
La nuova capitana della Nazionale di rugby, Vittoria Ostuni Minuzzi: dall'Africa alla palla ovale, la sua storia
Plinio Sciamanna, ct della Nazionale femminile di rugby, l'ha scelta. Lei, Vittoria Ostuni Minuzzi, ha ovviamente detto sì. D'altronde, leadership e carattere l'accompagnano da sempre. Venticinque anni, la trequarti con 50 caps alle spalle, originaria di Camposampiero, succede a Elisa Giordano. Ad affiancarla saranno le vicecapitane Veronica Madia e Silvia Turani, in un quadro di ridefinizione delle leadership Azzurre. Ostuni Minuzzi aveva ricevuto i gradi da Capitana del suo club, il Valsugana Rugby Padova, già nella scorsa stagione, culminata con la vittoria della Serie A Elite Femminile e mettendo a referto ben 33 mete. Ora per lei inizia una nuova avventura in Francia, con la maglia delle Grenoble Amazones, assieme a Emma Stevanin, in una squadra in cui milita un’altra leader delle nazionali del Sei Nazioni, la francese Manae Feleu.
Emozionata?
"Molto. Ma anche carica".
Come lo ha saputo?
"Abbiamo organizzato una chiamata con Plinio Sciamanna e Giuliana Campanella e non mi avevano detto che tipo di chiamata sarebbe stata. Mi avevano semplicemente detto che stavano facendo un giro di chiamate e mi hanno chiesto se fossi disponibile il lunedì. Forse non ero prontissima a questa notizia e non me l’aspettavo, quindi è stata una doppia sorpresa. Mi hanno parlato del processo di rinnovamento che stavano facendo e che volevano iniziare con la squadra e con la leadership. Per tutto il lavoro svolto durante i raduni estivi avevano individuato me e le altre due co-capitane come possibili nomi. Ne abbiamo poi discusso durante la chiamata, mentre io ero in Francia per conoscere il nuovo club”.
Lei ha iniziato con il rugby, poi è passata all'atletica, nel suo percorso umano c'è anche un'importante esperienza in Africa.
"A nove anni ho avuto la fortuna di fare un'esperienza umanitaria in Africa, in Mali grazie ai miei genitori. Mia mamma era medico e quindi faceva parte dell'équipe che andò in questo villaggio in Mali. Ho avuto la fortuna di poter vivere questo grosso impatto emotivo che mi ha consentito di confrontarmi con una cultura diversa e una realtà completamente differente. Sicuramente tutto questo mi ha cambiato: non non saprei dire adesso in cosa precisamente, ma credo che il mio percorso poi universitario sia stato determinato anche da quello da quell'esperienza perché poi ho scelto una professione sanitaria. Ho un legame affettivo verso l'Africa molto forte e vorrei tornare a fare un'esperienza del genere".
In passato ha detto che non ci sono differenze tra rugby maschile e femminile: conferma?
"Secondo me non ci sono differenze tra rugby maschile e femminile, a parte ovviamente le caratteristiche fisiche che sono genetiche. Però credo che a livello di disciplina o come leadership le cose siano uguali".
Cosa le non le piace del nuovo ruolo?
"Forse le interviste o le conferenze? Vi saprò dire...".
E allora dovremo fare un'altra intervista. Cosa, invece, la emoziona?
"Scendere in campo, essere la capitana di una nazionale, avvertire quel tipo di responsabilità. Che poi c'è sempre stata, ogni volta che sono scesa in campo, ma orma forse ce n'è un pizzico in più. Del tipo: sono la capitana e voglio giocare bene questa partita. Chiarisco meglio quello che dicevo prima: finita la partita, per me è bello fare il giro dello stadio, vedere i genitori e vivere il post-partita in spogliatoio. So che sembra strano, però sia l’emozione sia la gioia, così come la delusione vissuta nello spogliatoio dopo la partita, danno quel tocco in più. È bello. Ho visto che ogni tanto Elisa si perdeva dei momenti chiave perché era fuori alle conferenze e magari si perdeva i festeggiamenti. Forse per quello direi che la parte che mi piace meno è proprio questa”.
La sua è una famiglia a forte Dna ovale.
“Mia sorella si chiama Caterina e ho anche un altro fratello che ha giocato a rugby. Per comodità, i nostri genitori avevano portato tutti e tre i figli a giocare a rugby. Mio fratello Francesco ha smesso molto presto. Mia sorella ha giocato i primi anni al Valsugana, poi siamo passati al CUS Padova quando eravamo piccoli, quindi di nuovo al Valsugana. Successivamente, visto che è andata a studiare a Milano, ha fatto anche un paio di anni al CUS Milano. Per motivi personali e di lavoro non è riuscita a continuare il suo percorso, mentre io sono sempre rimasta fedele al Valsugana fino a oggi".
L'aspetta la Francia, adesso.
"Sono stata poco, in realtà, solo una decina di giorni finora. In quel periodo metà della squadra stava facendo il Super 7, che è un torneo molto importante in Francia tra i club, quindi metà della squadra era impegnata. Ci siamo allenate un po’ con le squadre più giovani e con la seconda squadra. Dal punto di vista delle strutture, degli allenatori e dei preparatori mi sono trovata veramente bene e anche le ragazze sono molto disponibili. La struttura è molto bella. L’unico ostacolo è un po’ la lingua, perché sono andata allo sbaraglio e non so il francese, però sono sicura che piano piano lo imparerò. Sarà un altro elemento da portare nel bagaglio per i prossimi anni”.
I discorsi prepartita li prepara o va a braccio?
"Credo che la base sia dire quello che ti senti in quel momento. Magari avrò due o tre punti chiave sui quali voglio insistere prima della partita, però sicuramente la parte fondamentale sarà dirlo in modo naturale, con le emozioni del momento. Cerco di non pensarci troppo".
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