© Getty Images Che cos'è il nuoto lento di Paltrinieri: perché fa bene e i segreti delle cinque fasi
Andare piano in allenamento per andare forte in gara. Sembra un paradosso ma non lo è. È l’evoluzione delle metodologie: c’è sempre qualcuno che comincia (in questo caso il ciclismo, un passo avanti a tutti), poi parte la contaminazione con gli altri sport con relativi adattamenti. Il nuoto non fa eccezione e i risultati sono sorprendenti.
Le "zone", cinque intensità di allenamento
Il punto di partenza è quasi banale: 5 diverse intensità di allenamento. I tecnici le chiamano “zone” ma poco importa. Da 1 (allenamento molto molto blando) a 5 (gas a manetta): intensità crescente. Una di queste zone è più produttiva delle altre: non la quinta, come si potrebbe pensare. Ma la seconda, dove la richiesta energetica è molto modesta. Nella seconda zona non si accumula acido lattico e la sensazione di fatica è molto bassa, al punto che non si fa fatica a parlare. Ma lavorando a queste andature così lente il nostro organismo reagisce in un modo particolare: «Ci si abitua a consumare i grassi come carburante. Che sono praticamente una risorsa infinita - spiega, con meno tecnicismi possibili, Marco Bonifazi, coordinatore tecnico-scientifico della federnuoto - si attivano i processi di recupero, aumenta la capillarizzazione muscolare, l’efficienza e la densità dei mitocondri». Che, detto banalmente, sono i responsabili della produzione di energia. Tradotto, si sta “globalmente” meglio. Con un ulteriore vantaggio: «Lo stress ridotto favorisce il controllo della tecnica». Che porta a una nuotata più economica anche a ritmi superiori.
