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Il golf è amico dell’ambiente

Il golf è amico dell’ambiente
© EPA

Rispetta la biodiversità, richiede meno acqua di una coltivazione e crea anche lavoro

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sabato 11 giugno 2016 09:38

ROMA - La Federazione Italiana Golf ha siglato quattro anni fa un protocollo, tuttora in vigore, con le più importanti associazioni ambientaliste operanti nel nostro Paese, tra le quali Legambiente, Fondazione UniVerde e Federparchi. In linea con il programma internazionale GEO (Golf Environment Organization), il “Protocollo” individua e condivide innanzitutto “l’obiettivo primario di difendere il territorio, la natura e il paesaggio, come patrimonio dell’intera collettività e risorsa fondamentale anche per l’industria del turismo”. Da qui, una serie di impegni concreti che la FIG intende promuovere presso i circoli affiliati: dalla salvaguardia dell’assetto idrogeologico del territorio a quella degli aspetti paesaggistici, dalla riduzione al minimo nell’uso dei fertilizzanti e dei fitofarmaci alla tutela della biodiversitò, dal risparmio di acqua a quello energetico. Inoltre il rispetto dell’ambiente e l’ecosostenibilità dei Golf Club sono due aspetti focali del Progetto Ryder Cup 2022. Sfido chiunque a non rimanere estasiato all’impatto con la bellezza e il senso di tranquillità che trasmette un campo da golf. Eppure questo sport deve fare i conti con dei luoghi comuni che non hanno alcuna base scientifica e che riguardano l’impatto che la costruzione e la manutenzione di un campo hanno sul territorio in cui è inserito. Alessandro De Luca è agronomo e responsabile coordinatore della sezione impianti e ambiente della Federazione Italiana Golf. Con lui ci concentriamo su quattro punti fondamentali per arrivare, stavolta su basi scientifiche, a sostenere che il golf fa bene all’ambiente.

Il primo punto riguarda il falso mito secondo cui il golf “sottrae” alla comunità delle aree verdi per destinarle al divertimento di pochi.

«Non c’è niente di più falso. Soprattutto per un primo dato di natura prettamente territoriale. Non solo in Italia ma in tutto il mondo è comprovato che molti campi da golf sono costruiti su aree degradate quali cave o miniere abbandonate, discariche o vecchie aree industriali e, nel nostro Paese, ne sono, un esempio, fra gli altri, il Golf Club Parco dei Medici a Roma, il Golf Club Matilde di Canossa di Reggio Emilia o il Golf Club Sa Tanka di Cagliari».

Si potrebbe poi discutere eccome sul fatto che un campo da golf riguardi solo pochi, intendendo i giocatori. Questo ci porta ad analizzare il secondo punto, a proposito dell’impatto di un campo sulla comunità locale.

«La riqualificazione di un’area attraverso la costruzione di un campo da golf crea un indotto per moltissime realtà locali, prevalentemente piccole o medie imprese. Dagli alberghi ai ristoranti, dai vivai alle imprese di pulizia, dai negozi di arredamento alle cartolerie, da chi fornisce materiale elettronico alle ditte di catering fino ad arrivare al personale specializzato della zona (meccanici, elettricisti, idraulici e quant’altro), tutti quanti hanno nuove possibilità lavorative. L’esempio scolastico è il comune di Garlenda, nel savonese. Nel 1964 era una realtà morente, con gli abitanti in fuga verso la città, una sola locanda e case abbandonate o in rovina. L’insediamento del campo da golf ha dato nuova vita al paese da ogni punto di vista, partendo dal turismo».

Il terzo punto da analizzare riguarda la difesa della biodiversità, ovvero degli ecosistemi e degli habitat naturali, con il mantenimento di specie vitali nei loro ambienti naturali.

«La principale minaccia per la biodiversità di un’area è rappresentata dall’uomo e dalla sua necessità di adattare una zona alle sue esigenze. La cosiddetta antropizzazione, che crea deforestazioni, monocolture e tutto quanto ha portato il tasso di estinzione delle specie a tre per ogni ora. Ecco, da questo punto di vista un campo da golf è la salvezza per la flora e la fauna di una determinata zona. Nella realizzazione di un campo, infatti, devono essere conservate le aree naturali e gli habitat preesistenti, creati nuovi habitat quali fasce boscate, arbusteti e zone umide che valorizzino le potenzialità del territorio, favorendo la crescita della vegetazione naturale. Inoltre, vengono effettuate indagini sulla flora e la fauna preesistenti, specie protette o rare e di questo viene effettuato periodicamente un monitoraggio».

Altro argomento è quello relativo al consumo di acqua, argomento ormai popolare e di grande attualità, e all’uso di fitofarmaci e fertilizzanti.

«Innanzitutto un recente studio del CNR ha rilevato che un percorso di golf necessita di quantitativi di acqua decisamente inferiori a quelli richiesti dalle più comuni colture agricole (circa il 50% in meno). Inoltre, grazie al lavoro della nostra Sezione Tappeti Erbosi svolto in collaborazione con l’Università di Pisa, oggi vengono utilizzate sempre di più erbe della famiglia delle macroterme, che permettono risparmi di oltre il 50% rispetto alle microterme. Quanto ai fitofarmaci, vengono utilizzati con grande parsimonia e solo su green e tees, quindi su una parte di campo molto ridotta (tra il 2 e il 5% dell’intera superficie). Discorso simile per i fertilizzanti, di cui necessitano solo piccole parti del campo. Anche in questo caso, il CNR ha dimostrato che fitofarmaci e fertilizzanti sono molto meno usati nei campi da golf piuttosto che in agricoltura (in media circa 70% in meno per i primi e 50% in meno per i secondi)».

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