Umberto Rispoli: L’eleganza della corsa, il peso del mestiere

Il fantino azzurro si racconta dopo il nuovo exploit mondiale alle Haskell Stakes negli Stati Uniti: “Fantino per destino, monaco per scelta. Niente è scontato, neanche un gelato con mio figlio. Corro a 70 all’ora, ma sogno ancora un cappuccino al bar"
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Chi pensa che l’ippica sia un mondo per nostalgici, non ha mai visto Umberto Rispoli entrare in dirittura d’arrivo con un cavallo che risponde come un violino nelle mani giuste. È passata una settimana esatta dall’ultima magia a Monmouth Park dove Umberto, in sella a Journalism, ha messo il sigillo sulle Haskell Stakes, una delle corse più prestigiose degli Stati Uniti. Un trionfo costruito con esperienza e istinto, in una corsa che sembrava sfuggirgli nei primi metri, ma che ha saputo trasformare in capolavoro negli ultimi 150: “C'è stata molta andatura – racconta – e all’inizio Journalism non sembrava esprimersi al meglio, ma quando l’ho lanciato in curva ha risposto da campione. Siamo entrati in dirittura con una lunghezza e mezza dietro ai primi due, e negli ultimi 150 metri è scattato con un'accelerazione che solo pochi cavalli sanno fare. E' stato un arrivo al cardiopalma perchè li ho presi alla fine, diverso da quello di Baltimora alle Preakness Stakes dove c'era stato contatto”.

Una questione di classe. Quella che non si impara, ma che si affina. Quella che ha portato questo marchigiano di nascita cresciuto fra le vele di Scampia, oggi residente negli Stati Uniti, a vincere ovunque nel mondo: Europa, Asia, America. Uno che parla cinque lingue e cavalca con la stessa disinvoltura con cui un attore recita Shakespeare in palcoscenico. Una corsa lunga una vita. Quello tra Umberto e il cavallo è un rapporto ancestrale: “Sono un predestinato. Galoppavo già nella pancia di mia madre. Da piccolo avevo questa passione e questo amore per il cavallo, in qualche modo sapevo dentro di me che la mia strada era segnata. A scuola, quando gli altri bambini disegnavano case e trenini, io disegnavo cavalli e giubbe. Le giubbe mi affascinavano: colori, geometrie, significati. Il mio mondo era già tutto lì

Dagli inizi in Italia, come per tanti, fino al salto internazionale, giovanissimo lascia il Paese per inseguire traguardi che qui sembravano troppo stretti: “La tua terra non si lascia mai del tutto. Quando ci nasci, ci cresci e ci vivi, l’Italia resta sempre dentro di te. Ovviamente dal punto di vista lavorativo è stato un sacrificio enorme: andare via, cambiare le abitudini, lasciare la famiglia e gli amici, tutto molto difficile. Ma sul piano professionale è stata la migliore scelta che potessi fare”.

Tutte le parole di Umberto Rispoli

E i frutti si sono visti. Tra le mille corse vinte, la più roboante è senza dubbio quella dello scorso maggio nelle Preakness Stakes di Baltimora, che lo ha consacrato come primo fantino italiano in 152 anni ad aggiudicarsi una gara della «Triplice corona» del galoppo a stelle e strisce. Eppure, se gli chiediamo quale tra gli innumerevoli trionfi ha segnato una svolta nella sua carriera o nel suo modo di vedere questo sport, una spicca sopra tutte: le Queen Elizabeth Stakes di Hong Kong, in sella a Rulership. “Quella corsa ha cambiato tutto - spiega il fantino azzurro - Mi ha aperto le porte del mondo, mi ha dato popolarità e credibilità internazionale. La svolta definitiva, prima ancora dell’incontro con Journalism”.

A rendere Rispoli un punto di riferimento globale non è solo il palmarès. È la testa, lo stile, la consapevolezza del mestiere. Perché vivere da fantino richiede una disciplina quasi monastica: “Servono sacrificio, disciplina e grande dedizione - spiega Umberto - nel momento in cui decidi di fare il fantino sai che la vita ti cambia. Dieta ferrea, orari assurdi, corse nei giorni di festa. Siamo gli unici sportivi che gareggiano a Natale, Santo Stefano e Capodanno”. Una vita vissuta al millimetro, dove anche il gelato con il figlio diventa un lusso da centellinare: “Nelle corse i fantini vengono pesati ogni 30 minuti, non è come negli altri sport. E quando sei a dieta per tenere il peso, è difficile spiegare a un bambino perché non puoi sederti con lui per mangiarti un gelato o andare a cena fuori. Ma quando sono in vacanza, la famiglia viene prima di tutto”.

La dedizione è totale. Eppure Rispoli non ha mai perso l’ironia: “Inutile dire quanto manchi qui la vera cucina italiana. Ma se c’è una cosa che mi manca davvero in America sono i bar. I bar italiani sono luoghi di storie, cappuccini, cornetti, giornali delle corse e chiacchiere sul calcio. Qui ci sono i pub… ma non sono la stessa cosa. E poi diciamocelo: il calcio americano è inguardabile” (ride). Nella quotidianità americana invece, ippicamente parlando, a Umberto manca “l'armonia che c'era nelle sale fantini di tanti anni fa. Si riusciva a ridere e scherzare, per viaggi lunghissimi si organizzavano macchinate per stare tutti insieme. Poi, quando arrivava il momento di competere, di vincere le corse, ognuno faceva il proprio dovere

La dimensione internazionale è una costante nella sua carriera. “Amo girare il mondo, ogni cultura ti insegna qualcosa. L’ippica è diversa da continente a continente. Ma, senza nulla togliere alle eccellenze inglesi e francesi, non cambierei nessuna scuola al mondo con quella italiana. Ho avuto grandi maestri. Da allievo ho girato nelle migliori scuderie d'Italia. Da noi si impara il mestiere, il rispetto per il cavallo e per chi lavora con te. Tecnicamente siamo preparatissimi”. E a chi vuole iniziare, lascia un messaggio chiaro: “Questo non è un lavoro. È passione, è amore. Un mestiere per pazzi. Corriamo su un cavallo di 600 chili a 70 all’ora senza freni, con due piedi sulle staffe e due redini in mano. Rischiamo ogni giorno. Ma se lo fai con il cuore, può diventare la cosa più bella del mondo. Arrivare lontano? Ci vogliono sacrificio e tanta voglia di fare - prosegue - la tenacia fa la differenza, e anche un pizzico di follia non deve mancare mai

In Italia si punta molto poco sulla figura del fantino come personaggio. All’estero invece c’è storytelling, visibilità, comunicazione. “Non siamo abbastanza considerati - spiega Rispoli - Se ne parla poco, ed è un peccato per la nostra categoria e tutto il movimento. Negli Stati Uniti i media sfornano personaggi da sport come le freccette, il bowling e il cornhole. Sono famosissimi e tutti sponsorizzati. Li vedi partecipare a notiziari e talk show nelle più importanti emittenti tv americane, fanno podcast e le loro interviste campeggiano sui grandi magazine nazionali. Qui mi è capitato di fare interviste che hanno avuto una risonanza incredibile, persone che ti fermano per una foto dopo una vittoria, o per incoraggiarti se una corsa è finita meno bene. Te ne accorgi quando l’America si ferma in occasione di una corsa come il Kentucky Derby. Ho avuto la fortuna di partecipare alla serie Netflix “Race for the crown - I re delle corse di cavalli” che qui ha dato un boost pazzesco al nostro mestiere”.

Da osservatore privilegiato, Rispoli auspica l’inizio di una nuova era per l’ippica italiana: “Ricordo quando negli anni ’80 e ’90 l’Italia era al top. Allevavamo cavalli che ci invidiavano in tutto il mondo, gli ippodromi erano pieni, c’era entusiasmo e l'ippica era considerata lo sport dei re. Che oggi siamo indietro rispetto ad altri Paesi del mondo credo sia un dato oggettivo. Ma vedo segnali di ripresa”.

Il riferimento è al MASAF e al suo impegno con la Direzione Generale per l’Ippica per una nuova fase di rilancio del settore. “Si sta facendo un lavoro importante per ridare fiato al sistema e rilanciare l’intero movimento - prosegue - la strada è quella giusta. Serve un progetto forte, serve visione. Bisogna ripartire dalle cose che funzionavano e metterci dentro innovazione e competenze”. La questione della formazione per Rispoli è centrale: “Investirei sui giovani. Serve un ritorno alle scuole allievi d’eccellenza”. Prosegue: “Proposte concrete? Non è il mio lavoro, ma ogni ripartenza inizia da un foglio bianco. Punterei sul miglioramento delle piste e su ippodromi all’avanguardia. Punterei sull’alto intrattenimento per portare i giovani negli ippodromi: concerti, dj set, eventi immersivi. E soprattutto, comunicare. Dare volto e voce ai protagonisti. Non basta correre bene. Bisogna farsi sentire e raccontare questo mondo in modo nuovo, moderno e coinvolgente. Infine – conclude il fantino azzurro - spesso mi chiedo se In Italia si corra troppo. Penso a Hong Kong: lì si corre solo il mercoledì e sabato. Razionalizzare gli appuntamenti con meno corse potrebbe favorire organizzazioni più accurate e montepremi più alti”.


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