Zanardi, il sorriso del benefattore
La telefonata di mia madre il 15 settembre 2001: «Ha chiamato Anna, le hanno detto che Alex ha avuto un incidente, nient’altro. Se sai qualcosa...». Mia madre e Anna Zanardi erano amiche, s’erano conosciute sul posto di lavoro, avevano legato e spesso andavano a ballare insieme, il venerdì sera. Io dirigevo Autosprint, ebbi perciò le prime informazioni sulle sue condizioni: erano drammatiche. Chiamai casa, ma evitai di entrare nei particolari. Solo in seguito scoprimmo che aveva meno di un litro di sangue in corpo.
Trascorso qualche giorno, telefonai alla clinica dov’era ricoverato. Niente. Quando finalmente Alex riaccese il cellulare fu capace di scherzarci su, pur senza risparmiarmi i dettagli del botto.
Un paio di settimane più tardi lo cercai di nuovo, alla fine della chiacchierata mi salutò così: «Ivan, presto ti farò un regalo». Il regalo più bello della mia carriera e nella nostra Bologna poi, a metà dicembre, soltanto tre mesi dopo l’incidente del Lausitzring: Alex si alzò dalla sedia a rotelle durante i Caschi d’oro di Autosprint, davanti a Schumacher, a Todt, alla sorella di Ayrton Senna che sedeva in prima fila, a centinaia di persone. Vicino a lui il dottor Costa.
Schumi appena lo vide lo abbracciò e baciò, lo stesso fece Todt. Piansero tutti. Un’emozione travolgente.
Di Alex ti colpiva il sorriso. Un sorriso che invadeva persone e luoghi. Lui, l’ottimista, voleva e doveva sfuggire a una vita già disegnata, era una sfida continua, una sorpresa dietro l’altra, una battuta dietro l’altra.
Quando anni dopo andai a trovarlo a Noventa Padovana dove s’era trasferito, mi mostrò la sua handbike, l’aveva disegnata integralmente. Ma fermati, dissi. O forse no, forse sbaglio io, e allora vivi pure la vita che «è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi addolcire devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente».
Non era superman, ma un essere umano superiore. Bebe Vio il suo alter ego femminile. Insieme hanno fatto uscire di casa un sacco di persone con disabilità, hanno trasmesso a chi pensava di non poterne avere più il coraggio di vivere i giorni. Lo sport paralimpico deve tanto a entrambi, oltre che a Pancalli e Claudio Arrigoni, il biografo di un pianeta di magie.
Visitando la rete e leggendo le interviste mai banali rilasciate da quel «curioso ossessivo» di Zanna, vi farete un’idea più completa di chi era realmente, era tante cose in più: uno showman, uno straordinario affabulatore, non a caso la televisione se l’era accaparrato.
Questa è sua: «Non è mai troppo tardi, si dice. Ma non è vero: prima o poi il tempo finisce. E che sia nello sport o in qualunque altro campo c’è gente a cui la vita passa davanti senza che se ne renda conto». Alex alla vita è saltato addosso, di lui si è e ci siamo accorti eccome.
Zanardi ci ha parlato di trasformazione, di accettazione, di rinascita, di esistenze che possono scorrere diversamente.
Abbraccio Daniela e Niccolò, ai quali ha fatto vivere una vita d’amore e di lotta. E Anna che il dolore ha conosciuto in tutte le sue forme dovendo sopravvivere non a uno, ma a due figli.
