Ciao Arpi, maestro non solo di canoa

Ciao Arpi, maestro non solo di canoa

Un ricordo del tecnico ungherse Arpad Toth, scomparso di recente
di Fabio Donfrancesco
7 min

ROMA - Il mondo della canoa ha dato l’ultimo saluto a Arpad Toth (1949-2026), figura di primo piano che ha segnato uno dei primi capitoli della giovane federazione italiana a cavallo tra la fine degli anni 80 e gli anni 90. Il tecnico ungherese soprannominato “Arpi”, come tutti nell’ambiente lo conoscevano e lo chiamavano, ha posto infatti le basi per il rilancio della specialità della canadese in Italia. Aveva mosso i primi passi, anzi colpi di pagaia nella Polisportiva “Honved” di Budapest lungo le rive del Danubio. Società a carattere prettamente militare visto che è legata all’esercito magiaro sin dal 1909 anno della sua nascita. Dopo aver svolto l’attività agonistica nella specialità della canadese, diventò poi allenatore dello stesso prestigioso club, dove sono cresciuti campioni del mondo come Tamas Buday, Istvan Gyulai, Attila Szabo "Torony", Janos Sarusi Kis, Attila Liptak e molti altri ancora. D’altronde storicamente l’Ungheria è stata ed è tuttora una delle nazioni leader del movimento canoistico mondiale. E’ una vera potenza sportiva a livello internazionale. I canoisti magiari sono considerati e osannati in patria al pari delle principali stelle calcistiche, con tanto di club di fans. Periodicamente diverse nazionali, tra cui quella italiana, trascorrevano periodi più o meno lunghi in ritiro sul Danubio accanto a questi grandi atleti per apprendere le ultime metodologie di allenamento. Arpi si fece così notare e apprezzare dai tecnici e dai dirigenti italiani, in particolare dal presidente della FICK Sergio Orsi, tanto da chiedergli nel marzo del 1989 di venire in Italia a seguire direttamente la Nazionale per la specialità della canadese. A dir la verità, non è stato il primo allenatore ungherese a varcare i nostri confini. Trent’anni prima, la squadra azzurra di canoa venne affidata alle sapienti mani di Kalman Blaho chiamato in qualità di direttore tecnico in vista dei Giochi Olimpici di Roma ’60. Nel giro di pochi mesi riuscì a rivitalizzare il settore in particolare quello della canadese, tanto che il 27 agosto del 1960 l’imbarcazione biposto (C2) tricolore composta da Aldo Dezi e Francesco La Macchia conquistò l’argento sulla distanza dei 1.000 metri sul lago Albano: la prima, storica medaglia olimpica in canoa. “Papà in realtà aveva iniziato a praticare la pallamano, uno sport tra i più seguiti in Ungheria - ci spiega suo figlio Attila (rappresentante in Italia di attrezzature nautiche come kayak, canadesi e pagaie made in Ungheria tra le più performanti sul mercato) -. Poi un suo amico lo aveva portato all’Isola Margherita, dove sono presenti diversi club remieri. Si appassionò subito alla canoa, in particolare della specialità canadese, e ne divenne nel tempo uno dei maestri. Fu molto contento di essere chiamato in Italia per seguire il gruppo della canadese, una nuova avventura per lui, con spazi e margini di crescita del settore sicuramente maggiori rispetto al livello già alto in Ungheria”. Arpi affiancò il direttore tecnico federale Oreste Perri che seguiva soprattutto il kayak. Era severo ma giusto, non faceva favoritismi e dispensava consigli a tutti i suoi ragazzi dettati dalla lunga esperienza maturata in patria. In Italia il numero degli atleti che praticavano allora la canadese era assai limitato. Nonostante ciò riuscì ad ottenere lusinghieri risultati nelle competizioni internazionali. Dopo alcuni anni però la FICK non gli rinnovò il contratto e tornò in Ungheria. I motivi del divorzio erano svariati e non soltanto tecnici. Comunque rimase molto legato all’ambiente canoistico e agli atleti che aveva seguito. I quali spesso lo chiamavano per avere qualche consiglio che lui suggeriva (gratuitamente) sempre con amicizia e generosità. «Papà tornava ogni tanto in Italia, ospite dei suoi ex atleti, anche perché era amante dell’arte culinaria italiana - ricorda Attila -. A casa conservo ancora numerose fotografie insieme ai suoi amici in Italia». A questo proposito, possiamo citare alcuni di questi ex-atleti della canadese che Arpi ha seguito: Paolo Marchetti, Stefano Pierucci, Daniele Rapparelli, Marco Della Giustina, Enrico Paoletti, Pietro Simone, Antonio Cannone, Stefano Emili, Diego Bucci, Massimo e Dario Fabbri, Luciano Parenti, Franco Lizzio, Nicola Caldon ed altri. Ne abbiamo contattati alcuni per provare a tratteggiare un ritratto seppur parziale di Arpi non solo come allenatore. Il castellano (cresciuto sportivamente sul lago Albano all’ombra della Villa Pontificia di Castel Gandolfo) Paolo Marchetti: «Arpad, il mio amico allenatore, era amato da tutti sia da noi canadesi che dai kayakisti, riuscendo per alcuni anni a fare quasi un gruppo unico. Mi chiamava “Piccolino” un nomignolo che a me piaceva. “Piccolino, tu sempre in Nazionale, perché quando ci sei tu tutti si allenano”, mi diceva rivolto ai miei compagni di squadra. Gli ho voluto bene perché mi ha fatto crescere sia canoisticamente sia come persona». Gli fa eco Enrico Paoletti, altro ex atleta azzurro della canadese: «Arpi era una persona umile e discreta, che ho avuto il grande onore di conoscere quando avevo vent’anni. Per me è stato molto più di un allenatore: tecnico, amico, maestro e motivatore. Discreto nei modi, ma profondamente autorevole quando si trattava di spiegare, insegnare e trasmettere la sua esperienza. Il suo insegnamento non si limitava al campo: ha saputo trasmettere valori autentici, che ancora oggi, a distanza di quarant’anni, porto con me come modello di riferimento nella vita. Negli ultimi anni i contatti erano diventati sporadici, anche perché viveva in Ungheria, ma il legame non si è mai afflevolito. E’ rimasto vivo, fondato su rispetto e stima reciproca. Il suo ricordo continua a vivere in tutto ciò che ha saputo insegnare». Ci piace concludere questo breve ricordo del maestro di canoa Arpi sottolineando che lo sport può unire popoli e nazioni diverse sotto una comune bandiera. Nell’anno in cui l’ungherese Arpad Toth venne in Italia, si è avverato un sogno cullato per tanti lustri dai nostri padri: il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino, simbolo della divisione e della cortina di ferro, segnando la fine della guerra fredda e l’inizio della riunificazione della Germania. La canoa, e lo sforzo che serve per spingerla, non ha confini nè muri.


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