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Dieci anni senza Giorgio Tosatti, indimenticato direttore del Corriere dello Sport

Dieci anni senza Giorgio Tosatti, indimenticato direttore del Corriere dello Sport

Figlio di Renato, morto a Superga nella tragedia del Grande Torino, è stato uno dei grandi maestri del giornalismo sportivo italiano

 

martedì 28 febbraio 2017 09:54

ROMA - Dieci anni senza Giorgio Tosatti. Un'eternità in tempi di vorticosi cambiamenti anche se le date alla fine non sono che convenzioni, strumenti per segnare il tempo e ricordarne dei frammenti. E già il giorno dopo la sua scomparsa a Pavia in quel 28 febbraio del 2007 del resto, a qualche mese dal trapianto al cuore che non riuscì ad allungargli la vita, si intuiva quanto grande fosse il vuoto che aveva lasciato nel mondo del giornalismo sportivo e di quel calcio di cui si innamorò molto presto, da bambino e in circostanze tragiche.

IL GRANDE TORINO - Nato a Genova il 18 dicembre 1937 aveva undici anni infatti quando il padre Renato morì a Superga, schiantandosi sulla collina nell'incidente aereo che consegnò alla storia il Grande Torino di cui il genitore era al seguito come cronista. E quel giorno cambiò la sua vita, spingendolo a seguire le orme del padre (come fece in campo Sandro Mazzola figlio di Valentino) e ad entrare 45 anni più tardi nella storia della sua professione in occasione della Coppa del Mondo alzata nel 1982 al cielo di Madrid dall'Italia di Enzo Bearzot: con il titolo 'Eroici' sulla prima pagina del Corriere dello Sport ottenne il primato delle copie vendute in un solo giorno da un quotidiano italiano, 1.696.966.

NON SOLO CORRIERE - Al quotidiano romano lo portò Antonio Ghirelli, suo mentore nei suoi inizi a Tuttosport, e ne divenne caporedattore a 28 anni per poi prenderne la guida nel 1976 proprio al posto del suo vecchio maestro. Lavorò anche in Rai (condusse la Domenica Sportiva dal 1997 al 2002), a Mediaset e fu editorialista di Giornale, Guerin Sportivo e Corriere della Sera oltre che presidente dell'Ussi. Era l'unico giornalista con il patentino da direttore tecnico, assegnatogli 'ad honorem' a Coverciano forse come riconoscimento al suo approccio asettico, basato su una ricerca quasi maniacale di numeri e statistiche. Un metodo che gli permetteva così di scansare la polemica urlata e violenta senza per questo perdere acume e profondità, né quei sentimenti e quelle passioni che dello sport sono l'essenza.

DA PALLONE D'ORO - «Per noi azzurri era il Pallone d'oro dei giornalisti - diceva dopo la notizia della sua morte il Pallone d'oro e capitano della nazionale italiana campione del mondo Fabio Cannavaro -. Il più bravo e certamente il più autorevole. Sentire i suoi commenti era un piacere ed anche un dovere. Nella sua competenza trovavi sempre un'idea, un'osservazione giusta anche per noi che il calcio lo viviamo dal di dentro. Si vedeva che lui capiva perfettamente sul piano tecnico quanto succedeva, per questo non aveva bisogno di ricorrere spesso alla polemica».

MENTE ACUTA - Non solo il gioco però, Tosatti intuiva interpretando in anticipo anche il mondo che al calcio girava intorno: «Stiamo già per sprecare la grossa occasione rappresentata dalla costruzione (o dal riadattamento) di diversi stadi in vista dei Mondiali '90 - scriveva sul Giornale nel 1986 -. La vicenda sta immiserendosi in una serie di guerre tra gruppi di costruttori allettati dall'affare; tra amministratori locali e aziende private; fra partiti politici; fra chi vuole impianti destinati esclusivamente al calcio e chi si batte per inseririvi la pista d'atletica. Si discute sui terreni, sugli appalti, sui finanziamenti. Nessuno si pone il problema principale: come debba essere uno stadio degli anni Duemila in Italia». Una lucidità impressionante se si pensa che trent'anni dopo poco è cambiato e le sue parole sembrano scritte oggi. Oggi che da dieci anni lui non c'è più. Ma non per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, non per chi fa questo mestiere.

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