Ad Auckland, dove nasce il dominio di Team New Zealand: viaggio nel mondo degli avversari di Luna Rossa per l'America's Cup
“Vincerete ancora una volta?".
“Certo che vinceremo. Saranno belle regate a Napoli, ma è sicuro che vinceremo noi”. Lo dice senza arroganza. Peggio: lo dice come si direbbe che domani sorgerà il sole.
La guida del New Zealand Maritime Museum di Auckland non ha dubbi: l’America’s Cup non cambierà padrone. Si capisce che conosce tutto sulla storia della navigazione della sua nazione e, complice una barba bianca da vecchio saggio, è difficile non farsi un po’ intimorire dalla sua sicurezza.
Sarà anche che parla esattamente sotto alla mitica Black Magic: la barca che ha regalato alla Nuova Zelanda la prima storica vittoria in America’s Cup e ha dato il via alla leggenda. E indirettamente il motivo del nome Luna Rossa, dato proprio in contrapposizione alla Magia Nera.
È lì che pende dal soffitto, il nero sfina eppure sembra enorme. Incombe su tutto il resto, idealmente su tutte le altre barche che hanno segnato la storia di questo Paese.

Eh già, perché se non si capisce quanto la navigazione sia una parte sostanziale del sangue e di tutte le fibre dei kiwi, non si può capire come ragionano e, soprattutto, come vincono.
Che poi già basterebbe pensare a come questo splendido paese oceanico ha osservato l’inizio della presenza umana: un gruppo originario della Polinesia, esperto in navigazione, arrivato probabilmente da Tahiti su barche bellissime.
Quando fecero arrabbiare gli americani
Normale quindi quello che tanto tanto tempo dopo pensarono gli eredi di quei pionieri (e dei “Pākehā”, gli stranieri venuti a colonizzare) dopo l’impresa dei vicini australiani nell’America’s Cup del 1983: “Se ci sono riusciti loro, figurati cosa possiamo fare noi”. Complice il fatto che la successiva edizione si sarebbe giocata dietro casa, hanno colto l’occasione per iniziare una splendida avventura.
Cominciata con Kiwi Magic, la barca rivoluzionaria che nel 1987 sconvolse la Coppa America e rischiò di vincerla al primo colpo. E proseguita appena un anno dopo con KZ-1, la gigantesca "Big Boat" con cui Michael Fay trascinò gli americani in una delle sfide più controverse della competizione, facendoli arrabbiare parecchio.
Insomma, la preparazione che porta al dominio degli ultimi anni parte da lontano e ha sempre la caratteristica dei budget più limitati rispetto agli altri ma dell’innovazione (a volte estrema), delle idee, del “manico” dei suoi velisti.
Il "tradimento" di Burling
E non importa se uno di questi velisti, il più famoso dell’epoca recente, ora manovra Luna Rossa, Peter Burling. Sono lontani i tempi del grande tradimento, l’onta nazionale che qualsiasi neozelandese ancora ricorda o è in grado di raccontare: metà del loro team che si trasferisce ai rivali di Alinghi e permette agli svizzeri di trionfare. (A proposito di questo fatto, la guida sentenzia: “Solo con i nostri avrebbero potuto vincere, non hanno neanche il mare!”). Per un italiano è difficile capire quanto sia stato enorme il caso Coutts-Butterworth. Un po’ come vedere metà della Nazionale campione del Mondo nel 2006 passare alla Francia, con Totti e Del Piero o Buffon e Cannavaro in testa.

Nostalgia del passato
Ora, per loro, la Coppa America non è sentita più come momento supremo di unità nazionale e identificazione. Sarà perché vincono da tanto: l’abitudine uccide il desiderio e annacqua le aspettative. O forse perché, dopo Barcellona, anche la prossima edizione sarà lontana dalle loro coste. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore? Forse. O forse perché, come sostiene qualche neozelandese sui social, per molti queste nuove versioni iperprofessionistiche e ipertecnologiche della manifestazione tolgono battiti ad un cuore che prima pompava emozioni che richiamavano il loro rapporto quasi simbiotico (e… analogico) con la natura.
La guida del museo mostra tutti i trofei nautici con un misto di orgoglio e nostalgia. Alcuni sono ammaccati. Dal tempo, o magari dai troppi festeggiamenti. Sono coppe vissute. Spiega tutte le imbarcazioni esposte, vittoriose in ogni classe e competizione possibile. Svela i cimeli di vite passate sul mare a perfezionare anche quello che si sarebbe pensato non perfezionabile. Accontentarsi non è nello spirito della gente di mare in generale, dei neozelandesi in particolare.

Una volta all’esterno del museo indica qualcosa che non ha bisogno di essere indicato. Mica per niente: è gigantesco. Domina il quartiere del porto, completamente ristrutturato dopo aver ospitato la Coppa la prima volta, come sta succedendo a Bagnoli. È il barcone che abbiamo nominato prima. Quello che ha fatto infuriare gli americani nel 1988: un monito perenne all’audacia e alla sfacciataggine dei kiwi, declinata nel senso buono del termine.

Lo spirito Maori
Ma ridurre tutto alla tecnologia sarebbe un errore. Sotto le vele c’è probabilmente ancora qualcosa di molto più antico: lo spirito Maori, così presente in questa nazione meravigliosa che loro chiamano Aotearoa. Letteralmente “la terra della lunga nuvola bianca”.
Maori è anche il nome della barca che ha difeso l’America’s Cup a Barcellona, nella scorsa edizione: Taihoro, “muoversi rapidamente come il mare tra il cielo e la terra”. Poesia e competizione, binomio affascinante e solo apparentemente cacofonico ma sostanzialmente vincente se si trova il giusto mix.
E proprio un gruppo di Maori nella scorsa edizione sono apparsi in una splendida barca tradizionale per accompagnare quei mostri tecnologici che sono gli AC75 della Coppa America. Un ponte spirituale tra quello che è stato, quello che è e quello che sarà.

La grande chance di Luna Rossa
E allora è tutto finito già in partenza per Luna Rossa e per l’Italia? Assolutamente no, perché neanche noi siamo un popolo solo di terra, anzi, la nostra tradizione marinaresca pervade i quasi 8000 chilometri di coste, e non solo. E quest’anno, grazie a Napoli, abbiamo qualcosa che loro con il tempo potrebbero aver perso: la fame, la frustrazione del tempo passato a desiderare come uno dei motori principali di un mezzo senza motore. Non basterà però: servirà anche la barca (magari in questo Peter Burling una mano la darà…). Mentre sul “manico” già qualche risposta la abbiamo: le regate preliminari di Cagliari, con imbarcazioni tutte uguali, hanno fatto vedere che a parità di mezzo Luna Rossa è lì. Anzi, è anche sopra. Per non parlare dell’assoluta eccellenza degli equipaggi donne e giovani, già protagonisti di grandi successi.

L’occasione dell'anno prossimo per Luna Rossa è ghiotta: dimostrare ai neozelandesi che anche noi qui, agli antipodi quasi geograficamente perfetti rispetto a loro, possiamo alzare il trofeo più antico dello sport, quello che qualcuno ha soprannominato ultimamente la New Zealand Cup. Sotto il sole di una Napoli che è pronta a scendere in acqua in massa soffiando sulle vele della sua amata Luna. Invocando San Gennaro, Eolo o chi per loro.
Con tutto il rispetto per i sentimenti altrui, dopo tanti anni di tentativi, è ora di dare una delusione alla guida del museo.
