Pedote: "I piccoli gesti per invertire la marea"
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Pedote: "I piccoli gesti per invertire la marea"

Si racconta l’unico italiano a finire due Vendée Globe: "Navigo per gli oceani da 20 anni  e li ho visti cambiare"
Giulia Mazzi
6 min
Tagspedote

Giancarlo Pedote è il primo skipper italiano a terminare due edizioni del Vendée Globe, la prestigiosa regata che prevede una circumnavigazione completa in solitario, senza possibilità di attracco o assistenza. È nato a Firenze nel 1975 ma vive ormai da vent’anni in Bretagna, dove si allena. E parlando con lui è chiaro fin da subito che, se Jules Verne lo avesse conosciuto, gli avrebbe di sicuro dedicato almeno un appassionato capitolo di uno dei suoi romanzi d’avventura: per compiere l’ultimo giro del mondo, Pedote ci ha messo 89 giorni, 20 ore e 16 minuti, nel mezzo la meraviglia della navigazione. «Gli incontri con gli albatros nei mari del sud sono qualcosa di estremamente affascinante. Un po’ come quando entri nella casa delle streghe al luna park: una sensazione di meraviglia che mette i brividi». 

Il 4 febbraio 2025 ha chiuso il suo secondo Vendée Globe: com’è andata? 

«È stato piuttosto complesso. Ho avuto un problema al timone di sinistra che mi ha penalizzato: è stato molto frustrante, perché non mi ha mai permesso di far esprimere alla barca tutta la sua velocità. Ma fa parte del gioco».  

Quindi, per esprimere tutto il potenziale della barca, ce ne sarà un terzo?  

«Diciamo che è il sogno. Quest’anno mi sono separato dal mio sponsor storico, Prysmian, quindi devo ricostruire il progetto da capo. Mancano ancora tre anni ma il tempo passa veloce, speriamo».  

In ogni caso, avrà sempre un record storico per l’Italia.  

«Non sono una persona che si accontenta dei traguardi. Ho molti più sogni che soddisfazioni date dai ricordi». 

Come mai ha scelto la solitudine di navigare in solitario?  

«Non sei tu che scegli la solitudine ma lei che sceglie te. È una dimensione in cui ti ritrovi fin da bambino, in cui ti trovi a tuo agio. Io ho sempre avuto un’attrazione verso gli sport individuali, il mare e viaggiare da solo. Se un amico mi chiedeva di accompagnarmi nei miei viaggi, io con un po’ di imbarazzo rifiutavo. La solitudine ti apre a una relazione con te stesso che non troveresti stando in compagnia».  

E poi ha sempre la compagnia dell’oceano.  

«Sì, ma anche di chi mi segue da terra, della mia famiglia e di tutti gli appassionati di vela che mi mandano tantissimi messaggi».  

Questa connessione con il mare ha cambiato il suo rapporto con l’ambiente? 

«Io sono una persona estremamente sensibile nei confronti dell’ambiente, è un tratto nel mio carattere che continuerà a esistere anche se dovessi diventare capitano di traghetto (ride, ndr). Cerco sempre di adottare comportamenti virtuosi: se ognuno di noi facesse un piccolo sforzo, probabilmente non saremo ancora capaci di invertire completamente la marea ma già potremmo ottenere buoni risultati». 

Ha notato cambiamenti durante i suoi giri del mondo? 

«Ho trovato grosse isole di sargassi che prima non incontravo. Io scorrazzo per gli oceani da vent’anni e il mare l’ho davvero visto cambiare. Nelle mie prime traversate le isole di alghe erano piccoli agglomerati; nell’ultima restavano attaccate alla chiglia tanto che bisognava fare retromarcia per liberarsene. È un effetto del riscaldamento climatico. Negli ultimi anni poi mi sono accorto che è aumentato tantissimo il numero delle otiti che si prendono facendo il bagno dalla spiaggia. La temperatura media del Mediterraneo è aumentata negli ultimi 15 anni e questo determina lo sviluppo di batteri che nell’acqua calda si riproducono meglio. Queste situazioni hanno bisogno di risposte pratiche con una certa urgenza». 

Che fare dunque? 

«Io ho scritto un libro, “Proteggiamo l’oceano”, per i ragazzi di oggi che saranno gli ingegneri, o magari i politici, di domani. È molto importante sensibilizzare le nuove generazioni perché più aspettiamo, più riparare il danno sarà difficile. Una parte delle responsabilità è a carico delle istituzioni: è assurdo che oggi, con le tecnologie che abbiamo, utilizziamo ancora i combustibili fossili per muoverci, per esempio. D’altra parte, una responsabilità ce l’hanno anche le nostre abitudini individuali. È così che ho deciso di diventare divulgatore: la scintilla si è accesa su una nave che andava dalla Sardegna al continente. Io ero con i miei figli e a fianco a noi c’era un signore che stava dando una merendina confezionata a un bambino. Una scena molto innocente. Ad un certo punto l’uomo ha appoggiato la plastica della merendina accanto a sé e una folata di vento l’ha portata via. In mare. Mi sono detto: non è possibile che un gesto così innocente abbia finito per inquinare il mare. Dobbiamo essere più consapevoli e responsabili, dai nostri acquisti fino a quando utilizziamo la macchina. I piccoli gesti ne possono creare uno grande». 


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