Il modello italiano di gestione dei grandi eventi sportivi internazionali
Lei ha gestito grandi eventi sportivi in Italia. Qual è la chiave del successo?
“La riuscita di un grande evento è sempre il risultato di un equilibrio delicato ma essenziale: armonia e sinergia tra tutte le istituzioni coinvolte, chiarezza nella catena di comando, unità del flusso informativo e capacità di assumere decisioni tempestive. Senza questi presupposti, anche la migliore pianificazione rischia di essere inefficace”.
Torino 2006: cosa ha rappresentato per il sistema di sicurezza italiano?
“Torino 2006 è stata una straordinaria palestra di innovazione. Per la prima volta si è realizzato un modello pienamente integrato, in cui la valutazione della minaccia – non solo terroristica ma anche criminale – veniva centralizzata nel Centro Nazionale di Informazione sulle Olimpiadi Invernali (CNIO), in perfetta armonia con le strutture esistenti. Questo ha consentito decisioni rapide, coordinate e fondate su informazioni verificate”.
Perché il flusso informativo è così importante?
“Perché l’informazione è lo strumento che consente di decidere. Rafforzare la catena di comando significa garantire al Questore il supporto informativo necessario al coordinamento delle risorse. Il doppio filtro – Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA) e CNIO – ha consentito di verificare l’attendibilità delle informazioni su possibili minacce, eliminando allarmi infondati e impedendo interferenze nel circuito informativo”.
Quanto conta la pianificazione rispetto all’operatività?
“Conta moltissimo. La pianificazione è il momento in cui si costruisce il successo dell’evento. A Torino abbiamo valorizzato gruppi di operatori specializzati per settori: coordinamento centrale, pianificazione territoriale, logistica, operatività. Questo ha consentito di affrontare le criticità con prontezza, senza improvvisazioni”.
Come avete gestito la cooperazione internazionale?
“Con grande apertura nello scambio informativo ma con altrettanta fermezza sul piano operativo. Il CNIO è stato esteso agli ufficiali di collegamento di 25 Paesi, dell’Unione Europea, del G8 e di Paesi a rischio. Tuttavia, le forze di polizia straniere hanno avuto un ruolo informativo, non operativo. È stato rigorosamente vietato portare armi sul territorio nazionale, fatta salva una limitatissima eccezione per la sicurezza delle delegazioni istituzionali”.
Un equilibrio non facile…
“No, ma necessario. La sicurezza è credibile solo se è sobria, discreta e saldamente nelle mani dello Stato ospitante. Lo stesso principio ha guidato il rigetto di interferenze, protagonismi individuali o pressioni commerciali per l’adozione di tecnologie non necessarie”.
Che legame c’è tra il Giubileo 2000 e Torino 2006?
“La continuità è nella metodologia. Il Giubileo ha rappresentato una sfida enorme per flussi, complessità e durata. Lì abbiamo consolidato l’idea che la sicurezza dei grandi eventi si fonda su pianificazione, comando certo e comunicazione omogenea. Torino ha portato quel modello a piena maturazione, adattandolo a un contesto internazionale di altissima esposizione”.
Quanto è importante il rapporto con i media?
“È fondamentale. La gestione della comunicazione deve essere unitaria, priva di protagonismi e capace di affrontare con equilibrio anche fatti potenzialmente allarmistici. Una comunicazione disordinata può creare più problemi di una criticità operativa”.
Che ricordo ha del riconoscimento internazionale di Giuliani?
“Lo ricordo molto bene. Il giorno successivo a quella riunione, mentre prendevo un caffè con Roberto Massucci in un bar del centro di Torino, sfogliando La Stampa mi colpì il titolo: “Le Olimpiadi di Torino, un modello di organizzazione che tutto il mondo dovrà imitare”. Pochi istanti dopo lessi anche le dichiarazioni di Rudolph Giuliani, che sottolineava come gli americani avessero lavorato come partner affidabili e indicava il modello italiano come riferimento per i futuri appuntamenti olimpici. Giuliani evidenziava inoltre il lavoro del CNIO, il gruppo internazionale presieduto dall’Italia e composto da 26 Paesi, tra cui gli Stati Uniti. Un vero modello di cooperazione: le informazioni vengono condivise in modo che ciascun Paese possa beneficiare delle competenze e delle risorse degli altri. Secondo Giuliani, solo lavorando in questo modo si può sconfiggere efficacemente il terrorismo, e il modello adottato dall’Italia rappresenta un riferimento valido anche per il futuro. Fu un momento di sobria soddisfazione: la consapevolezza che quel riconoscimento non era personale, ma riguardava l’intero sistema Paese e la maturità delle istituzioni italiane nella gestione dei grandi eventi internazionali”.
Un episodio che mostra la maturità del sistema di sicurezza?
“Il giorno della cerimonia di chiusura qualcuno ipotizzò di non far disputare la partita della Juventus prevista allo stadio, temendo che la concomitanza dei due eventi potesse determinare un sovraccarico del dispositivo di sicurezza. Insieme a Roberto Massucci, allora Vice Direttore del CNIO e oggi Questore di Roma, ritenemmo invece fondamentale che la gara si svolgesse regolarmente. Roberto è un collega al quale riconosco gran parte dei successi nella gestione dei grandi eventi sportivi in Italia. Ci dicemmo che difficilmente si sarebbe presentata un’occasione più significativa per dimostrare che le istituzioni italiane erano in grado di gestire eventi complessi e concomitanti senza rinunciare alla normalità della vita pubblica. Fu una decisione ponderata, fondata sulla solidità della pianificazione e sulla fiducia nelle professionalità impegnate, che trasmise un messaggio chiaro di affidabilità e maturità istituzionale”.
Qual è l’eredità del modello italiano di sicurezza?
“L’eredità è chiara: quando la sicurezza funziona davvero, resta discreta, invisibile ma imprescindibile. È un servizio silenzioso, costruito sul merito, sulla preparazione e sul senso dello Stato, capace di garantire non solo la protezione dei cittadini, ma anche la credibilità internazionale del Paese. Torino 2006 lo ha dimostrato: le istituzioni italiane possono gestire eventi complessi, contemporanei e di alto profilo senza rinunciare alla normalità della vita pubblica. Questa è la lezione che il mondo può osservare e prendere a modello”.