Intervista esclusiva a Fabio Pagliara, Segretario Fidal: L’Italia torna a correre

Prima parte dell'intervista in esclusiva Corriere dello Sport - Stadio con il Segretario Generale della Fidal Fabio Pagliara ancora convalescente per il Covid-19 che l'ha visto ricoverato in ospedale. L'Italia torna a correre è il nuovo progetto

Cesare Monetti

Correre, gareggiare, allenarsi da soli o in compagnia, a causa del Coronavirus è cambiato tutto quello che sembrava semplice e scontato fino a metà febbraio. Le nuove regole che saranno, gli incentivi, il calendario gare, i certificati medici e tanto altro è sul tavolo. Tutto è urgente, tutto è importante.

Ne abbiamo parlato con la Federazione Italiana di Atletica Leggera in questa intervista in esclusiva al dr. Fabio Pagliara, Segretario Generale Fidal che ringraziamo fortemente per la generosità e assoluta disponibilità nonostante sia ancora in piena convalescenza dopo essere stato anche lui colpito dal Covid19.

Segretario, intanto come sta e dove si trova adesso?

Adesso sto meglio, ma è stata una battaglia durissima, e non è ancora finita. Sono al centro Covid dell’hotel Marriott, dopo un mese di ricovero al Columbus Covid 2 Hospital. Le settimane più dure sono alle spalle, ora devo recuperare pienamente la condizione fisica; aspetto con ansia le due negatività al test che garantiranno la fuoriuscita dalla malattia. Ripercorrendo la mia positività al virus, i tanti giorni di ospedale, le difficoltà respiratorie, le complicazioni, non ho potuto non riflettere sulla natura subdola del Covid-19 e su come abbia cambiato, e cambierà, il nostro approccio alla vita. Io per primo ho visto crollare ogni certezza e mi sono attaccato alla vita, pensando a quanto siamo fortunati a poterne godere quando siamo in salute. Ho visto il dolore e la sofferenza intorno a me, ho visto eroi veri fare il proprio lavoro in corsia con abnegazione, trovando anche l’umanità di regalare a noi pazienti un sorriso, una speranza.

La cosa che più voglio, e sogno, è riabbracciare presto mio figlio. Questa esperienza mi ha già cambiato moltissimo. Prima di questa tragedia riflettevo insieme ad alcuni amici sul valore del tempo e su come sia necessario riappropriarsi di una dimensione più umana e meno caotica dell’esistenza, trasformandola in un valore sociale. Solo attraverso un rapporto migliore con noi stessi, con la natura e con le nostre città avremo la capacità di reagire a situazioni emergenziali come questa, che potrebbero ripetersi in un prossimo futuro. Ne ero convinto prima, ne sono ancora più convinto oggi, dopo un mese di lotta contro il Covid.

I runner in queste settimane sono stati ‘maltrattati’ e dichiarati dai non sportivi degli ‘untori’. Fidal non ha fatto nulla per rafforzare l’immagine del runner, pensa che siamo ancora in tempo?

Da tempo, come Federazione, parliamo di impatto sociale della corsa, promuoviamo lo sport e gli stili di vita corretti come un investimento per una popolazione più sana e più felice. Purtroppo noi - come tutti d’altronde – non eravamo preparati a questa emergenza. La pandemia da coronavirus è stata un fatto inaspettato, dalla portata globale e dalle conseguenze drammatiche: nessuno lo conosceva e nessuno sapeva come sconfiggerlo, ancora oggi il mondo scientifico e quello politico sono alla ricerca delle risposte a molte domande.

L’isolamento sociale, fondamentale per sconfiggere il contagio, è una misura che ha avuto un impatto fortissimo sulla nostra quotidianità, sconvolgendola. Era fondamentale far comprendere alle persone l’importanza del rispetto delle regole, ma questo ha trasformato il lockdown in una ricerca dei trasgressori, una “caccia alle streghe” nella quale i runner sono diventati il paradigma del “colpevole” solo perché più visibili, più percepiti dalle persone.

La verità è che molti runner si sono messi a disposizione della comunità, aiutando gli altri e soprattutto i più deboli, come è nella natura dei veri sportivi.Sono due lati della stessa medaglia: il fenomeno della corsa “a cielo aperto”, esploso in questi anni, è per sua natura anarchico, restìo alla regimentazione, un momento di felicità individuale. In una condizione normale questo non crea problemi, ma in una situazione eccezionale è l’esatto contrario. Bisognava fermarsi. Non solo per la eventualità di diffondere il contagio, ma anche per rispetto dei tanti italiani ai quali si è interdetta persino la possibilità di vedere persino i propri familiari.

Quali i provvedimenti per la Fase 2?

Con il presidente Alfio Giomi e il Consiglio Federale stiamo lavorando con la massima generosità, insieme agli organi competenti, per avere regole chiare per la fase 2 e per quelle successive, mettendo al centro la sicurezza e la salute dei runner e delle runner. Il compito della Federazione è quello di far ripartire in sicurezza l’attività agonistica, ma mai come adesso è richiesto, a chi abbia il know-how adeguato, di metterlo a disposizione del Paese anche per l’attività amatoriale. È una nostra responsabilità difendere i runner e proteggere la salute di chi corre e di tutti: siamo pronti, con i nostri tecnici, i medici sportivi, le nostre società.

Aggiungo un’altra cosa che ritengo fondamentale: per assurdo, questa situazione di emergenza, che ci ha visti tutti chiusi in casa per difenderci da un nemico invisibile, ha dimostrato come la corsa e l’attività sportiva siano una vera e propria richiesta sociale. Le persone vogliono correre perché l’attività fisica le fa stare bene, migliora la loro salute e li rende felici. È qualcosa a cui non sono disposti a rinunciare, e non devono, perché va a beneficio di tutti, principalmente del Sistema Sanitario Nazionale.

 

Pensa che dal 4 maggio possa riaccadere? In teoria 21milioni di sportivi tesserati italiani di tutte le discipline potrebbero riversarsi nei parchi e sulle ciclabili per riprendere un po’ almeno a correre, a fare attività di base. Come si può evitare l’effetto caos-folla-assembramento?

Per un certo lasso di tempo credo che  dovremo cambiare le nostre abitudini, almeno fino a quando non sarà scongiurato il pericolo di un contagio su larga scala, o non ci saranno le cure idonee. Niente che non si possa fare: sacrificheremo un po’ la socialità della corsa, ma così potremo salvaguardarne la pratica. È possibile correre in regime di distanziamento, lo si può fare avendo cura di utilizzare uno scaldacollo o una mascherina da alzare quando ci si ritrovi a distanza troppo ravvicinata con gli altri; si può allenare in due o in tre, se lo si vuole, anche senza stare a contatto di gomito.

Cosa può dare in più il mondo running?

Il mondo del running ha la grande opportunità di fare tesoro di quanto è accaduto in questi mesi per dimostrare maturità e senso civico: la corsa fa bene al fisico e alla mente, e l’attività fisica è troppo importante per rischiare di vanificare ogni sforzo con comportamenti scorretti o non rispettosi delle regole. Sono fiducioso perché so che i runner amano le proprie città, sono una risorsa per la comunità e sapranno dimostrare capacità di adattamento. Con l’aiuto di chi dovrà fissare regole chiare e comprensibili.

 

Come Fidal su cosa state lavorando ora?

Con il Consiglio Federale abbiamo lavorato a un progetto, “L’Italia torna a correre”, che stiamo condividendo con la nostra base per un confronto; il presidente lo proporrà presto al Ministro.

L’idea è di lanciare un’applicazione nella quale l’utente potrà accedere a contenuti relativi all’allenamento, alle video lezioni, agli aggiornamenti normativi,  alle disposizioni sulle misure di contenimento e a tutte le buone pratiche da adottare durante la corsa per aumentare il senso civico e di responsabilità?, e che sia una sorta di "autocertificazione" semplice e permanente per la pratica del running. Tra le proposte abbiamo inserito anche la possibilità di prenotare la propria corsa negli impianti, nei parchi e in tutte quelle zone in cui per forza di cose dove ci dovrà essere un accesso limitato, così da regolamentare i flussi ed evitare assembramenti. Ma deve essere chiaro a tutti che noi come Federazione siamo interlocutori, che collaboriamo. Ma che ovviamente le scelte sono del Governo.

 

Il Governo Conte, anche andando contro all’OMS, ha messo limiti importanti all’attività motoria. Alcune regioni come Sicilia e Campania l’hanno categoricamente vietata, all’estero c’è stata più libertà. Non pensa si sia invece persa un’occasione d’oro per ribadire l’importanza dello sport per l’uomo?

Le scelte fatte dal governo sono state dettate da una situazione drammatica e di assoluta emergenza. Quando muoiono centinaia, se non migliaia, di persone al giorno tutti auspichiamo, anzi pretendiamo misure drastiche. Il discorso sull’attività motoria che preserva la salute lo facciamo da molto tempo, condiviso anche con le istituzioni pubbliche, ma in una situazione di contagio diffuso si cerca di proteggere la vita dei più deboli. Per quanto riguarda quello che è stato fatto negli altri Paesi, ovviamente le risposte governative alla pandemia sono state diverse, ma in tanti hanno dovuto fare retromarcia rispetto a posizioni troppo morbide. Ora non ha più importanza, dobbiamo capire cosa fare domani, dobbiamo ricostruire ciò a cui teniamo per noi e per le generazioni future. E non lo faremo con le recriminazioni.

FIDAL ad oggi ha sospeso l’attività agonistica fino al 30 maggio. Quando torneremo a gareggiare?

Dipenderà dall’andamento del contagio e dalle scelte che il Governo prenderà insieme alla task force e in coordinamento con il Comitato Tecnico Scientifico. Una volta che avremo le linee guida potremo individuare le tempistiche della ripresa per ciascun evento e ciascun tipo di pratica sportiva. Il presidente Giomi ha già fatto preparare diversi piani di ripresa, dallo scenario ottimistico a quello più severo. La nostra priorità è gestire in sicurezza la ripresa dell’attività, tenendo conto che i nostri tesserati scalpitano per tornare ad allenarsi e a gareggiare, e questo vale per gli amatori come per gli atleti olimpici.

Domenica 26 Aprile sarà pubblicata la parte 2

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