Bagnaia ecco Marquez
Chissà se in quel giorno del giugno 1935 in cui posero la prima pietra dello stabilimento Ducati a Borgo Panigale, Adriano, Bruno e Marcello Cavalieri Ducati si sarebbero immaginati un futuro tanto luminoso e duraturo per la loro creatura, divenuta la risposta a due ruote a un’altra Rossa emiliana, la Ferrari. L’allora azienda di radio brevetti è oggi una delle Case motociclistiche più vincenti e blasonate del pianeta, che si è affermata con Pecco Bagnaia, Jorge Martin e Marc Marquez nella MotoGP moderna.
Le origini della Ducati
L’azienda di oggi è infatti figlia della volontà dei fratelli Ducati di seguire il grande fermento nel settore elettronico del primo Novecento, dettato dal geniale Guglielmo Marconi: il piccolo condensatore Manens, il primo prodotto della SSRD – Società Scientifica Radio Brevetti Ducati – è a modo suo l’antenato alla Desmosedici, la moto capace di dominare le ultime quattro stagioni della MotoGP. Tra questi due punti cardinali della storia della Ducati c’è ovviamente tanto altro, all’interno di un processo le cui fondamenta sono mutate negli anni. La prima transizione motoristica della Ducati avvenne nel 1946 e cavalcò l’onda del boom economico post-bellico e la conseguente voglia degli italiani di spostarsi in autonomia: un’esigenza a cui la Ducati seppe rispondere con il Cucciolo, una bicicletta munita di motore ausiliario che rapidamente accese quel desiderio di competere - e vincere - insito nello spirito del costruttore bolognese. Dal Cucciolo stradale nacque la sua versione da competizione, lasciando intendere un processo che avrebbe caratterizzato gran parte della storia della Ducati
Imola e il TT.
A volte, infatti, non è nemmeno stato necessario tramutare la versione stradale in una moto da competizione per vincere, come nel caso del primo grande successo nelle corse, la 200 Miglia di Imola del 1972. Su uno dei palcoscenici più importanti dell’epoca la Ducati si presentò con la GT 750, una moto pensata per il turismo dal genio dell’Ingegner Fabio Taglioni - il cui nome è sinonimo di Ducati - che nelle mani di Paul Smart riuscì a battere, tra gli altri, Giacomo Agostini e la sua MV Agusta, in una giornata resa ancora più magica dal secondo posto dell’altro ducatista Bruno Spaggiari. Il successo di Imola inserì la Ducati nell’élite delle competizioni, e tale status di icona nascente divenne ancora più forte sei anni dopo, quando Mike “The Bike” Hailwood regalò alla Casa la prima affermazione al Tourist Trophy, la corsa su strada per eccellenza.
Superbike
A quell’epoca a Borgo Panigale le onde radio avevano già da tempo lasciato il posto alla benzina e al suono dei motori, con un legame indissolubile con il mondo delle corse, a sostenere un DNA racing senza pari. La storia nelle competizioni del costruttore bolognese è infatti un film senza pause né buchi nella trama: ai primi successi internazionali, tra TT e non soltanto, è seguito il capitolo della Superbike, il terreno di caccia preferito della Ducati. Sedici titoli piloti, ventuno allori costruttori e oltre quattrocento vittorie illustrano l’epopea - ancora in corso - della Rossa nelle derivate di serie, eppure non sono sufficienti a spiegare l’impatto che i successi di Borgo Panigale in SBK hanno avuto su tifosi e semplici appassionati, soprattutto grazie alle moto e ai piloti che nel tempo si sono susseguiti. In particolare nei 35 anni intercorsi dalla 851 - posseduta anche da una Leggenda come Ayrton Senna - con cui Raymond Roche consegnò alla Ducati il primo titolo al presente targato Nicolò Bulega e Alvaro Bautista sulla Panigale V4 R, la prima Ducati quattro cilindri nella storia del campionato. Lungo il percorso hanno lasciato il segno indelebile Carl Fogarty - quattro titoli in rosso - e Troy Bayliss, amati dai tifosi non soltanto per i successi ma anche per lo spirito, indomito e senza fronzoli, tanto caro ai ducatisti. Perché la Ducati è l’unica realtà in cui, tra i tifosi, il marchio viene prima dei piloti. Inevitabile quando si creano moto come la 916 e la 996, quest’ultima resa immortale anche dall’apparizione in Matrix Reloaded.
MotoGP
Leggende che si incontrano nel nome dello stile e della velocità: una missione che non poteva che portare allo sbarco in MotoGP, l’Olimpo dell’universo motociclistico. A guidare la transizione fu Filippo Preziosi, l’ingegnere che diede alla luce la Desmosedici GP03, la moto capace di dare inizio a un sogno destinato a diventare favola. Loris Capirossi fu il perfetto interprete, grazie alla provenienza (imolese, nato a pochi chilometri storia, andando sul podio al primo tentativo, a Suzuka nel 2003, per poi vincere pochi mesi dopo a Barcellona. Per domare davvero quella moto sempre più potente e ingestibile ci volle però un cowboy australiano con la faccia d’angelo: il primo titolo in MotoGP arrivò infatti con Casey Stoner nel 2007, a coronamento di una stagione dominata. L’apogeo ducatista venne seguito da un lampo nel buio, con la sfortunata parentesi tutta italiana, con l’illusione del binomio Ducati-Valentino Rossi a rappresentare il momento più difficile. A riaccendere la luce è stato un altro ingegnere dall’anima racing, Gigi Dall’Igna. La risalita con Andrea Dovizioso ha portato a un presente in MotoGP che si può riassumere nella parola dominio, con la favola tutta italiana scritta assieme a Pecco Bagnaia, due volte campione del mondo. Seguito poi da Jorge Martin e, in questo 2025, da Marc Marquez, il fenomeno che ha fortemente voluto Borgo Panigale per rilanciare una carriera martoriata dagli infortuni. Chissà se i fratelli Cavalieri Ducati avevano anche soltanto sognato tutto questo...
