Tanfoglio, il nuovo fenomeno del tiro a volo azzurro
Se chiedete a Francesco Tanfoglio, 19 anni di cui una buona metà vissuta con un fucile in mano, cosa si provi non tanto a sparare, quanto a vivere quegli attimi sospesi e pieni, brevissimi eppure interminabili, che precedono lo sparo, ne ricaverete l’idea di un’esperienza extrasensoriale, quasi metafisica. “L’adrenalina è tale – racconta Francesco, bresciano di Desenzano del Garda, atleta delle Fiamme Oro, neodiplomato al liceo delle scienze umane, con l’ambizione di iscriversi a Psicologia – che in quei momenti siamo soltanto io e il mio fucile, tutto il resto rimane fuori, pedana, avversari, perfino il piattello, non esistono. Siamo noi che a ogni tiro gareggiamo contro noi stessi”.
Tra sogno e realtà
Di questo ragazzo, fresco vincitore del titolo di campione europeo di trap junior alla rassegna continentale ISSF di Châteauroux, in Francia – dove l’Italia, come da tradizione, tra i senior ha dettato legge, portando a casa cinque ori, un argento e un bronzo tra skeet e trap, prove individuali e di squadra – sorprende la maturità, che gli consente di restare in equilibrio tra la voglia di sognare che alla sua età sa essere irrefrenabile, e una solida razionalità, che gli ricorda puntualmente quanta strada ancora debba percorrere sulla via del successo, che nei prossimi tre anni potrebbe portarlo fino a Los Angeles. “Quando ho capito che il trap poteva diventare un lavoro, o meglio – spiega – una passione che mi desse da vivere, mi sono posto un primo obiettivo: vincere una competizione internazionale. Alla prima partecipazione, è arrivato l’oro, perciò posso dire di aver realizzato uno dei miei sogni. Il più grande, come per tutti, è scontato: vincere un’Olimpiade, ma sono consapevole di quanto sarà difficile anche solo riuscire a qualificarsi. La concorrenza è e sarà spietata, in Italia, dove ci sono tantissime aspettative soprattutto a livello juniores, e fuori, dove la competizione di anno in anno si allarga e diventa sempre più agguerrita”.
Una potenza
Eh già, non si può dire che Tanfoglio abbia scelto una disciplina di scarsa tradizione per i nostri colori: l’Italia, storicamente, è una potenza del tiro. Nelle specialità olimpiche del tiro a volo, trap, skeet e, negli anni più recenti, double trap (“Tra di noi un po’ di rivalità c’è – sorride -, ognuno dice dell’altro che la sua specialità è più semplice, ma io devo ammettere che ogni tanto mi cimento nello skeet e mi diverto parecchio”), l’Italia ha conquistato 33 medaglie, seconda nel medagliere solo agli Stati Uniti, in una graduatoria in cui figurano 44 Paesi. “Io lo ritengo un privilegio, potermi misurare con tanti grandissimi campioni del passato – spiega Tanfoglio -. Non ho un idolo o un modello in particolare cui mi ispiro, ho preso qualcosa da tutti, ho rubato con lo sguardo e, come mi dice sempre il mio allenatore, Emilio Poli, ho tenuto le orecchie dritte tutte le volte che mi sono trovato al cospetto dei mostri sacri della mia disciplina, da Johnny Pellielo a Massimo Fabbrizi”.
Per la vita
La passione per il tiro l’ha respirata fin da piccolo, in casa, grazie al compagno della mamma, Giorgio, “per me un quasi papà, è lui che mi ha messo il fucile in mano. La prima fucilata l’ho data a dieci anni, un anno dopo ho capito che il tiro sarebbe diventata la mia vita e ho mollato il basket. La famiglia mi ha sempre sostenuto, ma ora sono più autonomo, anche negli spostamenti”. A fine settembre partirà per New Dehli, per la Coppa del Mondo junior, lo aspetta un altro anno da junior: “Sì, è importante fare tanta esperienza a questo livello, per essere pronti al salto tra i grandi. Nel nostro sport mantenersi ai vertici è molto difficile”. Molto, fa la capacità di trovare e mantenere la concentrazione in gara. “E’ la cosa più complicata, la competizione dura giorni, è richiesto uno sforzo mentale notevole, io mi isolo e mi immagino di eseguire già l’azione, ripetendomi di stare calmo. E’ un aspetto su cui lavoro tanto”. Di inverno in palestra (“Anche se con giudizio, perché le variazioni di peso per noi sono deleterie”), d’estate col fucile in mano, all’aperto. “Quando le temperature si abbassano, è sconsigliato di tirare tanto perché si rischia di assumere posizioni sbagliate”. E’ tutta questione di equilibri, per nulla banale. “Per questo, per ora, il tiro viene prima degli studi, devo lavorare perché possa davvero diventare il mio lavoro, per la vita”.
Standing internazionale
E’ nell’ambiente giusto. La Federazione italiana tiro a volo, dal 1993 presieduta da Luciano Rossi, mette i propri atleti nelle condizioni di performare al meglio. “Ci assiste, fa tutto il possibile per accompagnare la nostra crescita e aiutarci a migliorare. Non siamo né calciatori né tennisti, i costi per sparare sono aumentati negli ultimi anni, il sostegno della Federazione è fondamentale”. Il modello italiano è universalmente riconosciuto e apprezzato all’estero. Luciano Rossi dal 2022 presiede anche la Federazione internazionale di tiro (ISSF). In questi giorni è ad Almaty, capitale del Kazakhistan, per l’inaugurazione dei Giochi asiatici di tiro. Il presidente della Repubblica, Kassym-Jomart Tokayev, lo ha insignito della medaglia dell’ordine dell’amicizia, riconoscimento ai cittadini che hanno lavorato per la pace e la cooperazione tra i popoli. “Un grande onore per me e per tutta la comunità del tiro che ho l’onore di rappresentare”, le parole di Luciano Rossi.
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