Nibali e il Giro d'Italia: "Parto per lasciare il segno"

Per lo Squalo, ultimo italiano a vincerla, potrebbe essere l’ultima corsa rosa: "Non ho più il guizzo di una volta, ma lo spirito guerriero rimane. La tappa a Messina è un altro desiderio che si avvera"
Nibali e il Giro d'Italia: "Parto per lasciare il segno"© LAPRESSE
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Potrebbe essere il suo ultimo Giro d’Italia, anche se non lo dice apertamente. L’epilogo forse è dietro l’angolo, ma dopo 35.000 chilometri e 210 tappe senza mai lo sgarro di un ritiro c’è ancora spazio per scrivere un’altra fetta di storia con l’undicesima partecipazione. L’ennesimo capitolo in rosa per Vincenzo Nibali si apre domani a Budapest tra i fasti di un passato che non ritornerà e i dubbi su un futuro tutto da scrivere, con la mente che inevitabilmente vola ai trionfi del 2013 e del 2016: se non fosse stato per lui, l’Italia adesso sarebbe a secco di vittorie finali già da un decennio. Sei volte sul podio generale, sette vittorie di tappa e mai fuori dai primi venti in classifica, nemmeno quando ha imboccato il viale del tramonto o quando ha disputato il suo primo Giro, nel 2007, a soli 22 anni. Lo Squalo dello Stretto stavolta partirà al servizio del capitano dell’Astana, Miguel Ángel López, ma avrà licenza d’inventare nelle tappe adatte a lui. La più sentita sarà senz’altro la quinta, quella di mercoledì, con l’arrivo nella sua Messina. Quasi a rendergli un dovuto e sentito ringraziamento per la storia tramandata ai posteri.  

Nibali, che Giro dobbiamo aspettarci nelle prossime tre settimane? 

«Sarà uno dei più duri che io abbia mai disputato negli ultimi quindici anni. Le cose saranno messe in chiaro già nella prima parte, quando ci saranno Etna, Blockhaus e l’insidiosa tappa di Potenza». 

Dove potrebbe decidersi? 

«La penultima tappa, quella della Marmolada, resta la regina, ma si farà dura già una settimana prima tra Piemonte e Val d’Aosta. Lì capiremo davvero chi se lo giocherà fino in fondo». 

E lei quali spazi pensa di ritagliarsi al cospetto dei favoriti? 

«Adesso è difficile dirlo, ma giorno dopo giorno capirò la mia dimensione. Di certo le ambizioni non mi mancano, lo spirito del guerriero rimane sempre, ma devo essere obiettivo e onesto. Sia con me, sia con i tifosi e gli appassionati. So di non avere quel guizzo in più ed è giusto metterlo in chiaro».  

Però si aspetta qualcosa? 

«Non voglio aspettarmi nulla, ma parto con l’intenzione di lasciare il segno. Non passerò il Giro a sperare o a lamentarmi perché devo farcela con la condizione e le capacità che possiedo, a costo di non lasciare nulla d’intentato». 

Da qui al 29 maggio quali saranno le sue paure più grandi? 

«Le incognite legate al meteo. Il mese di maggio, come per ogni Giro d’Italia, può riservare pioggia, umidità e un freddo che non ti aspetti. Le insidie del meteo sono più pericolose di quelle sulla carta perché non puoi prevederle, o quasi. E io non vorrei pagare ancora dazio alla sfortuna dopo tutti questi anni». 

Ha un suo favorito per la vittoria finale? 

«Nel 2019 arrivai secondo dietro Carapaz e se ritroverà la condizione di allora sarà difficile batterlo. Nonostante sia campione olimpico, di lui si parla sempre troppo poco e in salita ha dimostrato di poter andare forte».  

Cosa significa per lei una tappa del Giro che finisce a Messina? 

«È un altro piccolo desiderio che si avvera, soprattutto adesso che la carriera volge al termine. Per me era già un sogno da ragazzino, quando la carovana arrivava in Sicilia e passava da Messina. Era una festa, le scuole restavano chiuse e mi rimangono quei flash dei corridori che sfrecciano a tutta davanti agli occhi, sul corso principale della città o alla Cortina del porto. Poi andavamo a cercarli, mi accontentavo di scambiare due parole o di una borraccia». 

Adesso invece cosa le resta del Giro a 37 anni e dopo dieci partecipazioni? 

«I brividi legati a tutte le volte che ho indossato la maglia rosa. Quelli nessuno potrà mai portarmeli via. Era un sogno che avevo sin da bambino, da quando guardavo la corsa in tv o il gruppo a bordo strada». 

La sua vittoria di tappa più bella, oltre ai due trionfi in classifica? 

«Quella del 2013 alle Tre Cime di Lavaredo rimane indimenticabile. Correvo con l’Astana, di lì a poco avrei vinto il mio primo Giro e mi ero già assicurato le tappe di Polsa e Bardonecchia. Di quella vittoria ricordo un contorno magnifico, con la neve ai lati della strada e i tifosi che mi urlavano nelle orecchie». 

Cosa la rende orgoglioso di questo tuo rapporto speciale con la corsa rosa? 

«Oltre alle due vittorie in bacheca, sono contento di aver finito sul podio sei edizioni di fila. Non ci era mai riuscito nessuno ed è sempre complicato avere continuità a livelli così alti, soprattutto in una corsa dura come il Giro e lunga tre settimane». 

L’Italia del ciclismo fatica a trovare un suo erede o almeno a recitare un ruolo da protagonista. Come mai? 

«Da un po’ mancano i ragazzi che si appassionano a questo sport. Così vengono meno anche le squadre e la voglia d’investire. Il gruppo ormai è più che internazionale, spuntano rivali da ogni parte del mondo rispetto ai tempi in cui io sono passato professionista. E il ciclismo sta diventando sempre più pericoloso, in strada si corrono davvero troppi rischi». 

Dopo 18 stagioni da pro’ sarà questo il suo ultimo Giro d’Italia? 

«Ci penso, ma non so ancora cosa rispondere. Sono allenato, pronto per i grandi giri, ho forti motivazioni. Di certo mi scoccia non mettere a frutto fatica e sacrifici, anche se adesso devo gestire la voglia di nuovi successi. Può creare dipendenza, alla lunga diventa quasi un’arma a doppio taglio e può farti sbagliare alcune scelte». 

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