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L'ultimo, amaro Sei Nazioni di Brunel: "Spero serva per il futuro"

L'ultimo, amaro Sei Nazioni di Brunel:
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Dopo la sbornia del 2013, il c.t. francese saluta con il torneo peggiore di sempre. "Abbiamo dovuto fare a meno di 20 giocatori, l'Italia non può permetterselo"

 di Francesco Volpe

sabato 19 marzo 2016 20:15

INVIATO A CARDIFF
Jacques Brunel chiude a Cardiff la sua avventura italiana con il peggior Sei Nazioni di sempre. Maggior numero di mete subite (29), peggior differenza-punti (-145), seconda peggior sconfitta di sempre (dopo il 23-80 di Twickenham 2001). E pensare che appena tre anni orsono l’Italia si era piazzata terza (a pari merito con la Scozia) con la miseria di 8 mete subite e -36 di differenza-punti. Da allora un lento ma inesorabile cupio dissolvi. Non ci fosse stata l’impresa-miracolo di un anno fa a Murrayfield, conteremmo 15 sconfitte consecutive nel Sei Nazioni. E sarebbe un altro record. Certo, il c.t. ha diverse attenuanti. Nel pieno di un difficile ricambio generazionale è stato bersagliato dalla sfortuna. Da settembre ad oggi l’Italia ha perso non meno di 20 giocatori, tra infortunati e indisponibili, e in questo torneo Brunel è stato costretto a lanciare ben 12 esordienti, due dei quali provenienti dall’Eccellenza. Tanto, troppo, per un Paese rugbisticamente ancora acerbo come il nostro. Il francese però ci ha messo del suo, insistendo con un atteggiamento offensivo e con alcune scelte che mal si adattavano alla nuova realtà del campo.
    Monsieur Brunel, l'Italia non ha avuto un atteggiamento troppo spavaldo per le sue attuali possibilità?
    «Potevamo piazzare un calcio sullo 0-7, ma cosa sarebbe cambiato? - si è difeso in conferenza stampa, nel ventre di un Millennium ubriaco di mete e di birra - La nostra volontà era sfidare l’avversario. Siamo arrivati in fondo a questa campagna stanchi, ma qui a Cardiff lo spirito è stato diverso da quello di Dublino, non è mai venuta meno la voglia di lottare e di questo ringrazio il gruppo»
    Come spiega l’involuzione di questi tre anni?
    «Dal 2013 ad oggi la squadra ha subito tanti cambiamenti. Alcuni veterani si sono ritirati (ultimo in ordine di tempo Mauro Bergamasco; ndr) e abbiamo contato diversi infortuni. E’ venuta meno l’esperienza e l’abitudine di giocare assieme. Rispetto all’ultima Coppa del Mondo, poi, ho dovuto cambiare 19 giocatori. Solo in questi due mesi di Sei Nazioni ne abbiamo persi 12. Per l’Italia è qualcosa di enorme, uno dei motivi del crollo»
    Che consiglio dà a Conor O’Shea, il futuro c.t.?
    «Non mi sento di darne. Però dico che se avessimo tolto 19 giocatori al Galles o all’Irlanda, sarebbero andati in difficoltà anche loro. Spero che chi è stato chiamato a sostituirli abbia imparato qualcosa e in futuro possa aiutare la Nazionale».
    Cosa lascia al rugby italiano?
    «In cinque anni ho lanciato circa 40 giocatori nuovi (sono 43; ndr). Siamo usciti da una generazione, quella dei Parisse, dei Castrogiovanni, dei Lo Cicero, e ne è arrivata un’altra che sta ancora incontrando delle difficoltà. Questa stagione però dovrebbe aver insegnato ai nuovi tante cose: che c’è un percorso che si compie giorno per giorno in Celtic League e poi che c’è un lavoro personale in più da svolgere per arrivare a sostenere questo livello. Spero che tutti gli esordienti di questo Sei Nazioni possano contribuire all’ossatura della futura Nazionale».

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