Sei Nazioni: l'Olimpico non aiuta l'Italia contro l'Inghilterra

L’esordio del ct Quesada “bagnato” da due mete da cineteca, poi il samurai Roots e il piede di Ford ribaltano il confronto. Ioane strappa il bonus
Sei Nazioni: l'Olimpico non aiuta l'Italia contro l'Inghilterra© Getty Images
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Francesco Volpe

All’ultima curva Gonzalo Quesada ha visto lo spirito dei suoi Pumas. «In certi momenti è più facile mollare che continuare a difendere - rimarca - Mancava un minuto, la partita era persa e l’Inghilterra ci pressava a un metro dalla meta. Non abbiamo mollato. Abbiamo ribaltato il campo e segnato noi. Su questo carattere si può costruire». Italia-Inghilterra 24-27. L’ennesima sconfitta, annoteranno distratti e ignoranti (nel senso che ignorano). Con gli inglesi fanno 31 su 31. Ce ne sono state di umilianti (qui dieci anni fa finì 11-52, a Twickenham nel 2001 fu 23-80...), ce ne sono state di anonime. Quella di ieri è un’altra cosa. Una partita preparata in poco più di una settimana da un ct esordiente, che ha dovuto fare a meno della sua stella (Capuozzo), è finita con il più striminzito degli scarti (tre punti, mai accaduto; 3 mete a 2 per noi, non succedeva da undici anni). «Ora ho più chiaro dove migliorare» chiosa Quesada. Anche noi. In primis in conquista: una mischia e tre touche perdute (troppe). Poi in continuità: dopo l’intervallo l’Italia s’è afflosciata, ha perso smalto, non ha trovato antidoti all’aggressione inglese.

L'ambiente

Italia-Inghilterra si è giocata in un Olimpico asettico, avvilente, se non quando i tifosi ospiti hanno intonato il loro “Swing Low, Sweet Chariot”. In quel secondo tempo di sofferenza, in cui gli inglesi lanciavano i tank all’assalto delle trincee azzurre, a Parigi la “Marsigliese” avrebbe fatto tremare le tribune, a Cardiff i canti dell’orda rossa avrebbero sommerso lo straniero. All’Olimpico nulla (o quasi). Un silenzio assordante. Italia-Inghilterra, due partite in una. Il primo tempo della Nazionale, in un tepore primaverile, è da stropicciarsi gli occhi. L’Inghilterra prova a giocare palla alta e pressione, ma prende due mete in faccia. Da cineteca. La prima: “candela” recuperata da Ioane, “buco” di Brex, riciclo per Cannoncino (Lorenzo), sportellata a Mitchell e assist a Garbisino (Alessandro): meta sotto i pali. La seconda: un’altra “candela” catturata dal nostro guerriero isolano, due punti d’incontro, Garbisone (Paolo) si sdoppia per innescare un 3 contro 1 imparabile, risolto magnificamente da Menoncello per Allan. Difesa solida (Lamaro: 16 placcaggi in 40’!), gioco, spettacolo, pur tra qualche errore. Quesada in tribuna balla il malambo.

Ju-Jitsu

Le partite però non finiscono al 26’ pt. Da quel momento l’Inghilterra risale la corrente come i salmoni, ripassando l’abbecedario. Conquista, attacchi diretti, pedate al cielo solo all’occorrenza. Maro Itoje, torre d’ebano, è un incubo, ma è soprattutto la terza linea a prevalere su quella azzurra. Con Ben Earl, terza centro dei Saracens, ma soprattutto con l’onnipresente Ethan Roots (migliore in campo), esordiente neozelandese di padre inglese e mamma maori, cresciuto praticando ju-jitsu. In regia mancava il folletto Marcus Smith, ma l’apertura ideale è George Ford, il brutto anatroccolo dal piede fatato che punisce ogni errore. La svolta al 19’ st (17-24). L’Italia ha un sussulto e porta in piazzola Allan. Zio Tommy non sbaglia un calcio da agosto (21/21), ma stavolta spadella da posizione favorevole, prima che Ford porti gli inglesi oltre il break. La commovente azione finale, che corona la super partita di Ioane, vale il punto di bonus (in sette anni ne avevamo raccolti due...). L’era Quesada parte da qui. Liberi di non crederci: ci farà divertire.


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