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Cattivissimo Cudmore "Salvato dal rugby"

Cattivissimo Cudmore

Il colosso del Canada che sfida l'Italia ha avuto un'adolescenza turbolenta. Tra spacciatori, risse e prigione

 Francesco Volpe

sabato 26 settembre 2015 14:00

INVIATO A LEEDS
E’ uno degli ultimi mohicani. In un rugby in cui se ti metti le dita nel naso ti processano, lui è tra i superstiti adepti di un codice d’altri tempi. Di quando ci si scazzottava e poi ci si stringeva la mano e si andava a bere una birra. Jamie Cudmore, seconda linea di 1.96 per 118 kg, ha il dna dei Bakkies Botha e dei Paul O’Connell. Gente di cui si sta perdendo lo stampo. Quando è in campo, la mischia del Canada (che oggi sfida l’Italia) da dura diventa intrattabile. D’altronde la sua “fedina” parla chiaro. Nel Top 14 francese - dopo un anno a Grenoble, gioca da dieci stagioni per il Clermont - vanta il primato mondiale dell’indisciplina: 25 cartellini gialli e 3 rossi. Nel solo 2010-11 collezionò 110 giorni di squalifica! Al punto che quando ha aperto un wine bar con la moglie Jennifer e ha cominciato a produrre vino in proprio, lo ha ironicamente battezzato “Sin bin” (la panca dove nel rugby siedono i “cattivi”). Etichetta rossa per il pinot nero gamay (chiamato Red Card), gialla per lo chardonnay (Yellow Card).
       «Jennifer mi ha chiesto di prendere un paio di rossi e di gialli anche in questa Coppa del Mondo - ha scherzato Cudmore in conferenza stampa, qualche giorno fa - Così, giusto per farci un po’ di pubblicità». Detto, fatto: contro l’Irlanda è finito in castigo dopo appena 17 minuti...

CARCERE - Ma i guai che Cudmore, 37 anni, combina in campo sono nulla rispetto a quelli che causava da ragazzo a Squamish, un villaggio della British Columbia a nord di Vancouver. Riscuoteva crediti per uno spacciatore, venne coinvolto in alcuni scontri con la polizia e trascorse un anno in un carcere minorile con l’accusa di aggressione, poi organizzò a casa sua una festa di Capodanno in cui ci scappò il morto (lui per fortuna se n’era andato prima). «Il rugby mi ha salvato» riconosce. Anche perché gli ha consentito di lavorare divertendosi. «Prima di diventare professionista ho fatto di tutto: taglialegna, operaio edile, sfasciacarrozze, portiere d’albergo. Qualsiasi cosa. Al rugby mi portò un amico. Mi chiese: “Che fai sabato?“. Come al solito sarei andato a cercare gli amici, avrei bevuto qualche birra e poi sarei finito in qualche rissa. Mi disse: “Vieni a giocare a rugby. Farai le stesse cose e la polizia non ti dirà nulla”. Beh, in campo più che giocare ci si menava. E dopo la partita whisky, vodka, gente che vomitava. Mi sono detto: mica male questo rugby».

COCCOLE - «Mi considero un giocatore vecchio stampo. Finita la partita, qualsiasi cosa sia successa, una stretta di mano e amici come prima. Oggi i giovani che escono dalle accademie assomigliano ai calciatori. Se non recuperiamo certi valori, finiremo come il calcio. Sarebbe veramente triste».
    Memorabile la scazzottata con l’irlandese O’Connell in un Munster-Clermont di Champions, sette anni fa. Rosso a lui, giallo all’attuale capitano dell’Irlanda. I compagni lo chiamano ironicamente “Cuddles” (lett. coccole). Cudmore però sta cercando di mettere la testa a posto. Nelle ultime tre stagioni francesi ha preso la miseria di tre gialli. «Sì, mi sono un po’ calmato. Il problema è che in campo entro carico come una molla e sempre pronto a reagire. Ne ho anche parlato con il mio psicologo. Mi ha detto: “Se pensi solo a giocare bene, scoprirai che non avrai più bisogno di colpire gli avversari”».
    A giugno è stato sul punto di ritirarsi. Colpa dell’ennesimo trauma cranico, che l’ha tenuto fermo tre mesi. «Sono stato malissimo. I primi giorni li ho trascorsi sul divano. Non potevo fare nulla, neppure guardare la Tv. Avevo mal di testa, mi sentivo stanco ma non riuscivo a dormire, ero irritabile. Ho pensato: “E’ la volta che smetto”». Invece è qui, per traghettare il Canada oltre Italia e Romania, verso i Mondiali del 2019. Gli azzurri sono avvisati.

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